Film. ‘Il mangiatore di pietre’

Presentato nei festival di Trento e Torino, è un felice esempio di film ad “alta quota”, un noir amaro, capace di fondere più generi e tematiche, in un omaggio continuo alla vera protagonista, la montagna

Il mangiatore di pietre con Luigi Lo Cascio

Sempre più spesso la montagna diventa, in Italia, set ideale per l’ambientazione di opere  cinematografiche. È merito di una saggia politica di promozione del territorio di Film Commission regionali, ma anche della ricerca di luoghi dalle atmosfere uniche da parte dei location manager delle produzioni. Forse perché vivere tra le alture implica l’accettazione della sfida. I protagonisti in quei luoghi possono, così, ricercare loro stessi (Resinadi Renzo Carbonera), finire con lo scontrarsi con la propria comunità di riferimento (Il vento fa il suo girodi Giorgio Diritti), o ancora ripercorrere i tratti del romanzo di formazione (La pelle dell’orsodi Marco Segato).

Al film di genere strizza l’occhio (come aveva già fatto Andrea Papini con La misura del confine) nella sua opera prima il regista Nicola Bellucci con Il mangiatore di pietre, adattamento del romanzo Davide Longo. In una valle di montagna tra Piemonte e Francia, una sera d’autunno, pochi giorni dopo essere uscito di prigione, Cesare (Luigi Lo Cascio), detto “il francese”, ex contrabbandiere e spallone di clandestini, trova in un torrente il cadavere di Fausto, per lui quasi un figlio, ucciso da due colpi di fucile. Il mangiatore di pietre, presentato nei festival di Trento e Torino, è un felice esempio di film ad “alta quota”, un noir amaro, capace di fondere più generi e tematiche, in un omaggio continuo alla vera protagonista, la montagna, che impone i suoi ritmi lenti e le sue situazioni rarefatte in una sorta di slow motion naturale che svela i lati opachi delle cose e delle persone.

Articolo tratto dal numero di giugno 2019 di Nuova Ecologia