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Chi è Filelfo? L’intervista all’autore de “L’assemblea degli animali”

Conosciamo da vicino Filelfo, il misterioso autore del caso editoriale del momento. ‘L’arrivo del virus si può cogliere come conseguenza della nostra irresponsabilità verso il pianeta’

Dal mensile di febbraio – Gli animali hanno fatto la loro scelta: si convocherà un’assemblea per fermare la distruzione della natura a opera dell’uomo. Verrà deliberato di provocare la pandemia che stiamo vivendo, con la speranza che l’uomo possa imparare dalla sciagura. Ne “L’assemblea degli animali” un misterioso autore, che usa lo pseudonimo di Filelfo, racconta la crisi climatica lasciando parlare gli animali, in una fiaba che riprende le parole più alte della cultura umana. Pubblicato lo scorso autunno per Einaudi Stile libero, il libro continua ad avere successo di vendite e di critiche: abbiamo cominciato a capire? Questa la nostra intervista, via email, allo scrittore, o alla scrittrice…

Uno dei pregi de “L’assemblea degli animali” è quello di riuscire a raccontare con grande potenza il tema della rottura dell’unità del cosmo e dell’ecosistema, di fronte a un uomo che ha dimenticato l’interdipendenza. Come possiamo tornare a ricordare che siamo parte del tutto? La strada per riscoprire il limite ce la indicano gli animandri, metà uomini metà animali, protagonisti del libro?

Credo che sia già avvenuto. L’Assemblea degli animali nasce dall’ascolto di una nuova frequenza emessa dalla psiche collettiva. Il nucleo di ciò che racconta col linguaggio della fiaba non è invenzione ma testimonianza dello spirito del tempo. Dell’accelerazione che ha finalmente impresso alla coscienza che chiamiamo ecologica: il logos, la comprensione, che il mondo è una casa, oikos, comune a tutto il vivente, umano o non umano che sia. E che ignorarlo genera catastrofi con altrettanto esponenziale accelerazione. La chiesa, che ha antenne lunghe millenni, ha captato questa frequenza ormai universale. L’Assemblea degli animali vuol essere altrettanto universale nella sua semplicità: alla portata di tutti e nella quale chiunque, di qualunque età, estrazione, formazione, possa riconoscere qualcosa che ha già autonomamente sentito e pensato. Questo significa, nel linguaggio delle fiabe, essere animandro: lo è chi ha lasciato affiorare in sé la memoria della comunanza fra le specie, magari solo obbedendo a istinti elementari come sfamare un cucciolo, difendere una lucertola, adottare un gatto, prendendo in cambio qualcosa di ciò che solo l’animale non umano è in grado di insegnare all’animale umano.

Filelfo, ha deciso di aprire il libro con la testimonianza del Koala, una delle vittime del genocidio, di quello che i suoi animali chiamano “Il grande incendio australiano”. E a un altro Koala, Ash – che dalla cenere da cui è nato prende il nome – ha dedicato l’opera. In quel momento si è acceso un barlume di consapevolezza su quello che stiamo facendo alla Terra?

Direi che è molto più di un barlume, un incendio. I grandi roghi australiani che hanno aperto l’anno 2020 sono stati letti da molti, più o meno inconsciamente, come un segno di apocalisse; e segnalo che in greco apo-kalypsis significa, alla lettera, rivelazione. Il miliardo di animali morti tra le fiamme, le immagini di quelle distese di corpi carbonizzati si sono manifestati alla psiche collettiva del pianeta come un’epifania, hanno destato un urlo silenzioso di dolore e rabbia. Come dicono gli animali riuniti in assemblea nella favola: dove è finito il senso comune dell’uomo? Ognuno di noi ha sentito una colpa e un presagio di punizione quasi istantaneamente confermati dall’arrivo della pandemia, che almeno a livello subliminale si può cogliere come conseguenza della nostra irresponsabilità verso la natura.

Perché scegliere di far parlare gli animali per raccontare la crisi climatica? Non siamo più capaci di ascoltare i nostri simili? Eppure il libro, con le sue citazioni, sta a lì a ricordarci quanto la cultura umana sia stata consapevole dell’unità del tutto, di un’interdipendenza che sembriamo aver dimenticato…

È appunto a questa cultura che gli animali parlanti si rifanno. Esiste nella tradizione del pensiero – occidentale quanto orientale – un filone che non ha mai smesso di considerare uomo, animali e piante senza distinzioni. Pensi al Deus sive natura (Dio ovvero natura) di Spinoza, che deriva direttamente dalla filosofia presocratica. Gli animali prestano le loro voci a ciò che ci siamo tramandati di quell’antico sapere: danno voce a un’antologia di ciò che l’animale umano ha intuito e trasmesso ai posteri sulla comunanza profonda tra sé e gli altri animali, da quando ha disegnato le prime immagini rupestri. Il darwinismo meno ottuso ci insegna del resto che la selezione porta con sé un elemento solo apparentemente superfluo: la bellezza. L’essere umano adattandosi produce arte e bellezza: questo sembriamo avere dimenticato, racconta L’assemblea. Chi dimentica la cultura non può che finire col dimenticare anche la natura, sua prima musa e fonte di ispirazione. I nostri antenati più nobili l’hanno ascoltata per parlare ai loro simili: non sono forse nostri simili Omero, Shakespeare, Borges, Hillman?

Una delle immagini più belle del libro è l’uomo dai capelli bianchi che sale sulla sua bicicletta e pedalata dopo pedalata riscopre il contatto con la terra e si trasforma in centauro, uno dei simboli della sapienza della mitologia classica. Lei prende il nome di Filelfo, cioè animandro: è autobiografica l’immagine?

La letteratura è metamorfosi. Alcune sono letterali: Dafne che si trasforma in albero, Gregor Samsa che si risveglia scarafaggio, un rospo che diventa un principe. Altre sono interiori: il maestro taoista Chuangtzi che sogna di diventare farfalla e si domanda se non sia invece la farfalla a sognare lui, Baudelaire che si immedesima nell’albatro caduto e deriso dai marinai per la sua goffaggine come deriso è il poeta dall’ignoranza degli uomini. Altre metamorfosi non ancora divenute letteratura sono sotto i nostri occhi ogni giorno: in molti hanno notato — Walt Disney ne ha fatto un’arte — la somiglianza tra un cane o un gatto e gli umani con cui vivono. Non è casuale: ogni metamorfosi è originata da un moto dell’anima, in quest’ultimo caso semplicemente dall’amore. E con questo rispondo anche all’aspetto biografico della sua domanda.

I suoi protagonisti parlano di un’“era delle pandemie”: è solo l’inizio, dunque? L’etologo Konrad Lorenz sosteneva che potrebbero essere le piccole catastrofi a salvarci dalla grande catastrofe. Filelfo scrive di “imparare dalla sciagura”, di un “dolore maestro”: la pandemia riuscirà a salvarci e a farci ricordare che siamo parte del tutto?

L’era delle pandemie, che nel libro viene sapientemente illustrata da un ufficiale medico della corte del re dei topi, sarà inevitabile se non fermeremo il nostro sfruttamento delle zone selvagge e la loro sostituzione con coltivazioni intensive, che aumentano il rischio zoonotico (le malattie tramesse tramite gli animali, ndr); il nostro consumo di carni provenienti da allevamenti intensivi, in cui gli animali vengono ingozzati di antibiotici, abbassando anche le nostre difese immunitarie. La sciagura è sotto gli occhi di tutti, imparare è alla portata di ciascuno di noi. Il dolore al quale si riferivano gli antichi filosofi greci, come il Buddha loro contemporaneo, non è insegnamento se non si mescola alla pietas, alla compassione, al “patire insieme” il destino comune di ogni essere vivente. Dalla sofferenza si impara a condividere e, attraverso la condivisione, a liberarsi. Solo la liberazione interiore e la “conversione ecologica” individuale possono liberare il pianeta dalla catastrofe collettiva.

IDENTIKIT | Filelfo è nato in Grecia da una famiglia di origine italiana. Risale a suo nonno, piemontese, l’affiliazione alla partecipanza dei Filelfi, antica corporazione di mestieri. Dalla madre impara il greco classico, dal padre le tecniche di produzione e lavorazione artigianale del mastice. Per alcuni anni si trasferisce con la famiglia in Madagascar, poi approda a Roma. Oggi Filelfo vive e insegna nell’Agro Romano.

Leggi anche:
L’assemblea degli animali, La favola selvaggia di Filelfo per ritrovare la natura in tempi di pandemia

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