Fiume Po: acqua di nessuno

Ci si ricorda di lui solo nelle emergenze. Per il resto il fiume più lungo d’Italia è sempre stato dimenticato, lasciato in pasto ai ladri di sabbia e ghiaia. Oggi assistiamo a un’inversione di rotta. Ma non bisogna abbassare la guardia / Riserva Mab Po Grande: una riserva che cresce

fiume Po
Sotto il ponte di Viadana, lungo il Po in direzione Boretto. (Foto di Michele Lapini)

Uno, nessuno, centomila. Il Po porta con sé un’indefinita vaghezza pirandelliana che rende difficoltoso accertarne l’identità: con i suoi 652 km di lunghezza (e gli 86.859 km2 di distretto idrografico, con 141 affluenti, in cui vivono 20 milioni di persone) è il fiume più lungo d’Italia ma non è vissuto come un fiume nazionale. Attraversa quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) e per un lungo tratto ne demarca il confine, finendo per essere terra, pardon, acqua di nessuno.
«Ognuno vive una parte del Po – afferma serafico Ivano Pavesi, vicesindaco di Guastalla, comune della bassa reggiana – il fiume è sempre lo stesso, ma non è mai uguale». Ogni città, ogni singolo territorio, da Torino a Ferrara, sente come proprio il solo pezzetto prospiciente, come se a monte o valle non gli appartenesse.
La morale è che ci si ricorda del Po soltanto in occasione di emergenze: siccità o alluvioni, l’ultima devastante nel 2000. Per il resto è dimenticato, ignorato. Per secoli è stato luogo di vita, pesca e selvicoltura, di transito con imbarcaderi, ponti di barche, osterie e locande di servizio. Il boom economico degli anni Cinquanta ha cambiato tutto, per il Po. Non a caso l’immaginario che lo riguarda è fermo ai film in bianco e nero di don Camillo e Peppone o a Novecento di Bertolucci.
Dopo anni di depredazione – escavazioni a go go, coltivazioni che si sono mangiate la golena – a cui è seguito l’abbandono degli ultimi anni, sembra finalmente essersi innestata un’inversione: dapprima il progetto “Vento”, la ciclabile Torino-Venezia sugli argini maestri, ideata e progettata dal Politecnico di Milano. E ora, più importante, il riconoscimento Unesco di Mab Po Grande, ottenuto grazie a un lavoro dal basso attivato da associazioni di tutela ambientale e comuni rivieraschi del tratto mediano del Po. «Parliamoci chiaro – dice schietto Pier Luigi Viaroli, uomo di Po prestato all’accademia (è docente di Ecologia applicata all’università di Parma) – oggi è poco più di un canale. Perché va bene considerarlo una risorsa per la navigabilità e l’uso ricreativo turistico, ma si dimentica la sua importanza, unica e fondamentale, di capitale naturale, di ecosistema che va ripristinato. Ad esempio un’acqua di buona qualità è obiettivo di tutti i Mab Unesco, dunque ben venga la ricostruzione del paesaggio fluviale. Si deve partire dalla rete idrografica minore per poi giungere all’aorta». Cosa si deve fare? «Ad esempio il rallentamento dei deflussi, facilitare la raccolta di acque che si infiltrino nelle falde. Ci sono studi congiunti delle università di Parma e Ferrara che spiegano come si potrebbe risolvere il problema dell’azoto che tramite le concimazioni viene immesso nei suoli nell’ordine di 20-40.000 tonnellate annue».

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Fiume Po nel ferrarese (Foto di Michele Lapini)

A proposito di deflusso e corrente accelerata delle acque, «i problemi principali sono due – esordisce Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di Bacino del Po – la mancanza di 550.000 metri cubi di materiale litoide, che il Po riversava in mare, e il letto del fiume, che si è abbassato di 7 metri». Tradotto significa, da un lato, molta meno sabbia che andava a ripascire naturalmente le coste adriatiche, dall’altro, un’erosione più marcata dei piloni che sorreggono i ponti sul Po, con r rischio cedimenti che ne provoca la chiusura o il corso alternato, com’è avvenuto nell’ultimo biennio fra le province di Parma e Cremona. Si fanno insomma i conti con l’aggressione scellerata subita dal Po per trent’anni, fino agli ‘80, quando si prelevavano fino a 18 milioni di metri cubi l’anno di sabbie e ghiaia, a fronte di soli 2 milioni di escavazioni concesse. Le draghe prelevavano direttamente in alveo, senza controlli efficaci. Lo chiamavano “l’oro del Po”. Quei tempi sono finiti. Dal 2008 la crisi edilizia ha ridotto al minimo le richieste di materiali inerti. «Rimane il dissesto geomorfologico dell’assetto fluviale – riprende Viaroli – a cui si sommano gli sbarramenti di varia natura con sconquassi notevoli. Un tempo le piene inondavano le lanche nelle golene, un meccanismo fisico naturale per la riproduzione e l’automantenimento di specie ittiche e anfibie, che hanno bisogno di acque morte, di stagni. Quasi tutto scomparso con il riempimento delle golene, oggi bisogna smantellare i pennelli (lunghe aste artificiali di massi e cemento posate per tenere centrale e alta la portata del fiume, nda). Ci sono esempi positivi: il lago dell’isola Giarola a Villanova, la lanca dei francesi a Roccabianca, l’isola di Luzzara-Suzzara, il parco di Valenza».
Il Po, se lasciato in pace, fa da solo il suo mestiere. Come all’isola degli Internati a Gualtieri, un tempo destinata alla pioppicoltura e dove ora non si entra più in barca, si è insabbiata per diventare progressivamente un luogo di biodiversità. Poi, con il riemergere dei relitti di tre navi affondate nella seconda guerra mondiale, è addirittura diventata un’attrazione domenicale. «La pioppicoltura è sempre meno praticata, siamo passati a 45.000 ettari coltivati contro i 65.000 degli anni ‘80 – spiega Berselli – però le fabbriche di Viadana importano quel legname da Polonia o Spagna. Bisogna ricostituirne la filiera all’insegna della sostenibilità, con nuova tipologia di pioppo, che ha meno bisogno di chimica, di antiparassitari, a fronte di una crescita più lenta di un paio d’anni. Il delta economico per l’agricoltore va colmato con un opportuno reindirizzamento dei contributi economici europei. Nel bacino del Po – continua – è concentrato il 37% della produzione agricola nazionale: deve avere l’obiettivo della sostenibilità».
Un altro problema è la pesca di frodo al pesce siluro, specie alloctona che ha scacciato lo storione, che peraltro sta tornando grazie al miglioramento della qualità delle acque. Della “carne” di siluro vanno matti i pescatori tedeschi, ungheresi e romeni. Ma la loro presenza, dopo aver generato conflitti con le comunità locali, si sta ora inquadrando in flussi turistici. Rimane il nodo della navigabilità del fiume. «Possiamo dire – afferma Massimo Gibertoni del circolo Legambiente “Aironi del Po” – che è crollato il falso mito della navigazione a ogni costo del Po, che si è rivelata costosa e improduttiva». Lo testimonia la piattaforma cementificata del Pec, Porto sul Po dell’Emilia Centrale, a Pieve Saliceto, nel comune di Boretto. Furono spesi 16 miliardi di lire per realizzarla. Giace immota e desolata. Il punto è che un ipotetico percorso Milano-Ravenna, estendendolo al massimo con canali interni, non interessa nessun vettore. Gli unici spostamenti merceologici efficienti sul Po sono quelli di sabbie e inerti. E di barche per turisti. Tutti natanti a basso pescaggio.
Nonostante ciò si continua a sostenere la necessità di rendere navigabile il Po, per un sistema idroviario in alternativa al trasporto su strada. Il periodico dell’Aipo (ex Magistrato del Po) dà conto del convegno dove funzionari europei e delle Regioni spingono per nuovi interventi infrastrutturali, fra cui le conche di navigazione. Perché se il Po rimane “a corrente libera” per i due tre mesi di magra non può essere navigabile. Quel che non si dice è che cosa significherebbe irregimentarlo ulteriormente… diciamo che non viene proprio da pensare a una rinaturalizzazione fluviale.