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G8 a Genova, Giovanni Mari: “Tutti abbiamo visto la sospensione della democrazia ma nessuno ha creduto stesse accadendo davvero”

A colloquio con il giornalista de “Il Secolo XIX”, che nel suo “Genova, vent’anni dopo” ripercorre i fallimenti che hanno segnato le dolorose giornate del 2001

“Si deve continuare a parlare del G8 perché racconta l’irresponsabilità e le responsabilità politiche che in quei giorni a Genova spedirono centinaia di innocenti negli ospedali, che portarono a pestare selvaggiamente 90 ragazze e ragazzi mentre dormivano in una palestra. A cancellare una straordinaria piattaforma politica, ancora necessaria”. A parlare è Giovanni Mari, caporedattore del Secolo XIX, allora giovane cronista per lo stesso quotidiano. Nel luglio del 2001 era uno dei giornalisti che si trovava sotto la scuola Diaz, passata agli orrori della cronaca per la “macelleria messicana”, come la definì il vicequestore Fournier, operata da uomini in divisa. A quei giorni, “alla più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” per usare le parole di Amnesty International, Mari dedica il libro Genova, vent’anni dopo. Le intenzioni dell’autore sono chiare già dal sottotitolo: “Storia di un fallimento”.

A quei giorni, “alla più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” per usare le parole di Amnesty International, Mari dedica il libro Genova, vent’anni dopo

Il tuo libro non è una commemorazione, dici di averlo scritto per liberarti dall’angoscia. Con quale angoscia hai convissuto tutto questo tempo?

Quella di una ferita aperta che non si rimargina ma fa talmente male che non riesci a urlare. L’angoscia del non capire com’era potuto succedere. Non sono complottista e non posso credere che sia stato tutto preorganizzato, l’unica risposta che mi sono dato è quella di uno sbandamento generale del sistema pubblico: pubblico perché è soprattutto dello Stato e perché è accaduto alla luce del sole. Tutti abbiamo visto quella sospensione della democrazia ma nessuno in quei giorni ha creduto stesse accadendo davvero. Da genovese ne ho avuto una visione plastica quando due giorni prima del G8 è stata costruita la zona rossa. Provate a immaginare una città abituata a vedere il mare che si vede costruire dentro il suo cuore un muro alto 3 metri, dove per andare a casa bisognava esporre il passaporto. Una città senza cassonetti della spazzatura, svuotata. La gente è stata mandata via con tecniche sottili: quando si diffonde la notizia che sono stati comprati 200 sacchi mortuari, che il carcere è stato parzialmente svuotato perché si aspettano centinaia di arresti, quando compare sulla pista dell’aeroporto una batteria missilistica anti aerea, quale vuoi sia la reazione?

La storia che racconti si può restringere nei giorni che vanno dal 17 marzo all’11 settembre 2001. Perché queste due date, cosa succede?

Cambia il mondo in quei mesi, guardiamo l’Italia: a marzo c’era un governo di centrosinistra, a settembre uno di centrodestra. C’è l’insediamento di Bush negli Usa, che cambia radicalmente la scena politica internazionale. C’è una stretta nel controllo sociale che non riguarda solo i no global ma tutti. Il 17 marzo un gruppo di manifestanti è accerchiato e picchiato brutalmente dalle forze dell’ordine a Napoli, in un vertice marginale ma che avrà grande peso nei mesi che portano al G8. A Genova l’esercizio di Napoli è portato alla massima potenza. A settembre l’emergenza democratica e la pesantezza dei provvedimenti pubblici italiani spariscono insieme alle Torri Gemelle. In quel momento tutti i direttori di giornale del mondo buttano via i dossier sul G8. Comincia una nuova era: è il momento di stringersi a corte e guardare al nuovo nemico senza leggerezze. Arriviamo ad assistere alla scena umiliante di Agnoletto e altri portavoce del Genoa social forum costretti a prendere le distanze da Osama Bin Laden… Bisognava dirla questa cosa?

“Un brutale e insopportabile fallimento di tutti i soggetti in campo”, scrivi a proposito del G8. Dire che tutti hanno fallito non appiattisce le differenze? È giusto mettere sullo stesso piano classe politica e forze dell’ordine da una parte e movimento dall’altro?

Non li metto sullo stesso piano, dico che ciascuno per la sua missione ha fallito. Lo Stato doveva garantire un G8 efficiente e il diritto a manifestare. Il vertice non ha concluso niente, a cominciare dall’obiettivo principale della lotta alla povertà. Le forze dell’ordine hanno fallito nella maniera più sgangherata perché hanno assunto un atteggiamento militare, contravvenendo alla riforma del 1981 (quella che ha “smilitarizzato” il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, costituito la Polizia di Stato e ridisegnato il sistema della pubblica sicurezza, nda), ma sbagliando anche a livello tattico. I carabinieri in via Tolemaide, dopo una carica immotivata e illegittima e un primo impatto sui manifestanti travolti da lacrimogeni e manganelli, hanno la peggio: sono costretti a scappare, ad alzare la pistola verso il cielo almeno 18 volte, ad abbandonare i blindati perché non ne venivano fuori, a creare la sacca di piazza Alimonda dov’è stato ucciso Carlo Giuliani. C’è poi il fallimento dell’intelligence, quello dei partiti politici… basti pensare ai Ds (i Democratici di sinistra, che con la Margherita daranno vita al Pd, nda). Nel pomeriggio di sangue di venerdì 20 luglio il segretario Fassino annulla la partecipazione al corteo del giorno seguente, tradendo il ruolo di vigilanza democratica che spetterebbe al principale partito di opposizione.

Il movimento?

Dispiace dirlo ma neanche il movimento è riuscito nel suo obiettivo. Troppi errori, da quelli politici ai più pratici. Un’alleanza così grande da un lato lasciava troppa libertà mediatica a gruppi meno condizionati come tute bianche e centri sociali, dall’altro cercava risposte che coinvolgessero tutti ma era difficile riunire, se non in macro obiettivi, la suora, il campesinos e il metalmeccanico. E poi, anch’io sono a favore della rappresentazione della radicalità di un movimento, ma in quelle condizioni tentare di inscenare un’irruzione nella zona rossa è stato un errore.

Nel libro insisti sulla responsabilità dei vertici di polizia ma non si può negare la responsabilità anche di tantissimi singoli che stavano in strada, nella Diaz, a Bolzaneto. Com’è possibile che i nostri agenti non abbiano ancora codici identificativi, che il solo parlarne sembra lesa maestà?

È una malattia italiana. Chiunque va in Germania si imbatte immediatamente nel processo culturale che i tedeschi hanno affrontato dopo quello che è successo nel secolo scorso (il nazismo, nda), noi preferiamo rimuovere… Intanto è successo che il capo di polizia e capo del sistema di sicurezza del G8 non solo è rimasto al vertice ma ha scalato le gerarchie dello Stato per i successivi 15 anni. Se tu, governo di destra e di sinistra, continui a promuovere e tutelare chi quel giorno ha gestito l’ordine pubblico, è evidente che escludi la possibilità di riconoscergli colpe. E questo è stato uno scudo fenomenale, per De Gennaro e per tutto l’apparato. Gabrielli, il nuovo capo della polizia, ha corretto un po’ il tiro dicendo che ci fu tortura nella Diaz e a Bolzaneto, che al posto di De Gennaro si sarebbe dimesso e ribadendo che la polizia non combatte un nemico ma difende e tutela il cittadino. Questo discorso per 15 anni non è stato fatto perché il centrodestra al governo aveva bisogno di ostentare il pugno di ferro per un discorso di eterna propaganda elettorale. Il centrosinistra era invece eternamente debole e a marzo 2001 finge di non vedere Napoli per paura di sembrare vicino ai centri sociali e perdere l’elettore moderato. Nel 2006 torna al governo ma è fragile e teme di non convincere i cittadini che chiedono quella sicurezza messa continuamente in pericolo in tv.

E i tanti casi di singoli appartenenti alle forze dell’ordine?

Il singolo poliziotto è l’ultima ruota del carro. Non assolvo tutti i poliziotti e carabinieri di Genova, quelli che hanno preso a calci chi già era a terra sono delinquenti, ma non tutti erano teste calde. La colpa era di chi li doveva comandare e non l’ha fatto, o l’ha fatto male. Di chi doveva dare ordini e non li ha dati, o li ha sbagliati, o li ha dati con dolo. La colpa è di chi non li ha formati: il poliziotto si sentiva autorizzato a spaccare la testa alle “zecche comuniste” ma non aveva la minima idea di cosa volesse dire affrontare una piazza per motivi politici. Quando schieri interi contingenti in una città che non conoscono ad affrontare una piazza che non conoscono, sotto il sole, infarciti di balle come quella che i manifestanti li avrebbero bersagliati di palloncini pieni di sangue infetto, reagiscono così. Non è un’assoluzione ma dire: attenzione, c’è un corpo molle che sbanda e al comando un pugno di persone che per biechi interessi di bottega – essere confermati dopo il cambio di governo – o per insipienza, o per incapacità, o perché sprezzanti verso chi protesta dà ordini, o non li dà, capaci di far saltare il sistema.

Non è una beffa che i giovani che protestavano nel 2001 perché non si sentivano garantiti dall’economia globale sono i precari che oggi vivono in un mondo peggiore?

Sì, certamente. La beffa è anche quella di non aver capito dove stesse andando il mondo dell’occupazione. Penso al sindacato, che arrivava nel 2001 balbettante, altalenandosi fra qualche concessione al riformismo in tema flessibilità e che in piazza mandò solo la Fiom. Gli altri non c’erano. Perché non hanno portato la loro ricetta sull’occupazione, sui salari? C’erano i Cobas ma la Cgil mancava… Mancò una grande forza della difesa del lavoro. Anche in questo il movimento fu abbandonato e non seppe trovare una sua via. Il risultato lo vediamo oggi: a Genova stanno preparando le manifestazioni per il ventennale, ed è triste vedere che siamo sempre noi, ma un po’ meno.

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