Enea e la fusione nucleare, un investimento sbagliato

Oggi, 20 dicembre, l’Agenzia nazionale ha convocato gli Enti territoriali interessati ad ospitare la macchina sperimentale Divertor tokamak test. Ma per Legambiente è  “una tecnologia costosa, ingombrante e niente affatto ‘pulita’. Una non più appetibile opzione di scenari del passato”

Divertor Tokamak Test

Un progetto che prevede ingenti investimenti pubblici per lo sviluppo di una tecnologia, per acquisire le conoscenze necessarie alla produzione di energia elettrica attraverso la fusione nucleare. Oggi, 20 dicembre, Enea ha convocato gli Enti territoriali interessati ad ospitare la macchina sperimentale Dtt (Divertor tokamak test), per spiegare più nel dettaglio in cosa consiste e specificare come avverrà la selezione per la scelta di un sito che lo possa ospitare (info). Selezione a cui, nelle ultime settimane, si sono già candidate diverse Regioni mettendo a disposizione il proprio territorio per ospitare l’impianto, vedendolo come una grande opportunità in termini di sviluppo, di occupazione e di ricerca. Il Dtt è stato alla fine riconosciuto di utilità per il progetto internazionale EUROfusion, e sono previsti 7 anni per la sua realizzazione e un periodo di circa 20 anni per la sperimentazione, per poi passare ad utilizzare le conoscenze acquisite sulla successiva macchina DEMO che avrà il compito di dimostrare la reale produzione elettrica.

Le ricerche sulla fusione nucleare hanno sempre avuto tempi molto lunghi, essendo iniziate già a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso e ancora oggi non hanno portato al raggiungimento dell’obiettivo finale (un interessante approfondimento sul tema è stato curato da Gianni Mattioli e Massimo Scalia, pubblicato sull’ultimo numero di Qualenergia ).

La prima questione riguarda l’utilità che oggi esiste nello sviluppare un’operazione di questo tipo. Riteniamo infatti assurdo che oggi venga previsto anche solo 1 euro di investimento pubblico per una fonte energetica che non garantisce nei tempi e nella tecnologia il percorso già intrapreso e dettato dall’Accordo di Parigi sul clima e dallo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. E per avviare l’esperimento DTT di fondi pubblici da investire se ne prevedono molti, a partire dagli 80 milioni di euro iniziali da parte del MIUR e del MISE tra il 2018 e il 2023, per un investimento totale previsto di oltre 500 milioni di euro tra fondi pubblici e privati.

Enea nel presentare l’esperimento DTT prevede la fine della sperimentazione e l’inizio di produzione di energia elettrica a partire dal 2050, in accordo con i tempi previsti dall’esperimento internazionale, inserendo la fusione come strategica nel contribuire ad una società low carbon. Uno scenario in totale contrasto rispetto all’urgenza di intervento a cui ci obbligano i cambiamenti climatici in atto e alle scadenze previste dagli accordi sul clima. Infatti nel 2050, quando il primo kWh da fusione nucleare sarà forse disponibile, secondo il percorso previsto dall’Accordo di Parigi, sarà stata sostituita la gran parte dei combustibili fossili nella produzione elettrica e nel caso dell’Europa, questa sostituzione riguarderà il 100% delle fonti, in favore delle energie rinnovabili. Questa è al contrario per noi la strada da seguire e su cui ci aspettiamo che vengano investiti fondi pubblici per la ricerca, in favore dello sviluppo di tecnologie e soluzioni verso un futuro totalmente rinnovabile.

Il trascorrere dei decenni, da quando sono iniziati i primi esperimenti per un utilizzo civile della fusione nucleare, ha visto l’affermarsi di nuove tecnologie, di nuovi interessi industriali, di nuovi orientamenti di mercato. Oggi quindi il progetto “fusione nucleare” risulta obsoleto, prima ancora che – non si sa quando e con che costi – possa entrare in esercizio una centrale basata su quei principi fisici di funzionamento. Dal punto di vista poi dell’attuale scenario energetico e del ruolo sempre più determinante delle fonti rinnovabili, la fusione nucleare appare un oggetto costoso, ingombrante e niente affatto “pulito”, che si pone come una non più appetibile opzione di scenari del passato. Un aspetto generale, questo, che appare prioritario anche nell’analisi rischi/costi/benefici, su cui riteniamo debbano essere condivisi criteri e parametri di valutazione.

Enea descrive il progetto Dtt come “un laboratorio scientifico-tecnologico fra i più grandi d’Europa che prevede investimenti pubblici e privati per 500 milioni di euro e l’impiego di oltre 1.500 persone altamente specializzate, direttamente e nell’indotto. Al progetto, che sarà realizzato in Italia, contribuirà EUROfusion il consorzio europeo cui è affidata la gestione delle attività di ricerca sulla fusione nucleare che ha appena previsto un finanziamento da 60 milioni di euro” è previsto un finanziamento iniziale di 40 milioni di euro da parte del Miur e altri 40 milioni da parte del MISE, da erogare in 4 anni successivi a partire dal 2019. Siamo convinti che lo stesso sforzo in termini di investimenti e di ricerca, sulle fonti rinnovabili e sull’energia solare in particolare, darebbe risultati molto più concreti e positivi in termini di tecnologia ma anche economici ed occupazionali. Per Legambiente il modello energetico a cui tendere è infatti ben altro, e prevede l’utilizzo dell’energia solare che giunge a tutti noi, senza bisogno di realizzare complessissime e costosissime centrali.

L’altra questione riguarda la tecnologia che si andrà a sperimentare. Alla base del DTT c’è la stessa tecnologia impiegata per l’International Thermonuclear Experimental Reactor (ITER) per produrre energia elettrica dalla fusione nucleare. Pur dichiarandola una fonte di energia illimitata e pulita, occorre al contrario specificare che la letteratura scientifica disponibile fornisce per la fusione valutazioni dell’inventario radioattivo, quantitativamente minore ma non certo trascurabile rispetto a rischi e danni sanitari della fissione. La fusione nucleare di Deuterio e Trizio, che si vorrebbe utilizzare per produrre energia con il progetto ITER e di cui in Italia si vorrebbe sperimentare una parte (DTT), produce neutroni che rendono radioattive le strutture e generano scorie radioattive: non le stesse scorie radioattive che vengono generate dalle classiche centrali nucleari “a fissione”, ma di altro tipo, meno durature, ma sempre radioattive. Ci aspettiamo quindi che prima ancora di arrivare all’avvio delle procedure di selezione dei siti e di erogare finanziamenti pubblici per l’avvio dell’esperimento vengano esplicitate alcune questioni, attraverso una procedura di coinvolgimento e trasparenza che fino ad oggi è mancata:

  • innanzitutto, sia esplicitamente chiarito, nelle finalità dei finanziamenti pubblici come nella documentazione che ENEA rende pubblica, che il DTT è un progetto di ricerca sperimentale dal quale non ci si possono attendere risultati concreti quali la produzione di kWh di elettricità entro tempi ben determinati, tempi che in ogni caso rimandano a dopo il 2050. Una ricerca sperimentale che non deve quindi essere camuffata come un progetto di produzione industriale di energia elettrica. A quella stanno provvedendo – con oltre il 40% di copertura della domanda elettrica del nostro Paese – e provvederanno sempre più le fonti rinnovabili, fino al 100% entro l’ormai famoso 2050;
  • Poiché di ricerca sperimentale finanziata con fondi pubblici si tratta, essa deve essere sottoposta, come ogni altra ricerca, a un controllo di competenza e, considerate le caratteristiche dell’impianto, a un controllo “sociale” che non si riduce ai soli atti istituzionali (VIA) o amministrativi della Regione che accettasse il DTT, ma a un coinvolgimento dei cittadini in termini di informazione e condivisione delle scelte.