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Fiumi d’Italia, rischio in corso

A Milano, quando a nord della città piove appena più del solito, l’onda di piena del Seveso sale rapidamente e arriva con un preavviso minimo nei quartieri Niguarda e Isola. Lo scorso luglio il fiume è esondato per l’ennesima volta. L’anno più critico, fra quelli recenti, è stato il 2014 con tredici esondazioni, di cui tre molto gravi, e danni ingenti anche alla metropolitana. Sulla mappa dell’Osservatorio città clima di Legambiente, il capoluogo lombardo risulta il centro colpito con più frequenza da questo tipo di eventi. Ma le cifre dell’Osservatorio, continuamente aggiornate, mostrano come in Italia il rischio climatico, collegato anche alla gestione dei corsi d’acqua e al consumo di suolo, aumenti a una velocità crescente. Al momento di scrivere sono 860 gli eventi estremi censiti in 472 comuni italiani, di questi 99 sono le esondazioni fluviali e 350 gli allagamenti.

“Basta ricette tampone”
«Il Seveso scorre in uno dei luoghi più urbanizzati d’Europa e attraversa il cuore di Milano. In epoca romana il fossato che circondava la città era alimentato proprio dalle sue acque, che erano un elemento centrale. Oggi invece il fiume è diventato sinonimo di pericolo e di inquinamento – spiega Damiano Di Simine, coordinatore del comitato scientifico di Legambiente – La ricerca di soluzioni alle piene non è una novità, ma sono sempre stati rimedi tampone, come l’attuale decisione di realizzare quattro vasche di laminazione a monte, utili ma non risolutive». Infelice è stata anche la scelta di cominciare con una vasca in un bosco di cinque ettari del Parco Nord. Invece che scegliere un’area urbana dismessa si è deciso di intaccare una delle poche aree naturali rimaste in un contesto ad alto tasso di cementificazione. Appena entra nei confini di Milano il Seveso diventa un canale sotterraneo, senza via d’uscita, per quindici chilometri: la trappola è proprio questa. E le criticità si presentano anche in assenza di eventi estremi. «Quando è stato interrato, negli anni del boom economico, si voleva recuperare spazio per la circolazione delle auto e c’erano motivi sanitari, visto che le fognature scaricavano nel fiume – continua Di Simine – Ora gran parte degli scarichi sono depurati e, pur se di cattiva qualità, il Seveso non è diverso da altri corsi d’acqua che scorrono alla luce del sole. I pesci sono tornati, non vengono prodotti più odori né schiume». Per Legambiente bisognerebbe avere il coraggio di ripristinare il paesaggio urbano del Seveso, pianificando di riportare gradualmente le acque in superficie. Si tratta di un processo lungo, perché implica che non appena si renderà necessario abbattere un edificio invece di ricostruirci sopra si dovrebbe pensare di scoperchiare il fiume. È questo, per l’associazione ambientalista, il progetto di rigenerazione urbana a cui lavorare per restituire alla città sia il fiume che la sicurezza. Ma si sta continuando ad andare nella direzione opposta: mentre aumentano le esondazioni, cresce anche il consumo di suolo, soprattutto nell’area metropolitana a monte. «Un problema di acqua è diventato un problema di terra, cioè del suo uso – sostiene Fausto Di Quarto, ricercatore dell’Università Bicocca di Milano – Ciò deriva da un processo, avvenuto in tutti i centri urbani europei, che ha fagocitato le acque urbanizzando la natura e “sanificando” lo spazio cittadino».

Dalle Alpi alla Sicilia
Dopo la Lombardia, la regione più colpita dalle esondazioni fluviali è la Sicilia: qui molti fiumi, proprio come il Seveso, entrando in contesti urbani sono stati tombati e raccolgono scarichi fognari. A Palermo, su quattro corsi d’acqua, resta in superficie solo l’Oreto ed è attorno a lui, pur se gravemente inquinato, rettificato e cementificato, che sta nascendo dal basso una nuova sensibilità fluviale. Tutto è iniziato alcuni anni fa, quando il videomaker Igor D’India ha risalito con la telecamera il corso d’acqua, mostrando nel documentario “Oreto. The urban adventure” (disponibile su Youtube) scarichi non depurati e rifiuti di ogni genere, ma anche i suoi angoli di bellezza. È stato uno degli elementi che hanno attirato l’attenzione di cittadini e associazioni, tanto che nel 2018 il fiume si è classificato secondo fra “i luoghi del cuore” del Fondo Ambiente Italiano (Fai), con oltre 83.000 voti. «Da allora abbiamo avviato un percorso partecipato che coinvolge la società civile e i Comuni di Altofonte, Monreale e Palermo, che l’Oreto attraversa nei suoi ventitré chilometri di lunghezza – racconta Francesco Liotti, presidente del circolo Legambiente Mesogeo – Vogliamo far partire un contratto di fiume e pianificare azioni condivise per la riqualificazione fluviale, recuperando il valore storico, culturale e naturalistico dell’Oreto».

Più ecologi, meno ingegneri
La nuova Strategia europea per la biodiversità, uno dei pilastri del Green deal, fissa obiettivi molto ambiziosi al 2030, fra questi il ripristino di almeno 25.000 chilometri di fiumi in tutta l’Ue a uno stato di corrente libera. «Parliamo di ecosistemi, non di tubi d’acqua – afferma Bruna Gumiero, ecologa fluviale dell’Università di Bologna – Eppure in Italia, se a parole il concetto è chiaro, nella pratica la gestione viene fatta quasi ignorando le dinamiche naturali». Da sempre l’uomo ha occupato gli spazi del fiume e impermeabilizzato il territorio, alterando il caratteristico equilibrio tra flussi di acqua e di sedimenti. «Un fiume naturale è estremamente resiliente – dice ancora Gumiero – È capace di adeguarsi a perturbazioni come le forti precipitazioni, infatti ha formato le piane alluvionali dove espandersi durante le piene. Nell’ultimo secolo, però, l’uomo gli ha imposto di scorrere in sezioni sempre più ristrette, costruendo argini sempre più alti e creando una falsa sicurezza, tanto che i territori sono stati occupati fino a ridosso degli argini: questo è il primo fattore di rischio. Il secondo è dato dall’impermeabilizzazione dei terreni, che quando piove trattengono in superficie molta più acqua, che scorre velocemente verso i fiumi causando i picchi di portata e riducendo l’apporto alle falde». Ecco perché restituire lo spazio delle piane alluvionali ai fiumi e ristabilire la permeabilità del suolo, dove possibile, sono gli interventi più efficaci e a lungo termine per mettere in sicurezza i territori, specialmente ora che la crisi climatica ha reso molto più frequenti gli eventi estremi. In certi casi bisognerebbe anche valutare di delocalizzare i manufatti la cui difesa è troppo costosa. Eppure in Italia sono ancora pochissimi i casi in cui ciò viene messo in pratica: un esempio è quello del Consorzio di bonifica Acque Risorgive. «Si tratta di cambiare il modello di gestione del territorio – conclude Gumiero – Per la transizione ecologica non bastano ingegneri e architetti ma servono anche le competenze degli ecologi, che tengono conto della complessità degli ecosistemi. Innalzare argini, tagliare in modo indiscriminato la vegetazione riparia, realizzare vasche di laminazione in cemento sono opzioni che si dovrebbero considerare solo dopo aver esaminato tutte le altre possibilità. Al primo posto andrebbero valutate le nature based solution, cosa che l’Ue dice da anni».

Arginare il cemento
Sono pochissimi i corsi d’acqua che ancora conservano una certa naturalità. Uno dei più importanti è il Tagliamento, “il Re dei fiumi alpini”. Fin dagli anni ’90 il suo medio corso è al centro dell’attenzione di studiosi di tutta Europa interessati a comprenderne le dinamiche, nell’ottica di ripristinare la naturalità di fiumi che invece sono stati canalizzati e cementificati e che proprio per questo creano problemi. Sulla base di questi studi sono stati avviati progetti di rinaturalizzazione in Germania e altri luoghi d’Europa. In Friuli, invece, si parla di grandi opere: dall’ipotesi di dighe mobili all’altezza del ponte di Pinzano, che dovrebbero contenere le piene e difendere la pianura, all’annunciata autostrada Cimpello-Gemona. Per la salvaguardia del fiume, però, si stanno alzando molte voci, fra cui quelle di Mario Tozzi, Luca Mercalli e Licia Colò, a sostegno della mobilitazione dal basso di migliaia di cittadini, tanto che la Regione ha deciso di avviare il percorso per il riconoscimento del Tagliamento come Riserva Unesco Mab, uomo e biosfera. Sul Piave, uno dei corsi d’acqua più sfruttati d’Europa, per il contenimento delle piene e la difesa della pianura si pensa alla costruzione di quattro casse di laminazione a Ciano del Montello, che stravolgerebbero una delle poche aree naturali ancora presenti, nella rete Natura 2000. L’opera prevede uno scavo profondo alcuni metri, che occuperebbe oltre 500 ettari, e la costruzione di una barriera lunga tredici chilometri e alta otto metri. Non è mancata la reazione dei cittadini, che si sono costituiti in comitato e chiedono l’avvio di un contratto di fiume perché si valutino tutte le opzioni alternative alle escavazioni e al cemento. Questi conflitti vengono esemplificati con la necessità di scegliere fra tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio: obiettivi che invece si devono raggiungere insieme.

RINNOVABILE DA INNOVARE
Quel che serve per mitigare gli impatti dell’idroelettrico

Si sta giocando una partita cruciale sul rinnovo delle concessioni per i grandi impianti idroelettrici, il cui contributo in termini di energia rinnovabile è strategico. «È il momento per chiedere ai concessionari investimenti di mitigazione degli impatti, ad esempio per la riduzione degli effetti dell’hydropeaking, cioè il rilascio discontinuo di acqua a valle delle turbine, che dipende dalla fluttuazione della domanda di energia e stravolge gli ecosistemi», dichiara Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente. Per Andrea Goltara, del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf), «nel contesto dei cambiamenti climatici, con la mutazione degli equilibri, è fondamentale stabilire come gestire acqua e sedimenti. Si può fare molto anche per ottimizzare l’uso degli invasi per la laminazione delle piene. E aspetti come il rispetto del deflusso ecologico, il ripristino della continuità fluviale e una corretta gestione dei sedimenti sono stati finora per lo più ignorati». In base al decreto semplificazioni del 2018, la proprietà delle opere idroelettriche passa alle Regioni, che devono legiferare sulle modalità di assegnazione degli impianti. A oggi lo hanno fatto solo Veneto e Lombardia. «La norma lombarda, impugnata dallo Stato, conteneva disposizioni corrette in tema ambientale: ci auguriamo che il lavoro fatto non vada perso», commenta Goltara. Per Legambiente una gestione uniforme a livello nazionale servirebbe a evitare che in alcune Regioni prevalga il fare cassa rispetto al raggiungimento di obiettivi di qualità ambientale.

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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