mercoledì 25 Novembre 2020

Fiumi, un ciclo da invertire

Tappato un buco si apre un’altra falla. Il ciclo idrico integrato in Italia sembra un cartone animato di Paperino che corre a mettere una pezza a un tubo ma un fiotto d’acqua sbotta a fianco, fino a quando il rubinetto rimane a secco. E così, mentre si stanno faticosamente tamponando le procedure d’infrazione europee sulla mancata depurazione delle acque refluee, la siccità provoca crisi di approvvigionamento idrico. Con fantasiose ipotesi di captazioni dall’Albania, tramite condotte sottomarine, per dissetare la Puglia. Cominciamo da monte o, meglio, dalle falde: 9,2 miliardi di metri cubi. È la quantità d’acqua prelevata per uso potabile nel 2018 (ultimo dato disponibile, fonte Istat), per la prima volta in calo: 300 milioni di m3 in meno. Il segno di un’incipiente carenza idrica determinata dal riscaldamento globale, non di un processo virtuoso. Nei 109 capoluoghi di provincia è immessa in rete acqua per 2,5 miliardi di m3, ma dai rubinetti ne escono 1,6 miliardi (al cittadino arrivano in media 237 litri di acqua al giorno). Il 37,3% si disperde dalla rete (dato Istat 2017). Un dato in miglioramento rispetto al 39% dell’anno precedente, anche se Utilitalia per il 2016 stimava perdite superiori al 42%.

Lotta allo spreco
«L’acqua migliore è quella che non sprechiamo – afferma Roberto Colarullo, direttore di Utilitalia, che associa 161 società idriche, di cui 49 multiservizi – L’impegno principale deve essere quello di ridurre le perdite in rete. Per questo si sta investendo sulla tecnologia, con rilevamenti satellitari e droni per individuare rapidamente le falle. La riduzione della piovosità e l’aumento di intensità – continua – inducono a ragionare da un lato sullo stoccaggio dell’acqua in invasi, dall’altro su interconnessioni territoriali, uscendo da logiche municipali per l’adduzione di acqua a chi ne ha bisogno. Però, ribadisco, il primo impegno per l’approvvigionamento è ridurre gli sprechi, che vanno dal 50% del Sud al 20% del Nord». Le città peggiori per perdite sono Chieti (74,7%), Frosinone (73,8%), Latina (69,7%) e Rieti (67,8%), quelle invece virtuose Biella (9,7%), Pavia, Mantova e Milano (14,3%). Sono state le perdite di rete, abbinate alla siccità, a provocare la drammatica crisi del lago di Bracciano nell’estate 2017. «A causa delle captazioni – ricorda Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – l’abbassamento del livello delle acque a dicembre passò da 70 a 190 cm. Il danno ambientale è stato molto più grave di quel che si poteva pensare, basti pensare che dopo tre anni non si è ancora tornati al livello di normalità precedente. La limitazione imposta dalla Regione – puntualizza Scacchi – era l’unica strada e Acea a quel punto è intervenuta ammodernando la rete e riducendo le perdite dal 42 al 35%. Ma nella Capitale continuano episodi sconcertanti: ad agosto nel quartiere di Casal Bertone per giorni le strade sono rimaste allagate a causa della rottura di tubi». Per Roberto Colarullo, «la vetusta rete acquedottistica nazionale crea un circolo vizioso: una rete che perde e le fonti che vanno sotto stress. Bisogna intervenire e qui c’è il lato positivo. Il Paese ha regole tariffarie e di investimento, impostate da Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, nda) con una traiettoria di lungo respiro, con livelli di investimenti passati da 1 a oltre 3 miliardi di euro e un sistema che può arrivare a investire 5/6 miliardi, che servono per mantenere rete e fare nuovi impianti. Speriamo che con il Recovery fund ci sia leva per ulteriori interventi». Un sistema con soggetti gestori pubblici (Cap Milano e Smat Torino fra le più efficienti) o misti come Hera e Iren in Emilia-Romagna, che però lasciano più di una perplessità in chi vinse, nel 2011, il referendum per l’acqua pubblica. «Le politiche di queste società sono orientate a dare maxi dividendi ai soci pubblici e privati – sostiene Corrado Oddi del coordinamento dei Comitati EmiliaRomagna – Un dato di Atersir, l’agenzia d’ambito, lo riprova: le perdite idriche nel 2017 sono state del 31,45%, mentre nel 2015 erano al 31% e nel 2012 al 25,6%. Dove sono gli investimenti?». Per questo motivo i Comitati per l’acqua pubblica torneranno a chiedere che all’imminente rinnovo delle concessioni (nel 2021 a Bologna, nel 2023 per la Romagna, nel 2024 Ferrara e Modena) si passi a un gestore pubblico.

Depurazione da migliorare
Un altro tema è quello della qualità e della potabilizzazione delle acque. Il rischio emergente è quello dell’inquinamento provocato da Pfas e delle microplastiche, su cui sono in corso studi. Un monitoraggio sui pesticidi condotto nel 2017 dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) riporta che il 30,7% delle acque superficiali delle città metropolitane ha livelli di concentrazione superiore ai limiti normativi, il 4% nelle acque sotterranee. Le sostanze più presenti sono gli erbicidi glifosate, terbutilazina e metolaclor. Va decisamente meglio per la balneazione (qualità eccellente nel 93,5%), pur rimanendo quaranta i comuni italiani privi di rete fognaria: 394mila abitanti, la metà dei quali in Sicilia. Sono infine ben quattro le procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea a carico dell’Italia per mancata o insufficiente depurazione delle acque refluee. Le sanzioni ammontano a oltre 60 milioni di euro, mentre le infrazioni contestate riguardavano in tutto 1.305 agglomerati. Ne rimangono da sanare 984.

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