Eni nemica del clima, il nuovo dossier di Legambiente

L'associazione ambientalista denuncia i continui investimenti della società energetica sugli idrocarburi. Appello del presidente Stefano Ciafani: “Serve coerenza rispetto agli accordi internazionali: il governo Conte spinga Eni a un cambio di direzione verso le rinnovabili” Eni nel mondo: la mappa ICONA_dossier SCARICA IL DOSSIER DI LEGAMBIENTE

Blitz di attivisti di Legambiente contro Eni

Un pericolo per il presente e il futuro dell’ambiente in Italia e nel mondo. Legambiente non usa giri di parole nel lanciare un nuovo allarme sulle politiche energetiche portate avanti da Eni, definendo la società italiana “la controllata di Stato nemica del clima”.

L’affondo dell’associazione ambientalista è al centro del dossier intitolato Enemy of the planet al cui interno sono numeri e storie inattaccabili a raccontare il modo in cui Eni continua a investire per la quasi totalità sulle fonti fossili, lasciando ai margini le rinnovabili. Seguendo, di fatto, un senso di marcia opposto rispetto al resto del mondo, in cui si portano invece avanti progetti sempre più strutturati per affrontare la crisi climatica, raggiungere ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione e sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione ai cambiamenti del clima.

Di fronte a questi nuovi trend energetici, Eni continua invece a produrre petrolio: nel 2018 sono stati 1,9 i milioni di barili al giorno, il numero più alto mai registrato dalla compagnia (+5% di produzione rispetto al 2017). A ciò si somma la crescita del portafoglio di titoli minerari, con l’acquisizione di 29.300 nuovi chilometri quadrati di titoli esplorativi, distribuiti tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco. L’immagine che emerge dal dossier di Legambiente è inevitabilmente quella di una multinazionale energetica proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alle fonti pulite solo briciole di investimenti.

“Eni sta sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale indirizzando le politiche aziendali sulle fonti rinnovabili – commenta il presidente di Legambiente Stefano Ciafani -. Con la firma dell’Accordo di Parigi sul clima, il mondo ha deciso, infatti, di prendere la strada della decarbonizzazione dell’economia per contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, e l’uscita dalle fossili è una condizione non più negoziabile. Nei prossimi mesi l’Italia dovrà, come tutti gli altri Stati membri, presentare un piano coerente con gli obiettivi europei su clima e energia al 2030, in grado anche di guardare agli obiettivi al 2040, mentre Eni continua a investire soprattutto sugli idrocarburi. Perfino analisti e operatori finanziari, tradizionalmente meno attenti alle questioni ambientali – aggiunge il presidente di Legambiente – lanciano da qualche tempo un avvertimento ai portatori di interesse circa la redditività di imprese incapaci di diversificare rispetto a una strategia industriale imperniata sul fossile. Eni rientra a pieno titolo in questa categoria di aziende con lo sguardo rivolto al passato”.

La situazione in Italia

Il dossier di Legambiente ricorda che in Italia sono diverse le vertenze giudiziarie e le proteste contro progetti e impianti controversi di Eni. A cominciare dalla Val d’Agri, in Basilicata, dove negli anni 90 è iniziato lo sfruttamento di uno dei giacimenti on shore più importanti d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti. E dove i volontari delle Goletta Verde in viaggio verso la Calabria hanno esposto lo striscione Eni enemy of the planet per dire no alle trivelle (foto e video al link http://bit.ly/2xR9ZPG). Sono diversi i risvolti giudiziari sulle attività in Basilicata: è in corso a Potenza il processo sullo smaltimento illegale di rifiuti, in parte attraverso la reimmissione di acque di processo in alcuni pozzi in Val d’Agri, mentre nell’aprile 2019, anche grazie a un esposto di Legambiente che chiedeva l’applicazione della legge 68 sugli ecoreati, è stato arrestato per disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso ideologico un dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti responsabile del centro oli di Viggiano, nell’ambito di un’inchiesta su una fuoriuscita dai serbatoi di 400 tonnellate di petrolio secondo l’azienda che nel febbraio 2017 contaminò almeno 26 mila metri quadrati di suolo e sottosuolo a Viggiano.

Eni è sotto processo anche a Gela in Sicilia per disastro ambientale innominato causato dalla presenza della raffineria, oggi in via di riconversione a olio di palma. Secondo le accuse della procura, più volte avvalorate da analisi epidemiologiche di rilievo nazionale, il ciclo produttivo di Eni avrebbe influito sulla salute dei cittadini.

Dallo scorso aprile a Ragusa, invece, va avanti nel silenzio mediatico nazionale una fuoriuscita di petrolio dal pozzo Eni, che rischia di riversarsi nel torrente Moncillè e quindi nel fiume Irminio, confine geografico con il comune di Scicli. Anche in questo caso Legambiente ha presentato un esposto alla procura di Ragusa per chiedere l’applicazione della legge sugli ecoreati; nonostante Eni sia intervenuta, in seguito alla richiesta della Prefettura, con barriere di contenimento e tecniche per la pulizia dei bacini, la fuoriuscita di petrolio continua.

La piattaforma Vega, a circa 12 miglia dalla costa tra Scicli e Pozzallo nel canale di Sicilia​ è la più grande piattaforma petrolifera fissa realizzata nel mare italiano. Vi operano Edison per il 60% ed Eni per il 40%. Tra i danni, il ministero dell’Ambiente ha stimato in 69 milioni di euro lo sversamento nel pozzo sterile denominato V6, a 2.800 metri di profondità, tra il 1989 e il 2007, di 147mila metri cubi di rifiuti petroliferi altamente inquinanti e contenenti metalli pesanti e idrocarburi, 333mila metri cubi di acque di lavaggio della cisterna della nave di stoccaggio di greggio e 14mila metri cubi di acque di sentina. Diverse criticità emerse in questi anni hanno portato cittadini e associazioni, come Legambiente, a mobilitarsi per ottenere lo stop alla realizzazione di nuove infrastrutture petrolifere.

Nel 2012 Edison ed Eni hanno presentato il progetto di costruzione della piattaforma Vega B, e successivamente un’istanza per integrare, con otto pozzi addizionali, quattro precedentemente autorizzati ma mai realizzati. La richiesta delle due società è stata definitivamente bocciata dal ministero dell’Ambiente lo scorso aprile, grazie anche alle osservazioni presentate da Legambiente.

Perché non convincono gli investimenti sulle rinnovabili

Il dossier di Legambiente mette poi in evidenza tutte le problematiche che stanno caratterizzando gli investimenti di Eni sulle rinnovabili. Tra i casi più complessi cìè quello di Porto Marghera​ (VE) dove è stata avviata nel 2014 la prima bioraffineria al mondo dalla capacità di circa 360 mila tonnellate annue di “green diesel/green nafta”. Entro il 2021 dovrebbe lavorare 560 mila tonnellate di materie prime all’anno e soddisfare circa la metà della richiesta ENI di biocarburanti. È alimentata principalmente da oli vegetali di importazione, certificati a detta di Eni secondo standard di sostenibilità ambientale e sociale internazionali. Il completamento della seconda fase della bioraffineria di Venezia e lo start-up di quella di Gela con una capacità fino a 720 mila tonnellate all’anno rientrano per l’azienda sotto il cappello delle rinnovabili. Un’interpretazione alquanto discutibile nell’ottica del raggiungimento dei target europei sullo sviluppo delle rinnovabili.

Proprio a tal proposito Legambiente, Movimento difesa del cittadino e la delegazione italiana di Transport & Environment (Federazione Europea per il Trasporto e l’Ambiente) hanno depositato all’Autorità garante della concorrenza e del mercato una segnalazione per “pratica commerciale ingannevole” in relazione alla campagna pubblicitaria del biodiesel ENI diesel+ “-4% di consumi e -40% di emissioni gassose”, che secondo le associazioni non è supportata da prove o pubblicazioni tecniche e scientifiche sufficienti.

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