Eni fa retromarcia sull’olio di palma ma è prima per deforestazione in Asia

Poche e discutibili le novità in tema di politiche ambientale nella relazione presentata all’assemblea degli azionisti Eni. Unica eccezione l’abbandono dell’olio di palma previsto per il 2023. Legambiente: “Una prima vittoria” / Lo studio: sopravvalutati gli impegni “green” delle compagnie energetiche

Olio Di Palma indonesia

Anche Legambiente, con Finanza Etica e Greenpeace, partecipa all’Assemblea degli azionisti Eni in qualità di socio di minoranza (una delega): un’assemblea “virtuale” in epoca di Covit19, la cui documentazione si può seguire sul web (https://www.eni.com/it-IT/chi-siamo/governance/assemblea-azionisti-2020.html). Poche e discutibili le novità in tema di politiche ambientali nella relazione e nel piano a medio lungo termine presentato dall’amministratore delegato di Eni all’assemblea degli azionisti, primo tra i quali lo Stato italiano, che ha già deciso di confermare il management attuale.

Unica eccezione forse, è la svolta 180 gradi sull’olio di palma. Forse per noi una prima parziale ma grande vittoria, l’abbandono previsto per il 2023. Compensato dall’aumento vertiginoso delle importazioni realizzato nel 2019. Ma andiamo in ordine e leggiamo con attenzione la documentazione ufficiale.

“Il piano di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 di Eni – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è pieno di promesse parziali e incomplete soprattutto sul fronte delle politiche ambientali. Più che svolta ambientale, abbiamo l’impressione che questa azienda multinazionale continui a guardare al passato investendo soprattutto su idrocarburi. L’estrazione e la vendita di petrolio crescerà sino al 2023, per calare lentamente in seguito. Quella di metano fossile crescerà più a lungo e rimarrà comunque elevata, seppur in misura non precisata, anche nel 2050. Anche dai dati diffusi a marzo dall’ Eni, noi più che svolta green abbiamo letto di aumento della produzione di petrolio nei prossimi anni, di un futuro al 2050 sostanzialmente a gas (che è un combustibile fossile) e di confinamento geologico della CO2. Non abbiamo letto del processo per disastro ambientale in Val d’Agri in Basilicata partito da un nostro esposto, della perdita di petrolio per mesi nel pozzo a Ragusa, degli spiccioli destinati alle rinnovabili rispetto alle altre “oil companies”.

Un esempio di come intende Eni le strategie di decarbonizzazione è la vicenda del gasolio premium “all’olio di palma”, il così detto ENIdiesel+. Milioni di euro spesi in pubblicità per spiegare agli italiani che si trattava di “bio”-diesel, un prodotto “green” che fa bene “all’ambiente e al motore”. Sino alla condanna (5 milioni di multa) dell’Antitrust del 15 gennaio di quest’anno, in seguito alla segnalazione di Legambiente, Movimento Difesa Cittadino e Transport&Environment, dopo un anno di inchieste e denunce pubbliche de www.lanuovaecologia.it. Oggi scopriamo, dalle risposte scritte alle domande presentate in qualità di azionisti che in realtà il biodiesel, aggiunto in percentuale diversa in tutto il gasolio da autotrazione, deriva nella misura dell’80% da olio di palma e derivati “proveniente principalmente dal sud est asiatico”.

Altro che “green diesel” come proclamava l’ingannevole pubblicità dell’Eni, lolio di palma usato nel motore produce (tra deforestazione, coltivazione e combustione) tre volte più CO2 di quanto ne emette (dal pozzo al motore) un litro di gasolio petrolifero. È quindi peggio del carbone. La deforestazione è inoltre causa di estinzione di biodiversità (gli orangotan, le tigri, i rinoceronti, per citare le specie più conosciute), di lotte alle popolazioni indigene, contrasti sanguinosi tra compagnie e contadini indonesiani, arresti e persino assassini di militanti e giornalisti.”

Ebbene, sempre dalle risposte agli azionisti, apprendiamo che – con l’entrata in funzione della bioraffineria di Gela – le importazioni Eni di olio di palma e derivati (PFAD e POME) è cresciuta da 280 mila tonnellate nel 2018 a 700-800 mila nel 2019. Più del doppio. Così Eni è responsabile di circa la metà delle importazioni nazionali di olio di palma e, probabilmente, il primo importatore europeo!

E ora la promessa, scritta nella risposta pubblica alle domande degli azionisti: “Eni nell’ambito della sua strategia di decarbonizzazione, sta rivedendo in modo sostanziale la supply-chain allo scopo di azzerare l’utilizzo di olio di palma e PFAD entro il 2023.” Ammettendo insieme che l’abbandono dell’olio di palma è parte della “strategia di decarbonizzazione” e di aver investito centinaia di milioni di euro in bioraffinerie (Porto Marghera e Gela) puntando su materie prime senza futuro. Come Legambiente ha sostenuto da anni.

È una prima vittoria, ne siamo felici e ringraziamo. Ma non ci basta. Non ci basta perché ora dobbiamo chiedere che cessi immediatamente il sussidio di legge che riconosce un valore all’olio di palma aggiunto nel diesel, pari a poco meno dell’1% del costo finale del gasolio alla pompa. Un balzello, incassato da Eni, che serve per distruggere foreste e inquinare il pianeta senza che il consumatore ne sia informato. È una precisa richiesta al governo promossa da Legambiente, sottoscritta ora anche da 59.000 firme su www.change.org/unpienodipalle .

La politica ambigua di Eni sul fronte biodiesel e olio di palma è indicativo delle ambiguità e delle reticenze Eni nella strategia di decarbonizzazione. Le grandi compagnie controllate dai governi, negli altri paesi europei, vengono fortemente influenzati dalle strategie pubbliche e dall’interesse generale. Che in questo momento in Europa puntano con decisione verso la decarbonizzazione. In Italia, forse dai tempi di Mattei, succede più sovente il contrario e oggi è l’Eni che sta rallentando la politica e la strategia nazionale di uscita dai combustibili fossili, dal petrolio (o gasolio) da autotrazione e dal metano per il riscaldamento e dagli usi industriali.

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