Eni nel mondo, la mappa di Legambiente

Dalla Nigeria al Kazakistan, dal Montenegro all’Ecuador, la compagnia energetica italiana investe soprattutto sugli idrocarburi in 67 Paesi. Ma non sempre ha la meglio sulle rivendicazioni delle popolazioni locali

Petroliera in Nigeria

Nel dossier di Legambiente Enemy of the planet l’associazione ambientalista mappa gli investimenti energetici di Eni nel mondo. La società italiana opera in 67 paesi, dove impiega complessivamente quasi 31mila lavoratori, di cui il 77% in Europa. Le riserve di idrocarburi accertate di sua proprietà ammontano a 7.158 milioni di barili, distribuiti nei 5 continenti, per una vita utile di circa 10 anni stando agli attuali tassi di consumo. Il 52% delle riserve si trova in Africa (3.711 milioni di barili, con una produzione di 1,06 milioni di barili/giorno, la più alta al mondo), il 26% (1.891 milioni di barili) in Asia e Oceania (dove si producono 392 mila barili/giorno di idrocarburi). Per le fonti pulite, Eni “ha come obiettivo una potenza installata di energia elettrica pari a circa 5 GW al 2025” ma nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro in sviluppo di progetti su rinnovabili ed economia circolare.

Tra i contesti più critici in cui da anni opera Eni c’è sicuramente la Nigeria, dove la comunità di Ikebiri ha portato la compagnia in tribunale per disastro ambientale, chiedendo due milioni di euro di risarcimento e la bonifica dell’area inquinata dalla rottura di un oleodotto della controllata Nigerian Agip Oil Company nel 2010. A questo si aggiunge il processo per tangenti, a carico di 15 imputati, appartenenti alle società Eni e Shell, per la presunta maxi tangente versata a pubblici ufficiali e politici nigeriani per lo sfruttamento del giacimento petrolifero Opl 245, in cui lo Stato nigeriano si è costituito parte civile.

In Kazakistan, il villaggio di Berezovka, situato a 5 km dal giacimento di petrolio e gas di Karachaganak, dal 2003 sta cercando di ottenere il trasferimento dell’intera comunità in un luogo più sano e sicuro, come risarcimento dei danni ambientali e alla salute provocati dalle attività petrolifere. Studi indipendenti, contestati dalla Joint Venture Karachaganak Petroleum Operating, di cui Eni fa parte, hanno​ dimostrato come molti dei problemi di salute della popolazione siano legati alla qualità dell’aria, dove sono state rilevate oltre 25 sostanze tossiche, e dell’acqua, che è risultata non potabile. In questi anni le autorità del Kazakistan hanno multato la KPO per un importo di circa 737 milioni di dollari.

In Montenegro sono diverse le organizzazioni che insieme alla Coalizione One Adriatic dal 2016 protestano contro Eni, la russa Novatek e il governo del Montenegro per la concessione, a 30 anni, di un’area di 1.228 kmq destinata alla ricerca e all’estrazione di idrocarburi.

Le vittorie delle popolazioni locali

In caso di vertenze non è comunque sempre Eni ad avere la meglio. Come racconta il caso siciliano di Vega B, ma anche la rinuncia a trivellare nella regione portoghese dell’Algarve dopo le proteste della popolazione per le intenzioni di Eni e Galp di avviare attività di ricerca e di estrazione su un’area di 9.100 chilometri quadrati.

In Ecuador, la Corte provinciale di Pastaza ha dato ragione al popolo Waorani intenzionato a proteggere 200 mila ettari di territorio nella foresta pluviale amazzonica destinati alle trivellazioni petrolifere. I giudici hanno infatti annullato il processo intrapreso dal governo ecuadoriano nel 2012, che prevedeva la vendita all’asta delle terre dei Waorani alle compagnie petrolifere. La decisione blocca, inoltre, la vendita all’asta, già organizzata, di 16 zone ricche di petrolio che coprono oltre 7 milioni di acri di territorio indigeno e rappresenta un inestimabile precedente giuridico per altre popolazioni indigene dell’Amazzonia ecuadoriana.