Fase 3, la giusta ripartenza. “Se potessi mangiare un’idea”

Nella difficile era della convivenza con il Coronavirus è frequente il ricorso a termini come rivoluzione verde, green deal e transizione energetica. Parole che dovrebbero alimentare le speranze ma spesso sono svuotate di senso

Il titolo, “Progettiamo il rilancio”, contiene un verbo, “progettare”, che richiede competenze poco frequenti nel mondo della politica. E un sostantivo, “rilancio”, già utilizzato per un decreto semi fallimentare: dai numeri ridicoli delle regolarizzazioni dei migranti al “super-ecobonus” per l’edilizia, che senza correttivi importanti, come quelli suggeriti da Legambiente e Fillea, rischia di fare felici soltanto gli speculatori, con imprese pronte a “gonfiare” preventivi e costi. Leggendo le schede della presidenza del Consiglio per gli “Stati generali dell’economia”, mi è tornato, così, in mente un diffuso detto popolare: parla come mangi.

Non solo semplicemente, ma soprattutto di quello che conosci davvero.
Sarei curioso di sapere, per esempio, quali sono per chi ha preparato la scheda, le differenze tra i due aggettivi utilizzati nel titolo: “Un paese più verde e sostenibile”. O quelle che intravede, sempre nella stessa scheda, tra “economia circolare” (ignorata nelle slide sulle filiere produttive italiane, pur vantando il nostro Paese numeri da primato europeo) e “Green economy”. Ho il sospetto, temo fondato, che si tratti di parole
entrate ormai in una sorta di “slang” a cui si fa ricorso senza sapere esattamente di che cosa si stia parlando. Solo perché è di moda. Fa “figo”.

Un’altra spia dell’approssimazione culturale che regna nelle “stanze del Potere” si accende nella slide “Un paese con infrastrutture più sicure ed efficienti”, dove figurano il “rilancio dell’edilizia urbana e rurale”, quello dell’impiantistica sportiva ma non gli interventi sui disastrati e insicuri edifici scolastici del nostro Paese. La cui “modernizzazione”, altro termine abusato, spunta nella slide “Investiamo nella formazione e nella ricerca” ma all’ultimo posto dopo “Cooperazione internazionale nella ricerca”. Quasi che qualcuno,
rileggendola, si sia detto: cacchio, manca l’edilizia scolastica!

Va ancora peggio con un’altra leva fondamentale della transizione ecologica, sia della pubblica amministrazione che del sistema imprenditoriale: il green public procurement, in sigla Gpp. L’Italia è l’unico Paese europeo ad aver introdotto nel 2016 l’obbligo di adottare i Criteri ambientali minimi in tutte le gare d’appalto per l’acquisto di beni e servizi. Ma chi ha scritto le due slide dedicate al “Piano integrato di sostegno alle filiere produttive italiane” evidentemente non lo sa. E del Gpp non c’è traccia. Stessa sorte anche per gli strumenti della finanza sostenibile, dai green bond, a cui fa ricorso persino la Banca d’Italia, ai
social impact bond.

Non era andata troppo bene neppure con il famoso “Piano Colao”, dove la voce “sviluppo sostenibile” è stata declinata come “sostegno al Terzo settore”. Fa quasi tristezza pensare alla definizione che ne diede nel 1987 la Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni unite, nel rapporto “Our common future”: il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Una rivoluzione, se pensiamo che ogni anno il cosiddetto “Overshoot day”, cioè il giorno in cui consumiamo le risorse che la Terra è in grado di rigenerare, arriva sempre prima.

Peccato, perché mai come in questa difficilissima era della convivenza con il Coronavirus è stato così frequente e significativo, in documenti e interventi istituzionali, il ricorso a termini come “rivoluzione verde”, “green deal”, “transizione energetica”. Dovrebbero alimentare le speranze di chi, a partire dai giovani dei Fridays for future, pretende cambiamenti immediati, concreti e misurabili. E invece rischiano di essere svuotati di senso, trasformati nel vocabolario “soporifero” con cui stemperare gli inevitabili conflitti
tra interessi diversi che la politica e il mondo delle imprese hanno il dovere di affrontare, facendo le scelte giuste e con la necessaria radicalità. È una sfida che riguarda anche noi, chiamati a conoscere meglio le conseguenze dei nostri stili di vita e le alternative possibili. Con la differenza che noi non abbiamo la responsabilità di governare un Paese.

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