mercoledì 19 Gennaio 2022

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Pensiero stupendo. Ritratto di Giorgio Parisi

Dal mensile – Un italiano torna a vincere il Nobel per la fisica. La storia di uno scienziato “sociale” da sempre attento ai fenomeni di degrado ambientale. A cominciare dalla crisi climatica

Guglielmo Marconi, l’inventore della telegrafia senza fili, nel 1909. Poi due dei “ragazzi di via Panisperna”, il gruppo di fisici che a Roma all’inizio degli anni ’30 aveva aperto le porte all’era nucleare: Enrico Fermi nel 1938, per le sue ricerche rivoluzionarie sulla radioattività, ed Emilio Segrè nel 1959, per la scoperta dell’antiprotone, entrambi rifugiatisi negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali ed entrambi poi divenuti americani. Infine Carlo Rubbia, scopritore delle particelle W e Z, nel 1984, e un altro italoamericano – Riccardo Giacconi, per le sue ricerche in astrofisica – nel 2002. Ora, 19 anni dopo l’ultimo Nobel per la fisica “tricolore”, Giorgio Parisi “per la scoperta – così nel comunicato dell’Accademia reale svedese delle scienze che assegna il premio – dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria”.

Parisi completa una “sestina” da sogno, ma rispetto ai suoi illustri predecessori presenta una caratteristica inedita: è sempre stato uno scienziato a forte connotazione “sociale”. Questo suo “segno particolare” discende direttamente dall’ambito epistemologico che da sempre identifica il suo lavoro di ricerca: la complessità, cioè l’idea che ogni fenomeno reale sia frutto di relazioni tra fattori molteplici, distinti e al tempo stesso interagenti uno rispetto all’altro, fattori anche molto distanti – nel tempo, nello spazio, nella logica apparente – dal fenomeno che contribuiscono a determinare. Ora, il paradigma della complessità si è affermato con la fisica quantistica, ma per sua natura abbraccia tanto le scienze fisiche e biologiche quanto le scienze dell’uomo. Qualche anno fa in un dialogo con il filosofo Mauro Ceruti, che insieme al suo maestro Edgar Morin è oggi l’interprete più lucido e prestigioso della complessità come indispensabile “attrezzo della conoscenza” comune sia alle scienze della natura che a quelle umane e sociali, così Parisi descriveva il pensiero complesso: i sistemi complessi consentono di “descrivere lo stesso sistema a livelli diversi. Prendiamo un essere umano. Lo puoi cominciare a descrivere a livello dei singoli atomi e dei singoli elettroni, ma lì non c’è molto di interessante. Puoi descriverlo a livello di ciò che fanno le singole proteine e il dna, poi a livello dei comportamenti delle singole cellule, delle informazioni che le cellule si scambiano tra loro, prima quelle più vicine e poi quelle più lontane, per arrivare a ciò che quest’uomo sta pensando, se è sveglio o dorme, se è allegro o triste e così via”. 

A questa lezione Parisi è rimasto sempre fedele, da essa nascono le ricerche che l’hanno condotto a vincere il Nobel spaziando dalla fisica delle particelle elementari a quella dei sistemi planetari come il clima, e nascono anche la sua curiosità, il suo interesse instancabile per quei sistemi altrettanto complessi che sono le società umane. Così, un tema ricorrente nelle riflessioni “civili” di Parisi è la necessità di “socializzare” la scienza, cioè di combattere tutti i pregiudizi, le diffidenze, il senso di estraneità che suscita spesso nei “non-scienziati”. Tema declinato in una duplice direzione: verso gli ecologisti, proponendo un’idea di ambientalismo scientifico che superi ogni tentazione “antitecnica”, largamente presente nel mondo ambientalista, e verso il mondo della scienza e della ricerca. 

Giorgio Parisi dalla fine degli anni ’70, giovane fisico, sostenne le prime mobilitazioni antinucleari. Da allora l’attenzione verso i fenomeni di degrado ambientale, in particolare verso la crisi climatica, ne ha nutrito l’attività di ricerca e al tempo stesso alimentato ripetuti richiami all’urgenza per il pensiero ecologico di liberarsi da ogni pregiudizio antiscientifico: “Ci opponiamo – così un appello promosso da Legambiente nel 2002 che sottoscrisse insieme ad altri illustri scienziati (vedi box) – al fondamentalismo di chi, nel mondo ambientalista, esprime posizioni antiscientifiche e vede negli scienziati dei nemici. Questo atteggiamento […] fa leva su paure irrazionali e ancestrali […] e sul ‘mito del ricordo’ che identifica il passato con un Eden immaginario”. Non è raro che le posizioni di rifiuto generalizzato verso la scienza si presentino come green, dai pensieri “neoluddisti” che vedono nel progresso una minaccia alla libertà dell’uomo fino alle suggestioni no vax, che identificano nei vaccini un’intrusione inaccettabile della téchne nel corpo umano. Quell’appello era firmato, tra gli altri, anche da Marcello Cini e Marcello Buiatti, come Parisi “scienziati sociali”, come lui severi verso le derive antiscientifiche di una parte del mondo ecologista. Ma anche avversari di un’opposta deriva, quella “scientista” che propone la scienza come sapere assoluto, “neutrale” rispetto alle dinamiche e agli interessi sociali.

In Italia fu proprio Cini a battezzare il tema della “non neutralità” della scienza, con un libro del 1976 intitolato L’ape e l’architetto che suscitò un vasto e anche aspro dibattito nella comunità scientifica. Rievocando molti anni dopo quelle polemiche, Parisi scriverà: “Proprio il rifiuto caparbio di non accettare la propria non-neutralità indebolisce il prestigio degli scienziati che sbandierano un’obiettività che non è autentica, davanti a un’opinione pubblica che in qualche modo ne avverte la parzialità di vedute e i limiti […]. Il risultato è che chi scienziato non è si mette in una posizione irrazionale di fronte a una scienza intesa come magia inaccessibile, destinato ad essere deluso e quindi a preferire altre speranze irrazionali”. Ecco dunque, accanto alle sue ricerche, un insegnamento ulteriore e attualissimo di Giorgio Parisi: solo mettendo da parte gli opposti fondamentalismi dell’antiscienza e dello scientismo può fondarsi una vera e duratura alleanza tra chi è impegnato per conoscere sempre meglio la natura del mondo e chi anche grazie a questa conoscenza sta cercando di salvare l’umanità dalla crisi climatica, cioè da se stessa.

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