Extinction Rebellion, la lotta nonviolenta per il clima arriva in Italia

Intervista a Marco Bertaglia, coordinatore italiano del movimento ambientalista radicale: “Utilizziamo la disobbedienza civile come ultima spiaggia, perché per fermare l’emergenza il resto non ha funzionato”

Manifestazione a Roma di Extinction Rebellion

Extinction Rebellion è il movimento ambientalista radicale che ha paralizzato Londra durante la Settimana Santa: oltre mille arresti volontari, un’azione nonviolenta di massa per dimostrare in prima persona quanto sia urgente affrontare l’emergenza climatica ed ecologica. Il movimento cresce in varie parti del mondo e organizza iniziative anche in Italia. Il prossimo appuntamento globale è il 24 maggio, quarto anniversario dell’Enciclica di Francesco, giorno in cui il movimento Fridays for Future ha indetto il secondo sciopero globale per il clima. Ma cosa chiede e che obiettivi si dà Extinction Rebellion? Ne abbiamo parlato con il ricercatore ambientale Marco Bertaglia che nel movimento è il coordinatore italiano.

Dopo i Fridays for Future, ispirati all’impegno di Greta Thunberg, ecco un altro movimento che mette al centro i cambiamenti climatici e l’urgenza di intervenire: che cos’è Extinction Rebellion?

Fotografia di Marco Bertaglia
Marco Bertaglia, coordinatore italiano di Extinction Rebellion

Extinction Rebellion (Ribellione all’estinzione, ndr) si pone come obiettivo la trasformazione di un sistema malato, i cui sintomi sono vari: non solo i cambiamenti climatici, ma anche la perdita della biodiversità – siamo alla sesta estinzione di massa – e la distruzione degli ecosistemi marini ed oceanici, oltre alle molteplici crisi ambientali. La colpa è del sistema e dei nostri stili di vita non sostenibili, una situazione ovviamente anche aggravata dai cambiamenti climatici che sono già in atto. Siamo dunque un movimento che ha obiettivi vasti e che non si vuole limitare al tema del riscaldamento globale. Nasciamo in Inghilterra per poi espanderci in tutto il mondo: oggi ci sono circa 350 gruppi in circa 50 paesi, tra cui l’Italia. Come movimento utilizziamo la disobbedienza civile come ultima spiaggia, perché per fermare l’emergenza il resto non ha funzionato; ci prefiggiamo un’azione diretta nonviolenta di lunga durata, perché le manifestazioni, per quanto importanti, non sono bastate e temiamo che non basteranno. È quello che abbiamo fatto paralizzando Londra per dieci giorni, un’azione di grande impatto che è avvenuta contemporaneamente a manifestazioni di più o meno grande entità in 80 città in 33 paesi.

Cosa chiedete?

Con queste azioni chiediamo tre cose: dire la verità, cioè dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica; di agire immediatamente, riducendo le emissioni a zero nel 2025 e fermando la perdita di biodiversità e la distruzione degli ecosistemi; una politica diversa, guidata da assemblee di cittadini estratti a sorte per una democrazia deliberativa già sperimentata, come nelle giure popolari inglesi. Perché di fronte al baratro la democrazia parlamentare non basta, noi non ci fidiamo più dei governi.

L’Ipcc, gruppo intergovernativo che si occupa di cambiamento climatico, chiede di ridurre a zero le emissioni al 2050: non è troppo ambizioso, quasi velleitario, chiedere l’azzeramento nella metà del tempo?

No, non lo è. Perché bisogna agire con il principio di precauzione ed è necessario mettere pressione a chi deve agire per fermare l’emergenza climatica ed ecologica in atto. È per questo che chiediamo l’azzeramento delle emissioni al 2025, perché bisogna misurarsi con gli scenari peggiori e perché negli ecosistemi vige il “ciclo di retroazione”, per cui gli effetti intervengono sulla causa, sviluppando circoli viziosi che producono danni in maniera esponenziale. La nostra richiesta è diversa dal piano dell’Ippc, perché il gruppo, composto da scienziati, deve mettere d’accordo tutti i governi, le 196 nazioni che hanno siglato gli accordi di Parigi, e dunque fa affermazioni caute, che scelgono le proiezioni mediane dei modelli climatici: ma l’obiettivo di azzeramento della CO2 al 2050 prevede una tecnologia, quella di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica dall’atmosfera, che ad oggi è ancora poco sviluppata e incerta.

Cosa serve per superare l’emergenza climatica ed ecologica che stiamo vivendo?

Serve una mobilitazione analoga a quella che gli Stati Uniti hanno fatto per entrare nella Seconda guerra mondiale: ma stavolta, invece di una riconversione dell’industria da civile a militare, serve trasformare il nostro sistema in senso sostenibile. È per questo che di per sé non serve a nulla dichiarare l’emergenza (come a maggio ha fatto il Regno Unito, primo paese al mondo, seguito poi dall’Irlanda, ndr) se poi al contempo si continua a dire che la crescita è ancora possibile su un pianeta finito: è necessario invece agire come se fossimo davvero in emergenza.

Colpiscono molto le vostre tattiche e il fatto che vi rifacciate, tra gli altri, al nome di Aldo Capitini, padre nobile della nonviolenza italiana. Eppure molti credono che la nonviolenza non sia davvero uno strumento efficace per vincere delle battaglie politiche. Invece voi ne fate un vostra caratteristica fondamentale: come mai?

Sì, per noi è una questione fondamentale, per il movimento è stato fin da subito qualcosa di non negoziabile. Scegliamo la nonviolenza perché pragmaticamente è lo strumento più efficace: i fondatori del movimento, tra cui Roger Hallam, lo hanno infatti studiato, facendo un dottorato di ricerca a King’s College dell’University of London e leggendo Why civil resistance works di Erica Chenoweth e Maria Stephan (Columbia University Press, 2011, ndr), un testo che porta dati molto chiari sul fatto che la strategia nonviolenta ha più successo di quella violenta. Ed è quello che è avvenuto in Serbia, con l’opposizione nonviolenta guidata da Srđa Popović che alla fine ha portato alla caduta di Slobodan Milošević. Ed è vero, tutti dicono che non può funzionare: lo racconta Popović ma è anche la mia esperienza in Italia quando si parla di reagire o meno alla violenza delle forze dell’ordine. Ma se vogliamo abbassare al minimo il conflitto, se vogliamo essere impeccabili e non “sporcare” gli ideali che portiamo avanti, non possiamo scegliere altro che la nonviolenza. È una cosa su cui abbiamo cominciato a fare formazione, l’obiettivo sarà farne di più, sia sullo strumento dell’azione diretta sia sulla comunicazione nonviolenta, che è fondamentale anche all’interno dello stesso movimento, per evitare che conflitti tra membri portino alla disgregazione, come avvenuto per esempio con Occupy Wall Street. E nonviolenza non significa essere gentili, significa portare avanti le proprie posizioni e ascoltare gli altri alla ricerca di punti di contatto, trovando alternative alla violenza e alla prevaricazione.

Tu hai anche sostenuto che “non serva individuare nemici ma problemi da risolvere e soluzioni da proporre”. Credete davvero che sia possibile uscire dall’opposizione amico/nemico in politica?

Sì, si può e si deve, perché siamo tutti parte di un sistema perverso e tossico; non esistono singole persone nemiche. Ci sono ovviamente responsabilità e comportamenti che ci hanno portato qui e che vanno contrastati e modificati, ma non serve a nulla considerarli in un’ottica di guerra, come se chi li porta avanti fosse il nemico. Forse le lotte non sono riuscite finora a cambiare il mondo proprio perché non sono riuscite a superare questo approccio; serve invece cercare insieme soluzioni ai problemi, il che non è altra cosa dal contrastare le multinazionali che distruggono l’ambiente; perché provare empatia per la persona con cui sono in conflitto non è in opposizione alla mia volontà di migliorare il mondo, smettendo di danneggiare l’ambiente: è una dicotomia che va superata. È una cosa che ho anche imparato da un giovane attivista palestinese, che un giorno disse: “Prima praticavo la nonviolenza dell’odio, adesso pratico la nonviolenza dell’amore”. Si tratta di un passaggio che non vuol affatto dire smettere di lottare e portare avanti le proprie richieste, ma significa cambiare la propria percezione e prospettiva. Faccio un esempio: qualche anno fa a Bologna si è usata la lotta nonviolenta per salvare un bosco nel centro della città; si è dunque deciso di non gridare e lanciare sassi contro le forze dell’ordine, ma piuttosto di portargli dei fiori e spiegargli le proprie motivazioni: è una tattica che ha funzionato, tanto che alcuni poliziotti hanno anche firmato la petizione.

Quali sono i metodi su cui puntate per portare avanti la vostra protesta?

Noi puntiamo a una democrazia deliberativa perché uno dei problemi del sistema è che oggi concentra il potere e decisioni in troppe poche mani; siamo dunque un movimento decentrato e non gerarchico, perché, come diceva Gandhi, i mezzi devono essere conformi ai fini. Io infatti non sono il “capo” di Extinction Rebellion in Italia, sono solo il coordinatore, uno dei coordinatori, un ruolo che svolgo sempre più con altri; i ruoli sono tutti a rotazione. Il movimento si struttura di conseguenza con gruppi di lavoro semi-autonomi e procede non attraverso la delega ma distribuendo il potere e imparando un metodo per prendere le decisioni diverso sia dalla gerarchia sia dalla anarchia: è lo specchio della assemblee cittadine che chiediamo di creare. Perché si tratta di essere coerenti in tutto quello che facciamo. Vale lo stesso, ad esempio, per gli strumenti di cui ci dotiamo, come le piattaforme online che utilizziamo per collaborare a distanza e a cui provvede un server che funziona su geotermia. Conta anche questo, per ridurre al minimo le emissioni delle nostre azioni, dato che i server nel mondo producono fino al 2% delle emissioni globali.

Attualmente il movimento è presente anche in Italia: dove si sta sviluppando?

Dopo l’inizio della ribellione internazionale, dal 15 aprile in poi, anche in Italia stiamo crescendo in maniera esponenziale. Siamo arrivati a oltre 1.300 adesioni virtuali, di cui più di un terzo dopo i fatti di Londra. A Milano, Torino e Roma il movimento è già consolidato, mentre ora si sta sviluppando a Bologna, Venezia, Padova, Palermo e Genova e altre città. Per crescere come numero di attivisti, la nostra strategia è alternare presentazioni pubbliche standard in cui raccontiamo il rischio concreto dell’estinzione e che cosa possiamo fare per impedirlo, e piccole azioni “flash mob” per destare scalpore. Per esempio, un sub ha attraversato Roma per portare l’attenzione sul tema dell’innalzamento dei mari. Abbiamo anche fatto dei “die-in”, quei sit-in in cui cadiamo per terra simulando la morte che avverrà se continuiamo a comportarci come se nulla fosse. Le iniziative in cui ci presentiamo sono abbastanza partecipate, a Bologna la prima volta eravamo in 100, a Torino in 50; il prossimo appuntamento è il 15 maggio al Negozio Civico Chiamamilano. Le persone che partecipano sono molto varie, la maggior parte, è vero, già sensibilizzate al tema: si va dai 19 ai 70 anni, ci sono i ragazzi universitari dei Fridays for Future, anziani e persone di mezza età; tanti uomini quante donne. Ma se ad oggi Extinction Rebellion attira persone che hanno già un passato d’attivisti, ci sono anche molte altre che in questo modo scoprono l’attivismo per la prima volta.

La prossima data importante è il 24 maggio, con il secondo sciopero globale per il clima indetto dai Fridays for Future: voi ci sarete? Cosa state preparando in Italia?

L’idea di base è che tutti noi di Extinction Rebellion parteciperemo, probabilmente senza bandiere o simboli distintivi, se la richiesta dei Fridays rimarrà quella del 15 marzo (giorno del primo sciopero globale per il clima, ndr). È una data che però appoggiamo anche come movimento e che stiamo contribuendo a organizzare. Sulle iniziative in Italia stiamo ancora discutendo, dipenderà da città a città, proprio perché siamo un movimento decentrato; intanto stiamo pensando alla prossima ribellione internazionale che seguirà quella del 15 aprile. Con i Fridays for Future stiamo inoltre già facendo tante cose insieme, l’obiettivo è lavorare sempre più a stretto contatto; troviamo molto interessanti le iniziative che fanno e a loro interessa la nostra pratica di disobbedienza: abbiamo approcci diversi, ma più approcci sono meglio di uno solo, perché qui nessuno ha la verità in tasca e la certezza di cosa finalmente riuscirà a cambiare davvero le cose e salvare il Pianeta.