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Fauna selvatica a rischio: negli ultimi 40 anni si è ridotta del 60%

Perdita di habitat, crisi climatica, inquinamento, eccessivo sfruttamento delle riscorse e specie aliene invasive minacciano pesantemente la biodiversità anche in Italia. Legambiente pubblica un nuovo report nella Giornata mondiale della fauna selvatica  

Anche in Italia, Paese che ospita circa la metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa, la biodiversità è sotto costante minaccia. Le cause di questo fenomeno sono molteplici: dalla perdita di habitat alla crisi climatica, dall’inquinamento diffuso all’eccessivo sfruttamento delle riscorse, dall’attività antropica ai crescenti impatti delle specie aliene invasive. A inquadrare il tutto è il nuovo report di Legambiente “Fauna selvatica a rischio”, pubblicato oggi in concomitanza con la Giornata mondiale della fauna selvatica. Il report analizza 12 specie a rischio e di elevato valore conservazionistico: il grifone, la trota mediterranea, il tritone crestato italiano, la lontra, l’orso bruno marsicano, il lupo e il camoscio appenninico, le farfalle e gli impollinatori, e ancora la fauna del Mediterraneo con una particolare attenzione rivolta agli squali, ai delfini e alla tartaruga Caretta caretta.

Alcune di queste specie sono a rischio estinzione come il grifone, la trota mediterranea e l’orso bruno marsicano, le farfalle e impollinatori, altre sono in pericolo come il delfino comune e la tartaruga Caretta caretta. Altre ancora, come il tritone crestato italiano, sono tra le specie per le quali è stata richiesta una protezione rigorosa e poi c’è chi grazie ai progetti LIife e all’impegno dei Parchi è scampato all’estinzione come il camoscio appenninico e il lupo. Una situazione quella della fauna selvatica nel complesso delicata e preoccupante come sottolineano anche diversi studi scientifici e gli stessi dati delle Liste Rosse italiane realizzate dal Comitato Italiano Iucn e dal ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare. La stessa Unione Europea ha ricordato che la fauna selvatica del Pianeta si è ridotta del 60% negli ultimi 40 anni e un milione di specie rischiano addirittura l’estinzione, la perdita di biodiversità e la crisi climatica sono interdipendenti e se una si aggrava anche l’altra segue la stessa tendenza e che per raggiungere i livelli di mitigazione necessari entro il 2030 è essenziale ripristinare le foreste, i suoli e le zone umide e creare spazi verdi principalmente nelle città.

Per questo Legambiente nel suo report raccoglie anche un pacchetto di proposte. Per l’associazione ambientalista per tutelare la fauna selvatica a rischio e il capitale naturale è importante prima di tutto incrementare entro il 2030 le aree protette e le zone di tutela integrale; migliorare la gestione della biodiversità e il capitale naturale rafforzandone la conoscenza e il monitoraggio, migliorare la gestione della Rete Natura 2000 e definire i Piani d’azione per le specie faunistiche a rischio e per ogni area protetta completando, ad esempio, il Piano di conservazione e gestione nazionale del lupo, rafforzando le strategie per la tutela dell’orso bruno (PACOBACE e PATOM) e aggiornando il Piano d’azione del camoscio appenninico.

“Il declino della biodiversità – spiega Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente – è uno dei maggiori problemi ambientali che l’umanità si trova ad affrontare. Malgrado ciò, la portata e la gravità delle conseguenze di questo declino non sono ancora percepiti dal grande pubblico e dalla gran parte dei decisori politici. Nel nostro Paese manca ancora la capacità di pianificare le priorità e le scelte per mettere in sicurezza il nostro capitale naturale. Mancano gli strumenti, sia i Piani d’azione delle specie a rischio che le risorse per continuare a operare in questo campo, e manca la capacità di concertare e decidere in maniera appropriata anche questioni spinose come nel caso dell’incomprensibile ritardo nell’approvazione del Piano di gestione e conservazione del lupo. Per questo è importante adottare un approccio integrato alla risoluzione dei problemi e mitigare la perdita di biodiversità, ridurre l’impatto della crisi climatica aumenta e prevenire le zoonosi rispettando anche gli obiettivi contenuti nella Strategia dell’UE sulla Biodiversità per il 2030”.

Le specie più a rischio

Il grifone – Gyps fulvus – è tra i più grandi uccelli presenti in Italia e si tratta di un avvoltoio che può raggiungere un’apertura alare di 280 cm e un peso variabile dai 6,5 ai 12 kg. Negli ultimi 20 anni ci sono stati numerosi progetti di tutela attuati in Sardegna e di introduzione o re-introduzione con casi di successo registrati in Friuli (Alpi Orientali), in Abruzzo (Appennino abruzzese) e in Sicilia. Completa il quadro delle aree di interesse del grifone il territorio del Pollino. Sebbene oggi la popolazione del grifone sia in lento aumento in quasi tutto il suo areale italiano, con un numero stimato di circa 600 individui, nessuna delle più abbondanti sotto-popolazioni ha raggiunto il numero minimo previsto di coppie per garantire la persistenza a lungo termine (circa 70 coppie riproduttive a popolazione). L’avvoltoio grifone risulta quindi essere, in Italia, soggetto ad alto rischio di estinzione. Le minacce per la specie sono costituite da l’uso illegale di bocconi avvelenati, dal calo del tasso di mortalità del bestiame con conseguente minore disponibilità di risorse trofiche, dai disturbi antropici diretti e indiretti, elettrocuzione e collisione con impianti di produzione di energia elettrica, intossicazione da sostanze chimiche e da piombo usato nella caccia, malattie, perdita, frammentazione e alterazione degli habitat.

“Nel nostro Paese manca ancora la capacità di pianificare le priorità e le scelte per mettere in sicurezza il nostro capitale naturale. Mancano gli strumenti, sia i Piani d’azione delle specie a rischio che le risorse per continuare a operare in questo campo, e manca la capacità di concertare e decidere in maniera appropriata anche questioni spinose come nel caso dell’incomprensibile ritardo nell’approvazione del Piano di gestione e conservazione del lupo” – Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente

La lutra lutra rappresenta una specie di interesse comunitario inserita negli allegati II e IV della Direttiva “Habitat” il cui status di conservazione delle popolazioni italiane appare, alla luce delle informazioni disponibili, critico. Per questi motivi Legambiente è stata tra i sottoscrittori del Piano d’Azione Interregionale per la Conservazione della Lontra (PACLO), promosso dal Ministero dell’Ambiente, per la salvaguardia della lontra, con lo scopo di definire stringenti azioni in materia, tra cui azioni di monitoraggio, di gestione dei conflitti tra e con le attività umane, di recupero delle popolazioni periferiche, di tutela dell’ambiente e contenimento dei fattori di disturbo. Tra le più comuni cause di morte della lontra si registrano gli incidenti stradali, l’annegamento in nasse o in altri equipaggiamenti da pesca, il bracconaggio e la riduzione della connettività ecologica dei sistemi fluviali.

Altra specie al centro del report è il tritone crestato italiano Triturus carnifex, un anfibio urodelo presente in Italia che, a causa del suo livello di minaccia, è stato inserito negli allegati II e IV della direttiva Habitat come specie per la quale è richiesta una protezione rigorosa. Questa specie risulta essere minacciata a causa della distruzione del proprio habitat riproduttivo, ma anche per la massiccia predazione delle sue larve da parte di molti salmonidi introdotti. Per quanto riguarda la trota mediterranea: quella che oggi rimane in Italia delle popolazioni di S. cettii autoctone, stimato in qualche migliaio di individui, si trova per lo più frammentato e/o isolato in piccoli bacini idrici di montagna. Protetta dalla Direttiva Habitat in quanto dichiarata “specie vulnerabile” in Europa “a rischio critico di estinzione” nel territorio italiano, la trota mediterranea è anche oggetto di due progetti Life sul territorio italiano attualmente in svolgimento. Tra le numerose minacce che mettono in pericolo la sopravvivenza di questa specie vanno segnalate: le alterazioni subite dagli habitat, le pratiche diffuse del bracconaggio e dei rilasci illegali, la mancanza di una strategia diffusa e condivisa per contrastare in modo incisivo il fenomeno dell’introgressione con il genoma atlantico (ibridazione del genoma con la trota atlantica).

Orso bruno marsicano e farfalle e impollinatori: specie di interesse comunitario e a rischio estinzione, l’orso bruno marsicano conta circa 50-55 individui, la maggior parte dei quali concentrata nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con popolazione stazionaria ma in leggera espansione geografica. Tra le principali cause di morte registrate: avvelenamento, lacci, uccisione diretta intenzionale, collisioni con auto e treni, uccisione accidentale durante le attività di caccia al cinghiale sono tra le casistiche più diffuse cui vanno aggiunte le infezioni trasmesse dal bestiame e la perdita di habitat idoneo che, per l’orso bruno in generale, è fattore di minaccia più preminente che non per il lupo. Altra specie in pericolo sono le farfalle e gli impollinatori a rischio estinzione. Una recente analisi sulla riduzione dell’entomofauna ha dimostrato che Apoidea è tra i gruppi che hanno sperimentato il più alto tasso di declino. Le api sono a rischio a causa della perdita di habitat, a causa dell’intensificazione dell’agricoltura (ad esempio cambiamenti nelle pratiche agricole, tra cui l’uso di pesticidi e fertilizzanti), sviluppo urbano, aumento della frequenza degli incendi e cambiamenti climatici.

Fauna marina

Nel report non manca uno sguardo al Mediterraneo considerato uno dei 25 hot spot della biodiversità mondiale. Preoccupa la situazione del delfino comune (Delphinus delphi) che, a dispetto del suo nome, è diventato negli ultimi decenni uno dei cetacei più in pericolo. Oltre che dalle catture accidentali, i delfini nel Mediterraneo sono minacciati dalla forte antropizzazione (traffico marittimo intenso, ad esempio), inquinamento acustico e chimico, esaurimento delle prede e degrado del loro habitat, compreso l’aumento decisivo della plastica in mare. C’è poi la Caretta caretta, la tartaruga marina più comune del Mediterraneo, considerata specie vulnerabile dalla Lista Rossa della IUCN e minacciata in primis dai rifiuti galleggianti e dall’inquinamento da plastica in mare. Secondo studi scientifici nel Mediterraneo ogni anno la pesca professionale cattura accidentalmente oltre 130 mila esemplari, con oltre 40 mila possibili casi di decesso. A ciò si aggiungono le testimonianze dei pescatori e l’aumento degli interventi dei Centri di Recupero lungo le coste italiane.

Il ritorno della foca monaca nel Mediterraneo

Non mancano nel report alcune buone notizie come quella del ritorno dopo oltre 50 anni di assenza della foca monaca che ha fatto la sua comparsa nel Mediterraneo. Per Legambiente ciò deve portare tutti paesi del bacino Mediterraneo, ed in particolar modo quelli in cui sono segnalati avvistamenti, a condurre studi e monitoraggi sull’effettivo areale di distribuzione, sviluppare piani adeguati di gestione per ridurre le minacce per le specie per promuovere il recupero e la conservazione della foca monaca del Mediterraneo. C’è poi la storia del camoscio appenninico e del lupo salvati dall’estinzione. Oggi, grazie al programma LIFE e all’impegno delle aree protette, si contano 3mila esemplari di camoscio appenninico in un’area che comprende i Parchi dell’Appennino centrale contro i 30 esemplari che si contavano agli inizi del ‘900. Anche il lupo, specie protetta dall’attuale quadro normativo nazionale (L. 157/92, D.P.R. 357/97) ed internazionale, è una delle specie che ha riconquistato aree da cui era scomparsa, con una popolazione che oscilla tra i 1.800 e i 2.400 individui e su cui è in corso un monitoraggio da parte di Ispra per avere dati più aggiornati. Restano però da risolvere problemi gestionali, principalmente per l’impatto predatorio esercitato sul patrimonio zootecnico ed i conflitti che ne derivano che possono essere all’origine del diffuso bracconaggio, una delle principali cause di mortalità della specie in Italia che, in alcune aree critiche, assume un particolare livello di pericolosità per la specie.

Proposte per tutelare la fauna selvatica

Tra le altre proposte lanciate oggi dall’associazione ambientalista per tutelare la Fauna selvatica: occorre redigere Piani di adattamento e di mitigazione al cambiamento climatico per la fauna a rischio; attuare la Strategia marina per rafforzare la tutela della fauna e gli ecosistemi costieri e marini; creare una rete nazionale dei boschi vetusti e aree rifugio per la fauna selvatica a rischio. Proteggere gli ecosistemi e migliorare i servizi ecosistemici offerti dal capitale naturale entro il 2030. Combattere le specie aliene invasive e procedere alla eradicazione di specie dannose per la biodiversità. Sostenere l’economia della natura e finanziare la biodiversità e il capitale naturale: destinare risorse adeguate per la tutela, il monitoraggio e la gestione del capitale natura, favorire le soluzioni basate sulla natura (Nature Based Solution, Nsb) per ripristinare le aree degradate e il rewilding del territorio e finanziare i Centri e le Strutture qualificate per il recupero della fauna selvatica a rischio.

Per approfondire
Fauna selvatica a rischio – Scarica il nuovo report di Legambiente
Grifone, lontra, tritone, trota mediterranea, orso bruno marsicano, ma anche delfino comune e tartaruga Caretta Caretta tra le specie in pericolo

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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