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Cop26, la finanza climatica tra impegno collettivo e giuste quote

A Glasgow tutti i paesi donatori devono impegnarsi a fornire il loro giusto contributo per raggiungere i 600 miliardi complessivi promessi a Parigi per il periodo 2020-2025

La finanza climatica è uno dei punti cruciali dell’agenda della Cop26. Il successo di Glasgow dipende molto dal rispetto da parte dei Paesi industrializzati dell’impegno di garantire ai Paesi poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno per ridurre le loro emissioni ed adattarsi ai cambiamenti climatici. Mancano ancora circa 20 miliardi, secondo le stime ufficiali dell’OCSE, per raggiungere i 100 miliardi promessi. Sulla base degli attuali impegni, secondo la stima di Oxfam, l’obiettivo dei 100 miliardi non sarà raggiunto nemmeno nel 2025, quando si prevede di raggiungere non più di 93-95 miliardi di dollari l’anno, di cui solo 26-27 miliardi per l’adattamento. Questo significa che mancano ancora almeno 75 miliardi per raggiungere i 600 miliardi complessivi promessi a Parigi per il periodo 2020-2025.

Per aiutare a definire la “giusta ripartizione”, tra i 23 Paesi industrializzati dell’Allegato II della Convenzione quadro sul clima (United Nations Framework Convention on Climate Change – UNFCCC) che si sono impegnati collettivamente a garantire ai Paesi poveri un aiuto economico di almeno 100 miliardi di dollari l’anno, l’autorevole think tank britannico ODI (Overseas Development Institute) ha elaborato una proposta per facilitare il raggiungimento di un accordo tra i paesi donatori.

La proposta dell’ODI divide il contributo dei 23 donatori attraverso un indice calcolato sulla base di tre indicatori: emissioni complessive di CO2 per il periodo 1990-2019, PIL e popolazione nel 2020. Secondo la “giusta ripartizione” proposta dall’ODI, solo tre Paesi (Germania, Norvegia e Svezia) stanno contribuendo quanto dovuto. Australia, Canada, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti si fermano a meno del 20% del dovuto. L’Italia contribuisce con appena il 25% della sua giusta quota. Gli Stati Uniti sono in fondo alla lista dei donatori in termini assoluti, contribuendo meno di Francia, Germania, Giappone o Regno Unito sebbene l’economia statunitense sia maggiore dell’insieme di quelle di questi paesi. L’impegno preso dal Presidente Biden, nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, di aumentare il contributo annuo americano a 11.4 miliardi di dollari è un primo passo in avanti, ma ancora insufficiente.

Per quanto riguarda il contributo dei Paesi dell’Unione europea, si include anche la quota parte relativa agli aiuti comunitari determinata sulla base del contributo di ciascun Paese al bilancio Ue. Gli aiuti comunitari secondo gli ultimi dati disponibili (2020) ammontano a circa 6 miliardi di dollari. E aumenteranno a 10 miliardi l’anno per il periodo 2021-2027, grazie all’aumento di 4 miliardi annui promesso dalla Presidente della Commissione Van der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso 15 settembre.

In attesa che venga definito il nuovo impegno finanziario per la fase post-2025, a Glasgow tutti i paesi donatori devono impegnarsi a fornire il loro giusto contributo per raggiungere i 600 miliardi complessivi promessi a Parigi per il periodo 2020-2025. Va concordato un piano che garantisca aiuti aggiuntivi a quelli già destinati alla cooperazione allo sviluppo, destinandovi almeno il 50% delle risorse pubbliche all’adattamento, visto che la finanza climatica privata sostiene solo azioni di mitigazione. Anche l’Italia deve fare la sua parte, come ha annunciato il Presidente Draghi nel suo recente intervento all’Assemblea generale dell’Onu. Entro la fine di quest’anno, l’Italia deve colmare il miliardo mancante per adempiere all’impegno di Parigi di mobilitare complessivamente 4 miliardi di dollari per il periodo 2015-2020. E impegnarsi a mobilitare almeno 4 miliardi l’anno, a partire dal prossimo, per garantire la “sua giusta quota” dell’impegno collettivo di 100 miliardi dei Paesi industrializzati. Le risorse necessarie possono essere reperite facilmente attraverso il taglio dei sussidi alle fonti fossili.

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Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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