Biocarburanti, la risposta di Eni a Legambiente non convince

La compagnia replica ai quesiti sulla pubblicità del suo biodiesel “fino al 40% di emissioni gassose” di meno. Ma non fuga tutti i dubbi dell’associazione. Ecco perché ICONA documenti LEGGI:Il testo integrale delle domande di Legambiente sui biocarburanti. E le risposte di Eni

 

Biocarburanti, Eni risponde a Legambientedi ANDREA POGGIO *

L’Eni ci ha risposto: su lanuovaecologia.it avevamo rivolto all’ufficio stampa della compagnia sei domande per conoscere le basi sperimentali, tecniche, dell’affermazione presente nella pubblicità del suo biodiesel “fino al 40% di emissioni gassose” di meno. Eni ci ha risposto. Una risposta seria, autorevole, crediamo sincera, che non ci ha convinto. Vi spieghiamo perché.

Intanto, come siamo arrivati a porre le sei domande. Perché simo impegnati insieme ad altre associazioni nella raccolta firme per la petizione contro la presenza di olio di palma nel biodiesel, perché fa più male che bene, perché è una “rinnovabile dannosa”. Una campagna che ha raccolto in pochi mesi 600mila firme su diverse piattaforme in tutta Europa (in Italia si può firmare sia qui che qui. Mancano pochi giorni o settimane perché la Commissione Europea decida finalmente di fissare tempi e modi per mettere fine ai sussidi di stato all’olio di palma nei nostri motori (in linea teorica dovrebbe presentare l’atto normativo entro il 1 febbraio). Ma, come san Tommaso, sino a quando non leggeremo la nuova normativa, non demordiamo!

Torniamo all’Eni: perché la difesa dell’affermazione pubblicitaria “fino al 40% di emissioni gassose” di meno non ci ha convinto? Di seguito pubblichiamo il testo integrale delle domande e delle risposte, in modo che ciascuno, se vuole, possa documentarsi e farsi la propria idea. Anche noi, con i nostri tecnici, ci riserveremmo una risposta più completa ed approfondita. Intanto ci permettiamo alcune anticipazioni.

Ecco la pubblicità che abbiamo visto in televisione: video 1, video 2

“- 40% emissioni gassose”: possibile? Mentre le città d’Italia e d’Europa bloccano i motori diesel perché inquinano di più? Se così fosse, l’inquinamento, almeno la quota provocata dal traffico veicolare, dovrebbe potersi abbattere notevolmente. Possibile che con la stessa auto, servendoci del biodiesel dell’Eni (15% olio di palma), si riduce così tanto l’inquinamento, visto che è già acquistabile alla pompa?

Ebbene, nelle risposte alle nostre domande si ammette che la misura delle emissioni inquinanti per le automobili più recenti Euro5 ed Euro6 “è stata riscontrata … prima dei filtri antiparticolato e sistema di abbattimento NOx, perché i filtri avrebbero eliminato qualsiasi differenza”. Quindi nessuna differenza sull’inquinamento all’uscita dal tubo di scappamento.

Rimane solo la prova su autobus “EuroIII”, per i quali si verifica una riduzione di inquinamento dell’ordine di grandezza di quello pubblicizzato, ma solo per due (pur importanti) fattori inquinanti: gli incombusti e gli aromatici. Non basta: non si precisa la percentuale di “bio” in queste prove. Se fosse, come temiamo, il 100% e non il 7-15% che si trova nei normali distributori, l’abbattimento sarebbe decisamente minore. E per tutti gli altri inquinanti che rendono i motori diesel nocivi, a cominciare dagli NOx? La riduzione massima attesa è del 10%: neanche abbastanza per equiparare dei camion ed autobus EuroIII a dei EuroIV! Neanche abbastanza per permettere ai comuni del Valle Padana che bloccano stagionalmente i camion EuroIII di derogare grazie al rifornimento di 100% di biodiesel.

Interessante e positiva la crescita degli utilizzi di olii di frittura usati. Ma Eni rimane il primo importatore nazionale di olio di palma: 228mila tonnellate nel 2017 su 446mila tonnellate importate per produrre biocarburante (dati Gse).

Anche sulla rinnovabilità (cioè le minori emissioni di CO2) la risposta non ci convince. ENI infatti, dichiara di certificare come “sostenibile” il 100% dell’olio di palma acquistatomanon riconosce come “scientificamente solidi” i modelli di valutazione da forestazione indirettaILUC (indirect land use change). Sbaglia. Il calcolo degli impatti da ILUCnon è oggi richiesto dai sistemi di certificazione mentre èpienamente riconosciutodalla scienzae, quando doverosamente inserito nella valutazione di sostenibilità, finisce per peggiorare drammaticamente il profilo ambientale. Basta andarsi a leggere lo studio Globiom per la Commissione europea, pubblicato nel 2016, ha rivelato che l’impatto sul clima del biodiesel derivante dall’olio di palma è tre volte quello del diesel fossile mentre la soia è due volte peggiore per il clima. Non è sufficiente affidarsi alla norma ISCC-EU (International Sustainability & carbon Certification), lodevole ma parziale, che certifica sulla carta un “consumo” contenuto di ecosistemi ad elevata biodiversità e solo dal 2008. Non basta, l’ISCC si riferisce alla sola produzione volontariamente tracciata e certificata (circa il 20%) e non la gran parte delle nuove coltivazioni: mentre, proprio a causa della crescita del consumo di biocarburanti, la produzione globale è passata da 48 milioni di tonnellate nel 2008 a 62 nel 2015. Insomma, la nuova domanda internazionale di biocarburante è causa diretta e scientificamente dimostrata di distruzione di ecosistemi costituiti di foreste, torbiere, praterie ad elevata biodiversità: l’International Council on Clean Transportation ha recentemente trovato “prove evidenti del fatto che il 40-53% dell’espansione delle palme da olio in Indonesia e Malesia si è verificata su terreni ad alto tenore di carbonio negli ultimi decenni, comprese foreste, zone umide e arbusti”.

Insomma “fino al 40% in meno” è una affermazione che:

  • non riguarda tutti gli autoveicoli ma, con  certezza, solo una parte di autobus di vecchia generazione;
  • probabilmente non riguarda neppure la gran parte delle stazioni di servizio Eni ed Agip (che non dispongono di pompe di gasolio B100, cioè 100% di biodiesel);
  • non riguarda una apprezzabile differenza della maggior parte degli inquinanti nocivi per la salute per cui scatta nelle nostre città l’emergenza smog;
  • non riguarda neppure le emissioni di gas climalteranti (CO2 equivalenti): la presenza di 15% di biocarburante (prevalentemente da palma) comporta una variazione tra – 10% e + 30%. La differenza dipende se si tiene in conto o meno delle emissioni provocate dal cambiamento di uso del suolo conseguente alla distruzione di foreste e tordiere.

Quindi il “fino al 40% in meno” è una promessa da bancherella di saldi stagionali, poi nessuno si scompone se non riesce mai a risparmiare tanto nella sua spesa. Solo che l’Eni non è un commerciante ambulante e la campagna pubblicità televisiva e media imponente.

Il testo integrale delle domande di Legambiente sui biocarburanti. E le risposte di Eni

* Andrea Poggio, responsabile mobilità sostenibile Legambiente