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Gli alberi protagonisti nel documentario “Acid forest”

Acid Forest

Tra le immagini shock del 2018, a lungo ci accompagneranno quelle della devastazione dei boschi delle Dolomiti dello scorso inverno, quando un’inaudita ondata di maltempo ha abbattuto 14 milioni di alberi e sfigurato 42.500 di ettari di foreste in Trentino, Alto Adige, Veneto, Friuli e Lombardia. Un’apocalisse. Abituati a vedere i boschi come luoghi inviolabili, abbiamo scoperto in poche ore la loro fragilità (lo racconta un reportage pubblicato sullo scorso numero di Nuova Ecologia, ndr).
Di questa ferita, dovuta anche all’abbandono dell’uomo di quei territori, il cinema non poteva non interrogarsi e cercare attraverso le immagini di proporre un percorso di riflessione e guarigione. Ecco perché il “Trento film festival”, la più antica kermesse cinematografica dedicata ai temi della montagna, ha proposto, in collaborazione con la Fondazione Dolomiti Unesco, un programma speciale di cinque documentari denominato “Amici fragili”.
Cinque opere recenti, cinque approcci diversi, per raccontare come i boschi siano ovunque minacciati dall’azione dell’uomo e dai cambiamenti climatici. Sia la denuncia di una fase di industrializzazione senza precedenti delle foreste francesi (Le Temps des forêts di François-Xavier Drouet), dello sfruttamento del legname (Bamboo stories del regista bengalese Shaheen Dill-Riaz), degli incendi (Wildland di Alex Jablonski e Kahlil Hudson) o le scelte provocatorie e ipnotizzanti di Walden di Daniel Zimmermann e di Acid forest della lituana Rugilė Barzdžiukaitė, la rassegna pone preoccupanti interrogativi.

Marino Midena
Studioso di tematiche giuridiche agraristiche-ambientali. come giornalista collabora con diverse testate. lavora in uffici stampa e ha condotto trasmissioni radio e tv. Ha insegnato “Diritto e legislazione dello spettacolo” presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo ed è il direttore artistico del Green Movie Film Fest.

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