Futuro circolare, speciale EcoForum 2019

L’approvazione del decreto “end of waste” per il riciclo dei prodotti assorbenti potrebbe sbloccare decine di impianti che danno una seconda vita ai rifiuti in Italia. La conversione dell’economia non può più attendere
 Definizione di End of waste
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L'immagine di balle di rifiuti differenziati

C’è una data che in prospettiva potrebbe rappresentare uno spartiacque per il futuro dell’economia circolare in Italia. È il 15 maggio 2019, giorno in cui il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto “end of waste” per il riciclo dei Pap, i prodotti assorbenti della persona come i pannolini. Una firma che consente di sbloccare, a un anno e mezzo dalla sua inaugurazione, l’impianto costruito da Fater e Contarina a Lovadina di Spresiano, in provincia di Treviso: il primo al mondo per il trattamento e il recupero di materia da pannolini, pannoloni e assorbenti igienici. Si risolve così il rebus legato alla cellulosa estratta dai prodotti usati processati all’interno di questo impianto, a cui viene adesso assegnata la specifica di “materia derivata seconda”, sdoganandone così la commercializzazione. Senza dimenticare che si potranno “recuperare e non mandare a incenerimento o discarica ben 900.000 tonnellate l’anno di rifiuti”, come ha spiegato il ministro Costa. Soddisfatto Giovanni Teodori, general manager di Fater Smart. «La firma del decreto è un grande traguardo – dichiara – Per l’ambiente, per i cittadini, per i Comuni, per chi lavora in questo settore, per l’industria e per l’Italia, che per prima al mondo ha aperto un percorso normativo per il riciclo di questa tipologia di rifiuti che siamo convinti molte altre nazioni seguiranno». L’obiettivo adesso deve essere quello di non lasciare isolata questa conquista, ma far sì che faccia da sponda a un ampio recepimento della direttiva europea in materia di economia circolare da parte dell’Italia, a cominciare dall’approvazione dei decreti end of waste per il recupero degli pneumatici, della carta e del cartone, delle plastiche miste e dei rifiuti da costruzione e demolizione. Occorre, insomma, sfruttare il momento per fissare ben saldi nel nostro sistema normativo e produttivo quelli che il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, definisce i tre pilastri dell’economia circolare. «Il primo – spiega – è la costruzione degli impianti di riciclo, fondamentali se vogliamo combattere l’apertura di nuove discariche e inceneritori. Per arrivare a rifiuti zero a smaltimento bisogna costruirne mille nuovi impianti per il riciclo. Il secondo è semplificare l’iter normativo che regola il riciclo dei rifiuti approvando tutti gli altri decreti end of waste mancanti. Il terzo, infine, è creare un mercato per i prodotti riciclati, altrimenti il meccanismo si inceppa. Per farlo le stazioni appaltanti pubbliche devono attenersi all’obbligatorietà dei Cam (criteri minimi ambientali, ndr), e devono essere applicate sanzioni vere per chi non si adegua».

I RIFIUTI SONO RISORSE A CUI ASSEGNARE UNA SECONDA VITA

Rispettare queste tappe è la strada obbligata da percorrereper lasciarsi alle spalle, già nel breve-medio termine, l’emergenza rifiuti e completare in pochi decenni il passaggio all’economia circolare. Eliminare quelle barriere che le imprese che investono sulla rigenerazione dei rifiuti hanno incontrato per anni, agevolando all’interno dei distretti produttivi e delle filiere industriali l’autoproduzione e la distribuzione di energia da fonti rinnovabili e da cogenerazione ad alto rendimento, garantirebbe un’immediata riduzione delle emissioni di gas serra e un abbattimento del consumo e dell’importazione di materie prime “vergini”.

Arcobaleno per economia circolare illustrazione di Irene Rinaldi per La Nuova EcologiaIl paradosso del biometano
Tra le potenzialità finora inespresse a causa degli ostacoli burocratici ci sono quelle legate alla produzione di biometano. Si stima che in Italia se ne potrebbero produrre fino a 8 miliardi di metri cubi. Ma per farlo occorre facilitare la riconversione degli impianti di digestione anaerobica in agricoltura per valorizzare gli effluenti zootecnici, i sottoprodotti agroindustriali e i secondi raccolti, innescando così al contempo ricadute positive sulla sostenibilità per l’intero comparto primario. In attesa di un decreto end of waste per questo settore ci sono realtà che si stanno muovendo in modo autonomo. È il caso della Città Metropolitana di Milano, che ad aprile ha inviato una lettera ai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico dichiarando che autorizzerà gli impianti di produzione di metano dagli scarti. Decisione condivisa poi anche dalla Regione Lombardia. Una presa di posizione che a una prima lettura potrebbe apparire di rottura, ma che invece è assolutamente fisiologica considerato che il metano estratto dalla fermentazione dei rifiuti non è diverso da quello “tradizionale”, motivo per cui va considerato come un prodotto a tutti gli effetti. «È il momento di sciogliere questo paradosso – sostiene Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club – Dovrebbe essere una questione di buon senso capire che il biometano proveniente dalla digestione anaerobica dei rifiuti, per cui lo Stato prevede di dare degli incentivi se lo si immette in rete, dovrebbe avere un suo decreto end of wastead hoc. Bene stanno facendo in Lombardia a muoversi in tal senso, il problema però è che il resto dell’Italia rimane in un limbo».

La risposta del Sud

Economia circolare, illustrazione di Irene Rinaldi per La NUova Ecologia

Se dunque in Veneto e Lombardia gli impianti iniziano a entrare in funzione, pur seguendo strade diverse, la situazione è molto più farraginosa al Centro e al Sud del Paese, dove però c’è chi non ha paura a investire sulla seconda vita dei rifiuti. È il caso di Calabria Maceri che a Rende, in provincia di Cosenza, ha messo in piedi insieme a Snam un impianto di bioraffinazione in grado di trasformare 50.000 tonnellate di frazione organica in oltre 4 milioni annui di metri cubi di biometano e in più di 13.500 tonnellate annue di compost di qualità certificato dal Cic (Consorzio italiano compostatori). Energia nuova che consentirebbe di alimentare fino a 4.500 vetture, con un risparmio complessivo di oltre 16 milioni di chilogrammi di anidride carbonica e di fertilizzare circa 1.500 ettari di terreni agricoli. «L’evoluzione impiantistica degli ultimi anni ha ampiamente dimostrato la capacità di creare un ciclo dei rifiuti organici sostenibile, in cui una buona raccolta della frazione organica determina la produzione di un eccellente prodotto di qualità per la fertilizzazione dei suoli e la promozione dell’agricoltura biologica – racconta Mariateresa Celebre, responsabile comunicazione dell’azienda – Il governo dovrebbe puntare sulla valorizzazione dei nostri inestimabili “giacimenti” agroalimentari attraverso gli impianti di compostaggio e quelli a digestione anaerobica».

Rimedi a monte
Per mettere a frutto questo background di esperienze, conoscenze, innovazioni tecnologiche e buone pratiche di cui l’Italia già dispone, pur senza le dovute coperture legislative, serve però cambiare definitivamente mentalità a monte, imprimendo un deciso cambio di marcia alla raccolta e alla differenziazione dei rifiuti. Una condizione necessaria per far sì che la qualità del materiale trasferito poi negli impianti di trattamento sia tale da consentirne un’alta percentuale di recupero. Secondo le ultime rilevazioni dell’Ispra, attualmente solo il 43,9% dei rifiuti prodotti in Italia, considerando tutte le frazioni contenute in quelli urbani, viene avviato al riutilizzo e al riciclaggio. Mentre il pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, di cui l’Italia con le sue proposte all’avanguardia è stato il principale Paese promotore, fissano quote più alte: del 50% al 2020, del 60% al 2030 e del 65% al 2035. Sono percentuali lontane ma non irraggiungibili, per centrare le quali occorrerà fissare dei paletti più rigidi per i produttori di rifiuti, riducendo ad esempio la commercializzazione di imballaggi di vario genere, e contrastare quel principio di obsolescenza programmata su cui si basano i nostri modelli di consumo. L’introduzione di una tariffa puntuale e obbligatoria, la diffusione dei sistemi di raccolta domiciliare, una nuova ecotassa sui rifiuti in discarica basata sui quantitativi pro capite di secco residuo smaltito sono misure aggiuntive imprescindibili per capovolgere il concetto che abbiamo avuto fino ad oggi di rifiuto. E per iniziare, finalmente, a sfruttarlo per quello che è: non uno scarto di cui disfarsi, ma una risorsa a cui assegnare una seconda vita.

ALCUNE CIFRE

30
i milioni di tonnellate di prodotti assorbenti per la persona usati che ogni anno nel mondo finiscono negli inceneritori o in discarica
55
i milioni di tonnellate di rifiuti, pari al 33% del totale complessivamente prodotto in Italia, in attesa dei decreti end of waste