Il gasdotto della discordia

L’Europa vuole essere capofila nella lotta ai cambiamenti climatici ma continua a investire in combustibili fossili. Come nel caso del Tap, che per il Global sustainability institute potrebbe rivelarsi un clamoroso boomerang / Via libera alla centrale Snam di Sulmona

mappa su cui è tracciato il "percorso" del Trans Adriatic Pipeline

Partendo dal confine greco-turco, attraversa la Grecia settentrionale, l’Albania e il mare Adriatico per approdare sulla costa salentina, in provincia di Lecce. Sembrerebbe un itinerario romantico, se non stessimo parlando di un gasdotto. E se ne parla da tempo, in chiave locale, nazionale, emozionale, industriale, sfiorando soltanto la questione dell’impatto ambientale e della prospettiva europea della grande opera in corso nel sud della Puglia.

Il Tap, acronimo di Trans Adriatic pipeline, è destinato a trasportare gas naturale: meno inquinante del carbone, ma comunque un combustibile fossile. Come di recente è stato precisato dall’Autorità di regolazione della pubblicità in Olanda contro un quotidiano locale e contro la compagnia del gas Nam, che avevano proclamato il gas naturale “il più pulito dei combustibili”. “Pulito” è un termine improprio, se riferito al gas – è insorta l’autorità regolatrice.

Allora, come sono compatibili i nuovi finanziamenti della Banca europea per gli investimenti (Bei) indirizzati al Tap? Un miliardo e mezzo di euro è lo stanziamento approvato dal consiglio di amministrazione della Bei lo scorso febbraio. L’opera si inscrive nel Corridoio meridionale del gas (Southern gas corridor, Sgc), “d’importanza strategica per la politica energetica dell’Unione Europea”. Questa la motivazione data dal Cda della Banca. E l’accordo di Parigi per limitare il riscaldamento globale? E la Cop23 di Bonn? E il One planet summit tenutosi ancora a Parigi lo scorso dicembre? Sono solo alcuni degli appuntamenti dove i governi si sono impegnati per salvare il pianeta dal disastro ambientale. E dove l’Europa ha assunto il ruolo di guida.

Ma come può ergersi a modello virtuoso l’Europa impegnata a supportare Tap? È quanto si chiede il professor Aled Jones, direttore del Global sustainability institute di Cambridge, in un articolo pubblicato su “Energypost.eu”. “Se l’Europa vuole davvero perseguire con successo un cambiamento verso l’energia verde – e questa transizione è parzialmente in corso – allora il progetto del gasdotto potrebbe rappresentare un rischio per la finanza pubblica.” Secondo lo studioso, infatti, “un problema chiave è il messaggio inviato al settore privato, dove l’energia rinnovabile è sempre più vista come un buon investimento”. Tecnologie una volta considerate come troppo rischiose o troppo costose sono ora competitive rispetto al prezzo dei combustibili fossili e costituiscono un motore per l’economia circolare.

Aled Jones sottolinea che “la posizione ufficiale dell’Europa è considerare il gas naturale come un combustibile più pulito, ponte fra carbone e rinnovabili. Ma gli alti tassi di perdite e il potente impatto termico del metano (prima componente del gas naturale) potrebbero comportare un impatto climatico equivalente o superiore a quello del carbone. Una quantità abbondante di gas naturale potrebbe inoltre tardare lo sviluppo di energie rinnovabili”.

Tutte queste valutazioni sono state, ad esempio, superate bene dalla città di New York. Il sindaco Bill de Blasio, all’inizio del suo secondo mandato, lo scorso gennaio ha annunciato che verranno ritirati gli investimenti, pari a circa 5 miliardi di dollari, dalle società di petrolio e gas, ritenute responsabili del riscaldamento globale e di alcune delle calamità che hanno colpito gli Stati Uniti in questi anni. Per guidare la rivoluzione ecologica e tecnologica, dunque, l’Europa deve affrontare le decisioni in merito alla strategia energetica e bloccare il progetto Tap. “Un gasdotto non è la tecnologia del futuro”, ci ricorda il direttore del Global sustainability institute.