Fiumi di errori

Vaia poteva essere l’occasione per ripensare il rapporto con i corsi d’acqua, ma nella gran parte dei casi si stanno spendendo soldi pubblici per rifare opere che non hanno retto all’alluvione

Il lago di Barcis, nelle Dolomiti friulane, si è riempito di ghiaia dopo la tempesta Vaia. Ma il problema non è nuovo: ha origine con la costruzione della diga e l’interruzione della continuità fluviale. Da vent’anni, il circolo Legambiente Prealpi Carniche chiede un intervento strutturale per evitare l’accumulo dei sedimenti trasportati dal torrente Cellina, in media 150.000 metri cubi all’anno. «Accettiamo che nella fase emergenziale sia utilizzato il trasporto su gomma per lo sghiaiamento, ma questa soluzione non può essere definitiva perché implica un passaggio continuo e insostenibile di camion», dichiara Mario De Biasio, membro del circolo.

«Ogni corso d’acqua dovrebbe essere gestito in base a un piano dei sedimenti, in un’ottica di bacino, in modo da facilitare il suo naturale trasporto da monte a valle o di portare via il materiale dove tende ad accumularsi, per trasferirlo dove il corso d’acqua è in erosione, a valle degli sbarramenti – spiega Francesco Comiti, docente di Sistemazioni idrauliche e forestali alla Libera Università di Bolzano – Si dovrebbe fare per esempio sul Piave, il cui alveo si è abbassato, impoverito da decenni di escavazioni. Le conseguenze si vedono a mare: ogni anno bisogna portare sabbia sulle spiagge perché manca l’apporto di sedimenti dal fiume». Non si agisce in questo senso perché mancano le misure, gli ordini di grandezza del trasporto di sedimenti e per l’assenza di coordinamento fra gli attori coinvolti nella gestione fluviale.

Vaia avrebbe potuto essere un’occasione per ripensare il rapporto con i corsi d’acqua, ma al contrario si sta mettendo in cantiere, un po’ dappertutto, il rifacimento di opere che non hanno retto all’alluvione. Si ripetono gli schemi di arginature, briglie e difese spondali. Nel solo Veneto è stato stanziato circa un miliardo di euro per gli interventi di messa in sicurezza, da spendersi in breve tempo. «Bisognerebbe invece avere modo di valutare le opere caso per caso: a volte è opportuno rifarle, in altri casi si può dare spazio al fiume, se non ci sono case o infrastrutture vicine. Ciò significa diminuire il rischio alla prossima alluvione e avere minori costi di manutenzione», prosegue Comiti. I fiumi sono fatti di acqua, sedimenti e vegetazione. «La convinzione che “pulire” gli alvei da alberi e arbusti serva sempre a diminuire il rischio idraulico è sbagliata. Si è infatti osservato che il più delle volte a provocare danni sono gli alberi che giungono dalle frane o schiantati dal vento, non quelli in alveo – spiega il professore – Se poi gli alvei sono di grandi dimensioni e senza “strozzature” eccessive (ponti con pile molto ravvicinate, nda), gli alberi non danno nessun problema. In Alto Adige esiste un piano di gestione della vegetazione ripariale basato sugli obiettivi di ogni tratto fluviale e ci sono già diversi esempi di opere costruite per bloccare i tronchi, in caso di piena. A vedersi queste briglie, simili a reti o grandi rastrelli posti trasversalmente alla corrente, non sono belle, ma a lungo andare fanno aumentare la qualità fluviale perché permettono di lasciare, a monte, boschi ripariali maturi ed erosioni spondali, senza interrompere la continuità del corso d’acqua».