Gela: un’eredità ingombrante

Il processo di conversione del polo industriale di Gela procede a rilento. Delle bonifiche nessuna traccia, mentre Eni continua a investire sul fossile. L’ecomostro, ancora
in vita, chiede un conto salato alla salute della popolazione Una storia che rischia di ripetersi

GELA- PROVINCIA DI CALTANISSETTA-SICILIA-IL POLO INDUSTRIALE  FOTO DI © NICOLA PINO/CONTROLUCE/SINTESI

Un territorio malato, ostaggio di un farraginoso processo di conversione industriale, con prospettive sociali e occupazionali affatto rassicuranti. È questo il referto che il V rapporto “Sentieri” ha delineato per il Sin di Gela, una città che fatica a smaltire le scorie del polo petrolchimico entrato in funzione nel 1963. Di quel polo, voluto da Enrico Mattei per farne un hub strategico al centro del Mediterraneo, oggi non resta che un’eredità pesantissima da gestire: 795 ettari di suolo e 46 chilometri quadrati di area marina da bonificare, su cui campeggiano gli scheletri di una raffineria, di una centrale termoelettrica, di centri di stoccaggio, pipeline e discariche di rifiuti industriali. Un ecomostro ancora in vita, che chiede un conto salatissimo alla salute della popolazione locale.

Effetti sulla salute
In questa intera zona, perimetrata dal 1990 con un delibera del Consiglio dei ministri come “area ad elevato rischio di crisi ambientale”, il rapporto “Sentieri” ha riscontrato una fitta rete di inquinanti inorganici (arsenico, cadmio, cobalto, cromo esavalente, mercurio e composti, nichel, piombo e piombo-alchili, vanadio, rame) e organici (Btex, cloruro di vinile, esaclorobenzene, etilbenzene, idrocarburi C<12 e C>12, idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani, tetracloroetilene, 1,2 dicloroetano), che contaminano aria, suolo, corpi idrici superficiali e sotterranei, fino ad arrivare al pescato, alimento al centro della catena alimentare locale. Gli effetti sui residenti sono devastanti. Lo dimostrano l’eccesso di oltre il 50% delle malformazioni congenite all’apparato urinario e genitale, e i casi ben al di sopra della media nazionale di tumori allo stomaco, al colon e all’apparato respiratorio, ma anche di malattie dell’apparato circolatorio e cerebrovascolari. Si segnala, inoltre, un rischio maggiore di tre volte rispetto all’atteso di patologie neoplastiche in età pediatrica e, fra i giovani adulti, una marcata incidenza di tumori dell’apparato nervoso centrale. I risultati sono un aumento della mortalità tanto fra gli uomini (+ 7%) quanto fra le donne (+ 15%) e migliaia di ricoverati che sistematicamente finiscono con il mettere a dura prova il sistema ospedaliero del territorio.
«Lo spegnimento nel 2014 della raffineria di Gela ha portato a un graduale abbassamento delle emissioni in atmosfera di sostanze industriali nocive – spiega Fabrizio Bianchi, epidemiologo dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr – Resta però irrisolto il problema della contaminazione del suolo e delle acque superficiali e di falda, perché finora è sempre stata rimandata una bonifica spinta dell’intera area. Il rischio concreto per la città è di seguire percorsi di deindustrializzazione finiti male, come quello di Massa Carrara, dove il processo è stato avviato trent’anni fa ma si continuano a registrare stati di salute molto anomali e alterati».

Le scelte del cane a sei zampe
Insieme all’acuirsi di questa emergenza sanitaria si consuma, in parallelo, il deteriorarsi del tessuto socio-economico di Gela e il suo spopolamento. Una conseguenza inevitabile fino a quando alla dismissione dei vecchi impianti non farà da contraltare un piano di investimenti strutturato per risanare realmente l’ex polo industriale, rilanciandone la produzione in direzione ecosostenibile. La questione è al centro del dossier “Enemy of the planet”, presentato a luglio, con cui Legambiente ha raccolto numeri e storie per mettere in discussione le politiche energetiche portate avanti da Eni in Italia e nel mondo. Scelte che restano ancorate allo sfruttamento delle fonti fossili e che lasciano ai margini gli investimenti sulle rinnovabili. Come dimostra l’accordo su Gela tra la compagnia, il governo, la Regione e il Comune del 2014 che prevedeva investimenti per 2,2 miliardi di euro, di cui 1,8 per l’estrazione di gas e di petrolio nel Canale di Sicilia, e solo 400 milioni per le bonifiche del sito industriale e per la realizzazione della bioraffineria. Di questo impianto, progettato da Eni per produrre, una volta a regime, circa 700.000 tonnellate di biocarburanti (biodiesel, bionafta e biogpl) all’anno, non convince soprattutto il modo in cui verrà alimentata: olio di palma e di soia, frutto della distruzione di foreste vergini, di brughiere e di praterie e, al contempo, capaci di determinare emissioni indirette di CO2 superiori a quelle derivate dal petrolio, rispettivamente, di tre e due volte. Dinamiche che si sommano all’intenzione della società energetica da un lato di realizzare proprio a Gela una piattaforma per incrementare lo sfruttamento dei giacimenti di metano estratto a poche miglia dalla costa, dall’altro di far transitare lungo i suoi fondali alcuni miliardi di metri cubi di metano all’anno prelevati da Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

Il blitz di Goletta Verde
«Di fronte a queste scelte la nostra preoccupazione è che si continui a perdere tempo – commenta il presidente di Legambiente Sicilia, Gianfranco Zanna, in prima linea nell’incursione di Goletta Verde dello scorso 23 luglio di fronte all’ex polo industriale di Gela – La bioraffineria di Eni comincerà a lavorare con olio di palma ma presto potrebbe passare all’utilizzo di oli e grassi vegetali e animali esausti. La speranza è che questo annuncio si concretizzi in qualcosa di concreto. Sarebbe un modo per accelerare la raccolta differenziata di oli esausti in tutta la Sicilia». Senza l’attivazione di questo processo circolare, la bioraffineria sarà destinata a essere un corpo estraneo rispetto al territorio. Facendo così tramontare l’ennesimo tentativo di veder sorgere una nuova Gela dalle ceneri del petrolchimico.