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Gianni Rodari, la scienza e l’esperimento mentale

Il quarto capitolo de La Grammatica della fantasia è dedicato al binomio fantastico, tramite cui l’autore accosta parole distanti per generare nuova conoscenza

Rodari intitola il secondo capitolo della Grammatica della fantasia (1973) “Il sasso nello
stagno”. È il capitolo nel quale profila l’intero paesaggio della sua fantastica fondata sulla
parola che, quando gettata nella mente, “produce onde di superficie e di profondità,
provoca una serie infinita di reazioni a catena”. Queste reazioni, aggiunge, infinite quanto imprevedibili, sono proprio come un sasso gettato nello stagno che prima genera onde
concentriche di superficie smuovendo quello che incontra, e poi scende verso il fondo e causa “sempre nuove azioni molecolari” urtando e scombinando. E conclude:
“Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse
nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.”

Daniele Gouthier, matematico e comunicatore scientifico, ha sottolineato: “Quella di Gianni Rodari è, per quello che ho capito io, una delle definizioni meglio riuscite di caos. E trovo affascinante che a esprimerla con tanta efficacia sia un non scienziato. Rodari ha colto nello stagno regole e regolarità che descrivono l’accadere di cose ovvie pur nella consapevolezza che a ben guardare ne succedono anche altre inaspettate, inattese e imprevedibili” Per Rodari, come abbiamo già visto, il paradigma dell’imprevedibilità è certamente uno dei costrutti più fecondi per l’invenzione di un progetto fantastico di realtà quali sono le narrazioni, tessendo profondi intrecci con la cultura scientifica. Facciamo il caso del “binomio fantastico” al quale dedica il quarto capitolo della sua Grammatica. Rodari suggerisce di scegliere due parole con significati assolutamente propri e autonomi per farle giocare insieme, farle trovare – come direbbe Giorgio Parisi – in una situazione di caos da connettere in una storia per scoprirne (e inventarne) l’ordine: una storia che le ottemperi entrambe e che quindi segni una nuova conoscenza basata sulla loro relazione. Ma perché questo avvenga – scrive ancora Rodari – “Occorre una certa distanza tra le due parole, occorre che l’una sia sufficientemente estranea all’altra, e il loro accostamento discretamente insolito, perché l’immaginazione sia costretta a mettersi in moto per istituire tra loro una parentela, per costruire un insieme (fantastico) in cui i due elementi estranei possano convivere. Perciò è bene scegliere il binomio fantastico con l’aiuto del caso.”

Il discreto

Rodari sceglie le parole con attenzione, e in questo brano sorge il legittimo dubbio che le parole “discretamente” e “caso” non siano utilizzate a…caso. Ci raccontava Pietro Greco, infatti, che il favoloso Gianni era un assiduo e costante lettore di pubblicazioni scientifiche tra le quali “Scientific American”. Non è improbabile, quindi, che utilizzi il termine discretamente non tanto riferito al significato comunemente inteso (moderatamente, abbastanza, in modo soddisfacente, ecc…), quanto con un chiaro e ben più radicale riferimento alla fisica della materia, alla sua struttura “discreta” intesa come composizione di particelle ben distinte e distanti con intorno il vuoto a determinarne lontananza. Due parole ben distinte tra loro e discrete quindi, una volta gettate insieme nello “stagno”, attivano il processo immaginativo, quell’erranza che genera una sorta di “esperimento mentale” per narrarle insieme, possibile proprio perché il loro accostamento è “discretamente insolito”. Del resto, a pensarci bene, nella storia della scienza e del pensiero le scoperte o le grandi intuizioni che risistemano il mondo spesso sono la composizione di veri e propri “binomi fantastici”. A cominciare dallo spazio e dal tempo, altro binomio che A. Einstein connette nella sua rivoluzionaria narrazione della teoria della relatività. Ci ricorda Amedeo Balbi come la teoria einsteiniana sia frutto della sua straordinaria capacità di lavorare con l’esperimento mentale che “consiste nell’immaginare una situazione fisica, anche difficile o impossibile da realizzare in pratica, e nell’esplorarne le conseguenze concettuali”. Trovo che questa frase di Balbi sia tra le migliori definizioni anche del processo attivato dal binomio fantastico rodariano, un vero e proprio esperimento mentale, appunto.

Il caso

Facciamoci ora suggestionare dall’altro termine: caso. Va ricordato che poco più di due anni prima della pubblicazione della Grammatica esce “Il caso e la necessità” (1970) del premio Nobel Jacques Monod, un libro che suscita un diffuso dibattito internazionale, che si ritiene abbia avuto lo stesso impatto de “L’origine delle specie” di Darwin. Già l’accostamento nel titolo di quelle due paroline (caso e necessità) fanno pensare a un generoso e generativo binomio fantastico assolutamente controintuitivo per quegli anni, che per il curioso Rodari deve essere stato un invito a nozze. Inoltre, pur a partire da un definito ambito di filosofia scientifica, Monod arricchisce e cambia il significato di “caso” sottraendolo alla vaghezza neutra della semplice fortuità o accidentalità, ma riorientandolo verso il contrasto scientifico e culturale, e dunque anche politico, all’idea che la natura sia il prodotto di una intenzionalità finalizzata, che tenda ad un principio di miglioramento verso la perfezione in ragione di un improbabile progetto intelligente. Per analogia di orizzonte e di principi anticipa quello che due anni dopo sarà “I limiti dello sviluppo” (1972) che per la prima volta accosterà due parole anch’esse fino ad allora tra loro “discretamente insolite”. Primo rapporto del Club di Roma di Aurelio Peccei, lo studio per la prima volta dimostra come l’idea di sviluppo progressivo e illusoriamente “neutrale” basato sull’uso senza limiti delle risorse porterà a notevoli guai per il pianeta. Oggi i guai sono sotto gli occhi di tutti. Questi principi di inconclusione e di non finalizzazione sono anche tra gli assi generativi della letteratura rodariana per decontaminare l’immaginazione da una neutralità che non ha mai avuto. Il caso che Rodari suggerisce come criterio di scelta di due parole per il suo binomio fantastico, quindi, ha questa ricchezza e questa consistenza insurrezionale, in contrasto con il determinismo educativo e con gli intenti previsionali di cui fino ad allora era intrisa la letteratura per l’infanzia. Gli esiti della fantasia, sembra dirci Rodari, tanto per la letteratura che per la scienza, non sono prefigurabili, non possono essere finalizzati come un meccanismo ingegneristico, ma sono frutto di libere e imprevedibili scelte.

Quando due parole distanti si incontrano, dunque, vanno ben oltre una banale tecnica per inventare storie, ma in un vero e proprio processo di ricerca pura, di risistemazione originale e nuova del mondo, generano una nuova teoria grazie all’immaginazione, o se vogliamo all’esperimento mentale. Come scrive il fisico Werner Heisenberg (1901-1976) pioniere della meccanica quantistica e non certo noto come un superficiale farfallone: “Si crede chissà perché che la scienza voglia dire applicazione automatica della logica e di leggi prefissate. Invece l’immaginazione ha un posto decisivo nella scienza, e soprattutto nelle scienze della natura. […] La comprensione dell’organizzazione dei fenomeni è cosa che richiede più immaginazione che pensiero logico”

Sarà proprio la fisica quantistica, con il suo principio di indeterminazione, a fornire una nuova visione narrativa del mondo, mettendo in crisi l’idea “neutralista” della separazione tra osservatore e sistema osservato, e tutto quello che ne consegue. Ma del rapporto tra il gatto di Schrödinger e il nostro Rodari ne parleremo alla prossima puntata…

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