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Gianni Rodari: “La torta in cielo” e i buchi neri

Lo scrittore intuisce e anticipa alcuni temi in un periodo di grande sovvertimento sociale. La a scienza e l’immaginazione verso l’impegno per un mondo migliore

Siamo all’inizio del racconto “La torta in cielo” ambientato nel quartiere romano del Trullo. Gli abitanti si accorgono improvvisamente di un oggetto volante che incombe lassù in alto sulle proprie teste. “La gente cominciò a gridare e a correre da tutte le parti. Finestre si aprirono, altra gente si affacciò a curiosare, immaginando il solito incidente d’auto, poi guardò in su, e allora ci fu un gran chiamare e sbattere di imposte e rotolare di avvolgibili e ciabattare per scale e cortili.

– Li marziani!

– Er disco volante!

– Andiamo, sarà un’eclisse.

“La cosa”, effettivamente, pareva un gran buco nero nel cielo, e aveva intorno una corona limpida e azzurra”.

Pareva un gran “buco nero”, scrive Rodari, termine astrofisico oggi nel linguaggio comune con un significativo dettaglio come ha fatto notare Pietro Greco, uno dei divulgatori scientifici più importanti nel nostro Paese. Siamo nel 1964 e “La torta in cielo” viene pubblicata a puntate sul “Corriere dei Piccoli” dello stesso anno, ma soltanto nel 1967, tre anni dopo, il fisico Jhon Archibald Wheeler conierà il termine divulgativo black hole per chiamare quei corpi celesti completamente collassati dal punto di vista gravitazionale, dotati di una attrazione talmente forte da non consentire neanche l’uscita della radiazione elettromagnetica, oltre che della materia.

Suggestione aggiuntiva. Nel 2019 viene per la prima volta ottenuta un’immagine di buco nero individuato nella galassia Messier 87 grazie al radiotelescopio EHT, con grande effetto comunicativo pubblico oltre che sulle riviste scientifiche. L’immagine diffusa rappresenta un’area circolare buia con “intorno una corona limpida’.

Preveggenza? Premonizione? Profezia? No, ovviamente, almeno non più di quanto siano stati profetici Jules Verne con il suo viaggio sulla Luna, o Isaac Asimov e i suoi cervelli positronici di intelligenza artificiale soggetti alle leggi della robotica.
Connettere elementi allotri genera visioni comuni alla narrazione fantastica e alla narrazione scientifica, accomunate nelle scritture rodariane dall’impegno civile e sociale per cambiare il mondo, e proprio per questo dalla modificazione radicale dei paradigmi di costruzione della conoscenza. Ad iniziare da due aspetti sostanziali che legano, con statuti differenti ma in territori innovativi analoghi, sia la letteratura e la pedagogia rodariana sia  l’ambientalismo scientifico: da un lato quello di ridurre la separazione tra saperi umanistici, sociali e scientifici, dall’altro quello di sottrarre tanto l’educazione quanto la scienza ai binari deterministici della loro supposta “neutralità” verso un’azione di impegno politica e civile. Gramscianamente, come sottolinea Pino Boero, nella poetica rodariana “davanti al pessimismo della ragione stanno la scommessa dell’invenzione, l’ottimismo della volontà, l’impegno a costruire un uomo completo”.

La sovversione allo status quo

Tra gli anni 50’ e gli anni 70’ del secolo scorso si fanno strada quei pensieri di innovazione che, in ambiti di esperienze e campi differenti, concorrono a generare una sorta di albero della complessità non necessariamente con intenzionalità condivise o esplicitamente collegate, spesso in una sorta di equilibri punteggiati. Essi costituiscono forti stimoli, sovversioni, attivatori di conflitto con lo “status quo” mettendo in discussione l’assetto dei poteri, parte dei loro modelli culturali di riferimento e le gabbie disciplinari, le ragioni della loro nudità lineare e finalizzata all’idea di progresso illimitato. Proviamo a tracciarne dei sommari riferimenti attraverso alcune delle pubblicazioni significative. In campo educativo Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, e qualche anno prima la critica stringente di Aldo Visalberghi al determinismo educativo, aprono profonde crepe nella concezione della scuola e della sua funzione, inondandola con la centralità del contesto sociale e democratico. Inoltre la nascita e l’azione del Movimento di Cooperazione Educativa fin dagli anni 50’, con il quale Gianni Rodari collabora attivamente, percorre e sperimenta controintuizioni pedagogiche orientate alla integrazione sociale, alla strategia di cooperazione, alla sovversione di ruolo di una scuola da permeabilizzare con l’esterno. “C’è una scuola grande come il mondo./Ci insegnano maestri e professori,/avvocati, muratori,/televisori, giornali,/cartelli stradali,/il sole, i temporali, le stelle.”(Rodari. Il libro degli errori, 1964). Nel campo scientifico e ambientale le varie declinazioni del determinismo lineare di progresso, inteso come legittimazione dell’esistente in ragione del modello di sviluppo ad ogni costo sociale ed ambientale, sono sottoposte a profonde revisioni critiche. Tra queste, in campo ecologico, ha un’importante funzione attivatrice Primavera silenziosa di Rachel Carson, tradotta e pubblicata in Italia nel 1963. Seguiranno intorno agli anni settanta elaborazioni e riflessioni che daranno spazio a dibattiti sempre meno marginali e più efficaci, come ad esempio quelle di Jacques Monod con Il caso e la necessità e Il cerchio da chiudere di Berry Commoner . Inoltre I limiti dello sviluppo curato da Aurelio Peccei (1972) lancia l’allarme “..sui dilemmi dell’umanità” perché “coll’avvento dell’era tecnologica, qualcosa di fondamentale deve essere modificato nelle nostre istituzioni e nei nostri comportamenti”.

Rodari, prima giornalista all’Unità e poi a Paese Sera, respirava questo clima, particolarmente attento come era ai cambiamenti culturali del suo tempo. Non si tratta di stabilire con precisione contaminazioni dirette e influenze, va però sottolineato che egli intuisce e anticipa alcuni di questi temi che entreranno di lì a poco nel dibattito pubblico, mentre la letteratura per l’infanzia di quel periodo ne resta quasi completamente sorda, anzi per lo più è molto attenta ad escluderli come pericolose tematiche politiche alle quali sottrarre le menti innocenti dei “tenui virgulti”. Rodari con le sue storie e i suoi versi, ma anche con i suoi contributi di riflessione educativa e letteraria, percorre una “via fantastica” della complessità interagendo con alcuni dei suoi paradigmi più significativi. Individua la fantasia come ramo espressivo e rilevante dell’albero, concorrendo a suo modo a quella “primavera” dell’ecologia e dell’ambientalismo scientifico, come la chiamò Giorgio Nebbia, tra la fine degli anni 60’ e l’inizio del decennio successivo. Le sue narrazioni infatti sottraggono la scienza agli stereotipi di determinismo e infallibilità, ed insieme sottraggono il processo fantastico al pregiudizio comune di astrattezza irreale e sostanziale inutilità pedagogica; in qualche modo, quasi in un principio quantistico di sovrapposizione, li unifica restituendo alla scienza dignità fantastica e di enzima di cambiamento, e alla letteratura la pratica civile di questa fusione in termini di valori narrati e di futuro migliore da costruire.

Una fusione a caldo che lui esprime, già pienamente matura e consapevole, nel discorso di ringraziamento per il Premio Hans Christian Andersen ricevuto nel 1970, tre anni prima della pubblicazione di “La grammatica della fantasia” nella quale, con il suo stile inconfondibile, traccerà anche di questi aspetti profili teorici. Tema centrale del suo discorso, infatti, è proprio la scienza nella personificazione del signor Newton il quale “…una volta, se è vero quello che raccontano, stava seduto sotto un albero di mele e gli cadde una mela in testa.” Al contrario di quello che avrebbe fatto chiunque altro, continua a raccontare Rodari, egli invece inizia a porsi un sacco di domande tanto che qualsiasi persona senza immaginazione lo avrebbe giudicato assolutamente poco serio. E invece:

“…io penso che il signor Newton abbia scoperto le leggi della gravitazione universale proprio perché aveva una mente aperta in tutte le direzioni, capace di immaginare cose sconosciute, aveva una grande fantasia e sapeva adoperarla. Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un vero scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora e scoprirle, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo”.

Alla capacità di connettere fatti sparsi, come già aveva sottolineato Charles Darwin, egli inforca quel paio di occhiali in più che portano insieme la scienza e l’immaginazione verso l’impegno per un mondo migliore orientato da scelte di giustizia non ambigue, che oggi chiameremmo di cittadinanza attiva. Tanto che verso la conclusione del suo intervento, a proposito dell’inventare, aggiunge: “Il vero problema è di riuscire a dire cose giuste per farle diventare vere”. Probabilmente questa frase potrebbe ancora oggi essere annoverata tra le significative narrazioni dell’ambientalismo scientifico e visione del nuovo umanesimo che esso prospetta.

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