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Giochi senza impatto

Dal mensile – I testimonial green prendono campo nello sport. E con “Ecoevents” anche le grandi manifestazioni diventeranno sostenibili 

“Un fatto sociale totale”, così l’antropologo francese Marcel Mauss definiva lo sport. Un complesso di attività il cui significato abbraccia ambiti distinti, da quello strettamente sportivo fino a quello politico. Per dirlo in altre parole, lo sport è un fatto sociale totale perché porta con sé, da sempre, implicazioni di carattere culturale, politico, giuridico, economico. È lo specchio della nostra società, in grado di riflettere e ingigantire modelli di vita e pratiche più o meno virtuose. Un ruolo chiave, in questo gioco di specchi, lo giocano i singoli atleti. Le immagini dell’ex Ferrari, oggi all’Aston Martin, Sebastian Vettel, che lo scorso luglio dopo il Gran premio di Gran Bretagna ha concluso la sua giornata raccogliendo e differenziando i rifiuti lasciati dai tifosi sugli spalti di Silverstone valgono più di mille campagne sul tema.

Il pilota tedesco è in buona compagnia. Cresce in tutte le discipline il numero degli sportivi che si fanno testimonial green, influencer che cercano di diffondere attraverso il loro impegno, e i loro seguitissimi account social, messaggi di sensibilizzazione sulle questioni ambientali. Alcuni di loro li incontrerete in queste pagine, dall’ex calciatore e oggi vicepresidente dell’Inter, Javier Zanetti, alla campionessa di sci alpino Federica Brignone, al rider Emmanuele Macaluso, che si divide fra divulgazione scientifica e sport estremi. Ognuno con la sua singola storia ma tutti accomunati da una scelta plurale, quella di prestare volto e reputazione a “Ecoevents”, marchio nato dalla sinergia fra Legambiente e Rete di impresa Ambiente e salute per certificare il basso impatto dei grandi eventi sportivi, come di quelli musicali e culturali. L’obiettivo del brand è consentire agli organizzatori di essere accompagnati lungo un cammino attraverso il quale considerare la sostenibilità un traguardo raggiungibile e auspicabile. E a chi pensa che basti pagare per farsi dare una verniciata di verde bisogna chiarire che il marchio si ottiene soltanto dopo un percorso di seria valutazione, che consente ai richiedenti di puntare a un miglioramento continuo, edizione dopo edizione. Con buona pace di chi cerca greenwashing.

«Per anni ho organizzato, e organizzo tuttora, grandi manifestazioni fieristiche in tutto il mondo, eventi che portano migliaia di persone in un unico luogo – spiega il presidente di Rete Ambiente e salute, Romano Ugolini – Parallelamente il mio socio Roberto Carnevali ha organizzato, e continua a farlo, manifestazioni sportive del massimo livello, sia in ambito calcistico che nel volley e nel basket. Entrambi, complice la crisi climatica, ci siamo resi conto del fortissimo impatto di questi eventi. Ne abbiamo sentito la responsabilità, così ci siamo detti che avremmo dovuto fare qualcosa». Ugolini e Carnevali hanno cercato l’aiuto di una grande associazione ambientalista, certi che se questa certificazione fosse proposta soltanto da loro non avrebbe lo stesso peso. «Dobbiamo immaginare che i grandi eventi “muovono” molte persone che si concentrano in un singolo luogo producendo tanti rifiuti e generando picchi di consumo energetici e idrici. Per non parlare della mobilità con cui si spostano le persone, le attrezzature e le merci – spiega Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – Con responsabilità e piacere mettiamo insieme il nostro know how con quello di Rete Ambiente e salute, per fare in modo che tutti gli eventi, musicali, culturali e sportivi, possano trasmettere emozioni e qualificarsi in chiave ambientale».

La forza dell’esempio

Il primo evento a essere certificato – ad agosto 2020, e non poteva essere altrimenti per la sua storia e la sua decennale attenzione alla sostenibilità – è stato “Festambiente”. L’ultimo, al momento di scrivere, è invece “Umbria Jazz”. Nel mezzo, adeguandosi alle limitazioni imposte dal Covid-19, sono stati realizzati una serie di webinar. Per coinvolgere testimonial e cercare interlocutori nelle istituzioni, sportive e non. «Lo scorso maggio abbiamo riunito tanti personaggi straordinari del mondo dello sport – riprende Romano Ugolini – dall’ex schermitrice e oggi sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali, a Federica Brignone, da Javier Zanetti al centrocampista della Sampdoria e della nazionale norvegese Morten Thorsby, e tanti altri campioni, tutti sensibili alle questioni ambientali. Hanno partecipato ai nostri incontri anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e il presidente dell’Istituto per il credito sportivo, Andrea Abodi». La presenza di quest’ultimo può segnare un passaggio chiave per il prossimo futuro, «servono grandi investimenti per riconvertire in chiave sostenibile gli stadi, i palazzetti dello sport e gli altri impianti sportivi: efficientamento energetico, infrastrutture per la mobilità alternativa all’automobile, utilizzo di energie rinnovabili».

Mettendo da parte le questioni riguardanti gli impianti, l’hardware insomma, quando un singolo evento può ricevere il marchio “Ecovents”? «Bisogna innanzitutto ottemperare alle nostre dieci buone pratiche, prerequisito fondamentale. Una riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti ed è per questo che una partita di Serie A non può essere ancora certificata – puntualizza Ugolini – Sugli spalti, per ragioni di sicurezza, non possono esserci bidoni. Ad ora possiamo soltanto concentrarci sulla green hospitality nelle tribune deputate a ospitare autorità, sponsor, giornalisti. Un primo passo già compiuto con il Sassuolo».

Tutta un’altra musica

Per scendere nel concreto e capire meglio di cosa stiamo parlando ci facciamo raccontare il lavoro fatto con “Umbria Jazz”, evento che si svolge in diversi teatri, arene e altri luoghi nella città di Perugia. «Mi sono recato tre volte nel capoluogo umbro – riprende – prima per fare un pre audit, poi per l’audit vero e proprio e infine per controllare se tutto quello che avevano dichiarato gli organizzatori fosse vero. “Umbria Jazz” è riuscito a soddisfare le dieci buone pratiche, che oltre alla raccolta differenziata vanno dalla formazione obbligatoria per lo staff organizzativo al food & beverage, con prodotti di stagione e a km zero, alla mobilità sostenibile. E ancora azioni di carattere sociale per lasciare un’eredità di valore al territorio, la comunicazione digitale senza spreco di carta, il risparmio idrico. Una volta verificate le dieci obbligatorie siamo passati alle cento buone pratiche opzionali. Per avere la certificazione, compilando una checklist, bisogna infatti raggiungere almeno il 60%. Si può rispondere in tre modi: “lo faccio”, “non lo faccio”, “non è contemplato”. Se un evento non prevede presenza di cibo, le voci sul food & beverage non sono calcolate dall’algoritmo».

Torniamo al mondo dello sport, o meglio, al calcio. In questi mesi Rete Ambiente e salute sta proponendo ai club di Serie A, Serie B e Lega Pro una figura già collaudata in diversi settori aziendali e che la Uefa potrebbe presto rendere obbligatoria: il sustainability manager. A conferma dell’importanza dell’argomento, Roberto Carnevali e Romano Ugolini sono stati invitati a parlarne a “Casa Azzurri” durante gli Europei, il giorno in cui a Roma si sarebbe giocata Italia-Svizzera. «È una figura a libro paga dei club che in campionati più evoluti del nostro, come quelli inglese e tedesco, già esiste – spiega ancora Ugolini – Il compito del sustainability sport manager è applicare i criteri di sostenibilità a ogni attività della società sportiva. Deve avere la mente aperta e saper coniugare la gestione ordinaria con attività innovative».

Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi. Quello che sappiamo con certezza è che un ruolo determinante lo giocheranno i testimonial, che siano musicisti sensibili alle questioni ambientali come Roy Paci (vedi intervista a pag. 30) o grandi campioni dello sport. «Sono straordinari veicoli di comunicazione – conclude l’ideatore di “Ecoevents” – Un fan o un tifoso che vede un suo beniamino praticare comportamenti virtuosi è più disposto a emularli. Legambiente ha intuito che insieme potevamo portare messaggi in un mondo difficile da raggiungere, privilegiato. Ma i grandi campioni sono persone come noi: la crisi climatica è davanti agli occhi di tutti. Ognuno deve fare la sua parte».

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