domenica 16 Maggio 2021

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Futuro nero

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Un futuro senza petrolio. Considerata la finitudine della risorsa e i tempi geologici necessari per la riformazione di questo combustibile fossile, l’affermazione può dirsi esatta. Eppure parliamo di un futuro remoto, poiché nei prossimi cinquant’anni difficilmente assisteremo a una diminuzione radicale della produzione e del consumo di petrolio. Una pessima notizia soprattutto per il clima: sebbene in calo, il petrolio continuerà a costituire almeno il 30% del mix energetico globale, con conseguenze disastrose sulle emissioni. Secondo il guru ambientalista Bill McKibben servirebbe un forte disinvestimento su fonti fossili a livello globale. La campagna internazionale di 350.org diretta a questo obiettivo sta mostrando interessanti risultati, ma lo scenario globale sembra provare che i mercati, senza un vero accordo internazionale legalmente vincolante, difficilmente vivranno una vera svolta “post-fossili” prima della seconda metà del secolo. Quando potrebbe essere ormai troppo tardi.

Nodo demografico

Il recente crollo dei prezzi del petrolio (il West Texas intermediate vale oggi 52 dollari, 97,91 nel 2013) evidenzia la capacita dei produttori di petrolio sauditi di poter sostanzialmente incrementare la produttività. Altro scenario: le riserve americane sono ai livelli più alti degli ultimi ottant’anni (si vedano gli immensi depositi di Cushing, Oklahoma, sui quali si basano i contratti sui future del West Texas intermediate). Anche sottoterra si parla di nuove, terribili stime. Ben 4.000 miliardi di barili di petrolio sarebbero disponibili nel solo Nord America, sostiene Amy Myers Jaffe, super esperta di riserve petrolifere della Rice university. Insomma, tutte le stime sono state riviste: c’è più petrolio di quanto pensavamo fosse rimasto. Il peak oil, il picco della produzione petrolifera, sembra si sia allontanato di almeno 25 anni. Ciò è accaduto sia grazie al boom del petrolio non convenzionale (shale oil, tar sands) che a innumerevoli scoperte in nuove aree geografiche (Africa subsahariana, Indocina, Artico). Il crollo dei prezzi è solo temporaneo e non spaventa i grandi operatori. Certo l’unconventional oil, che necessita costi estrattivi superiori al greggio tradizionale, ha risentito del crollo dei prezzi, ma solo superficialmente: fino a marzo la produzione da fonti shale negli Stati Uniti è rimasta inalterata. Al momento ad aver perso il posto di lavoro sono le migliaia di persone impiegate in maniera flessibile nelle operazioni di ricerca e sviluppo. Una tempesta che dovrebbe placarsi entro la metà del 2016. Secondo analisti come Leonardo Maugeri della Harvard university (ex Eni), se si protraesse la caduta dei prezzi, ben sotto i 40 dollari, il settore estrattivo non convenzionale potrebbe sentire l’impatto in maniera duratura. Ma da Houston a Riad, analisti di mercato come Ihs sono concordi sul fatto che nel medio termine i prezzi torneranno ad assestarsi sopra i 65 dollari, addirittura prima della fine del 2016. Basterà un nuovo aumento di 15-20 dollari e si riapriranno le esplorazioni nel continente africano (fra le più promettenti nel 2013, specie in Angola, Mozambico e Congo), riprenderanno le operazioni di costruzione di pozzi in Nord America di unconventional oil (specie in Canada). E purtroppo i big player del settore petrolifero torneranno a battagliare per perforare off shore nelle zone artiche (lo stanno già facendo). Il vero elemento da considerare non sono però i prezzi, ma la curva domanda/offerta. Secondo il Bp Energy Outlook 2014 (report redatto dal colosso petrolifero British Petroil), fra il 2011 e il 2030 la domanda energetica crescerà di uno strabiliante 36%. Il dato demografico è rilevante: 1,3 miliardi di persone in più rispetto a oggi useranno energia e avranno accesso a mezzi di trasporto, oltre 800 milioni di persone entreranno a far parte della classe media globale (avranno cioè un guadagno giornaliero medio di almeno 20 dollari). La crescita demografica e l’uscita dalla povertà di una fetta rilevante della popolazione compenseranno la riduzione dei consumi di petrolio. Secondo Lester Brown, presidente dell’Earth policy institute, la variabile demografica resta il nodo principale. «Sempre più persone si muovono verso l’alto della catena alimentare, sempre più persone escono dalla povertà per abbracciare uno stile di vita occidentale».

La battaglia cambia fronte

Visitando oggi numerosi paesi in via di sviluppo si ha l’impressione che il petrocapitalismo difficilmente svanirà a breve. Nonostante le rinnovabili corrano come non mai (responsabili del 22% della produzione mondiale di elettricità secondo l’Iea, International energy agency). Nonostante ci sia una crescente opposizione ai combustibili fossili (dalla campagna Beyond coal sul carbone allo sforzo globale di 350.org sul disinvestimento in corporation petrolifere). Nonostante il mercato del carbone stia subendo un reale contraccolpo (la Cina ha ridotto i consumi del 2,9%, gli Usa hanno chiuso un numero record di centrali). Per il petrolio non è la stessa cosa. Carburanti per velivoli e automezzi, combustibili per generatori, derivati (fertilizzanti, plastiche): prodotti che continuano a richiedere sempre più petrolio. E dove cresce questa domanda è soprattutto nei paesi di nuova industrializzazione o in via di sviluppo: Cina, Brasile, India, ma anche tanti Stati di medie dimensioni come Indonesia, Etiopia, Malesia e Cile. Secondo l’Iea e il report Bp, il 93% della crescita dei consumi di petrolio verrà da paesi non Ocse. Prendiamo la Bolivia: con un aumento del Pil annuo del 5,4% e una crescente flotta di auto e conseguentemente di richiesta di energia ha visto un aumento radicale dei consumi petroliferi interni, estraendo principalmente dai pozzi della regione del Chaco. Nonostante sia uno dei proponenti di un accordo sul clima fra i più stringenti e visionari, il presidente Morales non ha esitato a incrementare la produttività dei pozzi controllati dalla società statale Yacimientos petrolíferos fiscales bolivianos. Il Myanmar, paese con più abitanti dell’Italia, che sta vivendo un periodo di boom economico senza precedenti dopo l’apertura ai mercati internazionali voluta dalla giunta militare: le riserve ufficiali sono stimate in 50 milioni di barili, ma secondo fonti interne a Chevron le cifre sarebbero incredibilmente sottostimate.

Fette di benessere

Non è un caso che a Yangon tutte le principali compagnie, inclusa Eni, hanno uffici per il settore esplorazione in fase di apertura. È così in Indonesia, Iran, repubbliche del Caucaso, Africa subsahariana: tutte aree in pieno sviluppo economico, crescita demografica e infrastrutturale, decise ad avere la loro fetta di benessere diffuso. Un’automobile, un sistema di riscaldamento, le pompe a diesel per l’agricoltura (ancora più necessarie in un’epoca di crisi idriche continue). È qui che si combatterà la vera battaglia fra fossili, rinnovabili ed efficientamento energetico. Purtroppo, la fine del petrolio non è ancora arrivata.

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