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Gianni Rodari: l’errore come conoscenza

“Sbagliando s’impara, è vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe dire che sbagliando s’inventa” scrive nella Grammatica della fantasia. Perché l’errore è un processo generativo di storie e di saperi

Luciana Romoli, staffetta partigiana della Resistenza romana con il nome di battaglia “Luce”, dopo la Liberazione fu chiamata a lavorare a L’Unità ed in particolare fu segretaria de “Il Pioniere: il settimanale di tutti i ragazzi d’Italia”, che dal 1950 uscì in allegato al quotidiano comunista. Gad Lerner e Laura Gnocchi nel libro Noi partigiani. Memoriale della Resistenza italiana (Feltrinelli, 2020) hanno raccolto anche la sua testimonianza. Luciana racconta che una sera, con un gruppo di altri militanti del P.C.I., si reca a scrivere slogan sui vecchi muri di Lungotevere. Il suo pennello ha appena terminato di tracciare le parole “Pace e Liberta” che si accorge di non aver messo l’accento sulla “a”, ma proprio in quel momento arriva la polizia e tutti gli altri fuggono. Lei invece si ferma quel minuto in più per correggere l’errore, ma anche per essere arrestata e trattenuta 12 giorni. Quando torna al lavoro in redazione così racconta l’accaduto al suo direttore: “…ho scritto ‘Pace e Libertà’ ma non sono scappata al fischio dei compagni. Non potevo. Non avevo messo l’accento sulla “A”. Lui sorrise. E scrisse una poesia sulla mia storia. Il mio direttore era un grande scrittore di storie per ragazzi, un giornalista, un educatore, un poeta. Si chiamava Gianni Rodari”.

Ed ecco “L’accento sulla A”, poi pubblicata su “Le filastrocche in cielo e in terra”.

“O fattorino in bicicletta / dove corri con tanta fretta?” / “Corro a portare una lettera espresso / arrivata proprio adesso”. / “O fattorino, corri diritto, / nell’espresso cosa c’è scritto?” / “C’è scritto – Mamma non stare in pena / se non rientro per cena, / in prigione mi hanno messo / perché sui muri ho scritto col gesso. / Con un pezzetto di gesso in mano / ho scritto sui muri della città / “Vogliamo pace e libertà”. / Ma di una cosa mi rammento, / che sull’a non ho messo l’accento. / Perciò ti prego per favore, / va’ tu a correggere quell’errore, / e un’altra volta, mammina mia, / studierò meglio l’ortografia”.

Oltre a raccontarci uno dei tanti modi per inventare storie e versi, del loro stretto rapporto con i fatti quotidiani e le vite concrete, questa filastrocca offre anche un primo sguardo su quello che per Rodari costituirà uno dei più fecondi costrutti creativi: quello dell’errare. Nel significato anfibio di viaggio e di errore, intimamente connessi in un unico paradigma innovativo per inventare storie, ma che soprattutto è inventare pensiero e conoscenza trasformativi della realtà. “Sbagliando s’impara, è vecchio proverbio. il nuovo potrebbe dire che sbagliando s’inventa” scrive nella Grammatica della fantasia. Perché l’errore è un processo generativo di storie e di saperi che Rodari mantiene in una doppia valenza, e per questo da maneggiare con cura ma senza farsi intimidire. Da un lato c’è l’errore indicatore critico di un modo di pensare, di atteggiamenti e loro espressioni, che descrive così quasi a dipingere l’oggi: «Itaglia», con la g, non è solo una licenza scolastica. C’è davvero gente che grida, anzi, scandisce: «I-ta-glia», «I-ta-glia», con una brutta g in più, cioè con un eccesso nazionalistico e un tantino fascistico dentro. L’Italia non ha bisogno di una g in più, ma di gente onesta e pulita.

L’errore generativo in Gianni Rodari

Poi c’è l’altro errore, quello nell’erranza: una feconda imperfezione che porta a scoprire e inventare nuove storie e nuova conoscenza indossando un nuovo paio d’occhi con i quali intraprendere il viaggio di ricerca, come sosteneva Proust. L’errore è l’”imperfezione” che genera storia come è ben chiaro ne Il libro degli errori ( 1964) dove ogni storia nuova parte da un serissimo espediente narrativo dell’errore, con il suo andare fin dove l’errare ci porta. C’è il Ghiro d’Italia che nessuno vedrà mai passare in volata perché è una bestia senza fretta. Ci sono le avventure del Professor Grammaticus che prova ad inventare la riforma della grammatica. C’è anche quel grosso moscone che, avendo sentito parlare di un piccolo ippopotamo, intraprende la caccia per diventarne proprietario, scoprendo “non senza umiliazione, che un piccolo ippopotamo è sempre un po’ più grosso di un grossissimo moscone”. L’errore genera una narrazione interlocutoria con quello che non sappiamo ( e con ciò che non sappiamo di non sapere), uno spiazzamento dallo stereotipo e la conoscenza controintuitiva rispetto all’ordine del pensiero stabile e perfetto. Come ci ricorda Vanessa Roghi “Ogni forma di capovolgimento della realtà può essere utile per immaginare, esercitare il pensiero utopico: anche l’errore.” È l’ignoranza generativa, l’ignoranza buona (non quella di I-ta-glia! I-ta-glia!) che utilizza il paradigma dell’imperfezione per viaggiare e scoprire. Come ci dice il filosofo della scienza Telmo Pievani: “Dove c’è imperfezione, c’è qualcosa che accade, un evento, un processo, un mutamento, una relazione. […] Dove c’è perfezione è già successo tutto. […] Le alternative sono finite. Non rimane più nulla da narrare.” Per fare una buona testa, sembra dirci Rodari, dobbiamo assumere l’errore come risorsa per il cambiamento, come paradigma educativo ed insieme narrativo, nell’ambito della unità del sapere e della conoscenza in cui la letteratura, la scienza, l’educazione si fondono in nuova vitalità grazie alle reciproche interrogazioni e interazioni. Nella sua storia Il grande inventore, infatti, racconta di un giovane che sogna di diventare un grande scienziato. Studiò tanto, fece esperimenti e “riuscì ad inventare i buchi nel formaggio. Ma poi seppe che erano già stati inventati.” Provò e riprovò studiando, faticando e sbagliando finché finalmente, dopo tanti insuccessi, inventò una macchina per andare sulla Luna e un treno che consumava appena un granello di riso ogni mille chilometri. Diventò un grande scienziato. “Però – conclude il finale – il sistema di diventare scienziati senza fare errori non riuscì ad inventarlo nemmeno lui, e forse non lo inventerà mai nessuno”. Perché l’errore è un segno distintivo, una condizione della complessità. E ci consente, tramite la poetica e la letteratura rodariana, di imparare la narrazione del mondo come costrutto in cambiamento permanente incardinato sull’incertezza, sull’imprevedibilità, sull’indeterminazione. Se poi si cerca un paese senza errori, come scrive Rodari nell’ultima storia del libro, non si troverà mai. Perché spesso nei paesi gli errori sono prodotti di ignoranze cattive (paesi senz’acqua, addirittura paesi senza paesi…). I-ta-glia! I-ta-glia! Insomma. E forse è meglio se ci si ferma in un posto qualunque, e di tutti quegli errori se ne corregge un po’.

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