sabato, Ottobre 31, 2020

Emilia Romagna: piovono dighe

Emilia Romagna

DAL MENSILE “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”. È difficile stabilire quanto sia grande la bellezza dei torrenti appenninici, parafrasando il mitico Jep Gambardella si può dire che alcuni “poteri” non si accontentano di “partecipare” alla risorsa idrica ma la vogliono tutta per sé, facendo “fallire” la natura.
Non è facile rappresentare e far percepire la grande bellezza dei corsi d’acqua nel paesaggio montano di bassa quota, tipico dell’Appennino emiliano, fra i 400 e i 900 metri d’altezza: punti topici per l’abbeverata degli animali selvatici, scrigni di biodiversità, in cui la presenza antropica si limita a una manciata di pescatori e a qualche bagnante in estate, che accedono da stradine, se non carraie impervie. Paesini minuscoli come Tavolana in Val Baganza o Temporia in Val d’Enza, che nelle case in sasso conservano una storia diventata un presente di seconde case.
A differenza dalle Alpi, dove la predazione degli ultimi scampoli di naturalità sui fiumi è tesa a impiantare il mini idroelettrico, nell’Appennino emiliano si ipotizzano dighe e invasi, giustificandole con l’uso irriguo per l’agricoltura in pianura. Per scongiurare le estate siccitose provocate dal cambiamento climatico. I progetti spuntano come funghi. Vediamoli da ovest a est, dal piacentino al reggiano, passando per il parmense.

Profitti privati, investimento pubblico
«Qui l’iniziativa vede una joint venture fra il Consorzio di bonifica di Piacenza e Iren Energia per individuare dei siti per invasi da 10 milioni di m3 d’acqua in Val Nure e Val Trebbia – spiega Fabrizio Binelli, del coordinamento No Tube – È un’iniziativa privata che sfugge da qualsiasi pianificazione. Né la Regione Emilia-Romagna nel piano di tutela delle acque né Atersir (Agenzia d’ambito regionale per servizi idrici e rifiuti, nda) prevedono la necessità di invasi ulteriori nel piacentino». Le mire cementizie puntano soprattutto sul Nure, un torrente che sorge nell’Appennino ligure per sfociare nel Po, percorrendo nel mezzo la provincia di Piacenza per 75 km. Un torrente che finora ha mantenuto sostanzialmente inalterata la sua naturalità. «Il soggetto privato ha individuato tre siti sul Nure – sostiene Binelli – a Ponte dell’Olio, nel tratto medio-basso, a Farini d’Olmo, media valle, e a Ferriere, in alta valle, lontano dal crinale. Per questi ultimi si stima una diga alta 80 metri, mentre a Ponte dell’Olio sarebbe alta “solo” 40 metri ma lunga 450… Sono opere ciclopiche, e per indorare la pillola parlano di invasi multifunzionali. Oltre all’uso irriguo per l’agricoltura li presentano utili per l’idropotabile e la produzione di energia, ma sono idee inconsistenti – continua – Per l’agricoltura è accertato che le esigenze idriche della Val Nure sono meno della metà della capacità prevista per gli invasi».
In Val Trebbia, invece, lo studio non è stato ancora presentato ma l’ipotesi riguarda la località San Salvatore, a monte di Bobbio, dove c’è un basamento del 1920, una briglia mai completata che da sempre agita idee. «In un Paese civile questi progetti non sarebbero possibili – dice ancora Fabrizio Binelli – Perché il privato non vuole investire ma chiede che sia un’opera pubblica, non prevista però da alcuna pianificazione. Purtroppo non è contrastata dalla Regione, dall’attuale presidente Bonaccini. Si è appiattiti sull’idea che gli agricoltori siano un bacino elettorale uniforme che vuole quelle opere».

L’onda lunga dell’alluvione a Parma
In provincia di Parma l’idea l’ha estratta dal cappello l’Unione industriali: diga e invaso in Val Baganza ad Armorano, nel comune di Calestano. Per comprendere da dove scaturisce, occorre tornare a cinque anni fa: il Baganza è un affluente del torrente Parma, la confluenza avviene in piena città di Parma. Il 13 ottobre 2014, a causa di un picco di rovesci sui crinali, il Baganza in poche ore si ingrossa come non mai, giunge in città, dove l’alveo è ristretto da attività produttive e residenziali, ed esonda, allagando due quartieri e lasciandosi dietro milioni di danni. Invece di delocalizzare le fabbriche e riallargare l’alveo, le istituzioni decidono di costruire una cassa di espansione per la difesa idraulica della città, pochi chilometri a monte. Il progetto dell’opera, che costerà 55 milioni di euro, è già in fase finale. «Diciamolo chiaramente – afferma Renzo Valloni, insigne geologo, già docente ordinario di Valutazione d’impatto ambientale e Geologia all’Università di Parma e membro del comitato scientifico di Legambiente Emilia-Romagna – il tutto nasce perché alcune attività produttive di vertici di Confindustria sono molto vicine alla Cassa di espansione, e questo li disturba. Da qui l’idea di una diga nella strettoia di Armorano, con un invaso per oltre 50 milioni di m3 che si estenderebbe per diversi km, fino ai Salti del diavolo (una formazione sedimentaria di pregio, divenuta attrazione turistica, nda), il che assume i toni dell’assurdità. Purtroppo però – continua il professore – presentandola in modo accattivante riescono a intavolare una discussione nel vuoto delle istituzioni, che non fanno neanche notare che non c’è nessuna pianificazione che contempli la necessità di un invaso nel parmense».
Per Valloni il problema principale, che si fa finta di non vedere, è che costruire dighe e invasi nell’appennino emiliano non conviene sotto nessun aspetto di quelli che si vorrebbero raggiungere ufficialmente. «Spesso si fanno paragoni con la diga di Ridracoli, nel forlivese, ma sono improponibili – riprende – Cominciamo col dire che l’Appennino emiliano e quello romagnolo sono geologicamente diversi. L’emiliano è al top della franosità e, quel che più conta, i suoi terreni sono altamente erodibili. Qui il cosiddetto trasporto solido nei corsi d’acqua ha livelli molto più elevati della media e gli sbarramenti si interrano velocemente. Inoltre il materiale per svariati motivi non viene rimosso e le opere perdono in breve tempo la loro piena funzionalità. È quello che sta succedendo alla cassa d’espansione del torrente Parma». Per inciso, lo scorso luglio la Regione Emilia-Romagna ha approvato un piano di investimenti da 215 milioni per 42 interventi di potenziamento e modernizzazione delle infrastrutture irrigue, che in diversi casi vanno proprio a ripristinare opere esistenti deteriorate.

Agricoltori in rete
Ma la vera discussione aperta sul tavolo è in provincia di Reggio Emilia e riguarda l’ipotesi della diga di Vetto. Se ne parla da oltre un secolo. A valle dell’abitato di Vetto (447 metri slm) c’è una strettoia sul fiume Enza, qui in passato venne posato un primo basamento che avrebbe dovuto portare alla creazione di un bacino da 100 milioni di m3. I costi faraonici e la bassa priorità rispetto ad altre infrastrutture hanno sempre dissuaso dalla realizzazione, fino all’incarico conferito dalla Regione all’Autorità di bacino del Po per uno studio di fattibilità che dovrebbe essere presentato entro fine anno. «Sono curioso di vedere gli scenari di fattibilità – dice Renzo Valloni – perché finora non sono mai stati basati su analisi delle portate dell’Enza ma sul fatto che in estate l’acqua non c’è. E come questi dati storici delle portate verranno reinterpretati alla luce degli effetti dei cambiamenti climatici, aspetto che scombussola tutto».
Uno degli “intoppi” per la realizzazione della diga sull’Enza è la presenza di un sito di Rete Natura 2000 che “occupa” 707 ettari per 13 km di asta del fiume, da località “La Mora” (comune Ventasso) a Compiano (comune Canossa), con quindici habitat di interesse comunitario, dei quali quattro prioritari. Servirebbe una deroga dell’Unione Europea per realizzare la diga. Per questo sta prendendo corpo l’idea di situarla a monte, in corrispondenza dell’abitato di Temporia, nel comune di Ventasso, con un invaso da 25 milioni di m3. Fuori dai vincoli ufficiali di Rete Natura 2000 ma, come sottolinea Duilio Cangiari dei Verdi di Reggio Emilia, «fare uno sbarramento nel medio corso di un fiume significa danneggiare irreparabilmente l’ecosistema a monte e a valle. Il punto è ragionare in modo diverso con il settore agricolo – suggerisce – Dovrebbero smettere di puntare su macro interventi che non si realizzeranno mai. Oggi con l’innovazione tecnologica si possono individuare facilmente soluzioni nella conoide dell’Enza che diano ristoro agli agricoltori in estate e attuabili nel breve-medio periodo. Penso ai progetti di ricarica controllata delle falde acquifere attuato dalla Regione sul Marecchia nel riminese o al progetto “Rewat”, in Toscana, che con un investimento di 300.000 euro permette una ricarica della falda acquifera di 1,3 milioni di m3, a fronte di un costo di 8 milioni per analogo quantitativo con invaso».

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