Effetto cinema nei Balcani

DAL MENSILE Un viaggio per mostrare i danni dei cambiamenti climatici a due passi dall’Italia. E per dar voce a chi prova a reagire. Piccole grandi esperienze di resistenza nel webdoc  “Movies save the planet”, di cui siamo media partner

Balcani spiaggia

di MARCO CARLONE e FRANCESCO RASERO

Nei Balcani occidentali le abbiamo tutte: siccità, alluvioni, ondate di calore, incendi – racconta il professor Vladimir Djurdjević, enumerando gli eventi con le dita – Ormai anche la gente normale si rende conto di cosa sta accadendo». È un quadro preoccupante quello tracciato da Djurdjević, meteorologo e ricercatore dell’Università di Belgrado, che da anni lavora per far sì che anche nel suo Paese, la Serbia, il termine climate change non suoni come un monito lontano o un’espressione astratta. Un trend condiviso con gli altri Stati della penisola balcanica. «Parlare di cambiamento climatico qui è davvero un problema, le persone pensano che sia un problema lontano, che non ci interesserà», sottolinea con tono sconsolato Rinora Gojani, project manager della ong Balkan green foundation, che ha sede a Pristina, capitale del Kosovo.

Il prezzo del carbone

Nei Paesi dei Balcani, dove il collasso delle economie post socialiste ha inaugurato un complesso periodo di transizione economica sul piano sociale e occupazionale, le tematiche ambientali sono per lungo tempo rimaste relegate alle ultime pagine delle agende pubbliche. La penisola balcanica, però, è una delle regioni più esposte agli effetti del riscaldamento globale, che rischia di stravolgere territori spesso già provati sotto svariati profili. Secondo l’Ipcc, l’Intergovernmental panel for climate change, l’Europa centro orientale è il primo grande banco di prova per valutare gli effetti della crisi climatica nel Vecchio continente. Un problema di portata globale, che ha radici ben salde anche in questi territori: in molte parti dei Balcani, infatti, energia vuol dire carbone. Il minerale è ancora il vero “oro nero” in Paesi come Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo, dove rappresenta la principale fonte per produrre elettricità. 

Il prezzo da pagare, in termini di ambiente e salute, è molto alto. «Sedici centrali termoelettriche nei Balcani occidentali inquinano più delle 250 centrali a carbone dell’Unione Europea», sostiene Denis Zisko, project manager del Centro per l’ecologia e l’energia di Tuzla, la terza città della Bosnia. Nelle città come la sua, ogni inverno segna l’inizio di un periodo in cui il cielo si fa grigio e l’aria diventa irrespirabile per giorni e giorni. Il carbone – bruciato nella locale termoelektrana, nei sistemi di riscaldamento domestici e nelle industrie – porta a livelli di inquinamento di 6,5 volte superiori agli standard consigliati dall’Oms. Intere aree naturali vengono “sacrificate” al ciclo produttivo dell’energia da fonti fossili. Un costo ambientale e sanitario che pagano in prima persona i locali, ma che ha ripercussioni anche nei Paesi limitrofi. E mentre i vari Stati indugiano nella ricerca di piani energetici alternativi per il futuro, le comunità si trovano a pagare di tasca loro i danni di eventi meteorologici sempre più intensi.

Tutti in trincea

«Negli ultimi anni abbiamo registrato una crescita dei periodi di siccità, spesso intervallati da tempeste di vento, flash flood e vere e proprie alluvioni», dettaglia Biljana Basarin, geografa dell’Università di Novi Sad. Un problema che ha innanzitutto ripercussioni dirette sulle aree a forte vocazione agricola come la Vojvodina, nella Serbia settentrionale, e che minaccia la biodiversità, a partire da quella faunistica, per il repentino cambio degli habitat naturali. L’aumento delle temperature, inoltre, non interessa solo l’atmosfera: anche l’acqua del Danubio, il più grande fiume della regione, sta registrando un preoccupante aumento dei valori medi.

Ma gli eventi per cui i Paesi dei Balcani hanno dovuto pagare il prezzo più caro sono le alluvioni: nel 2014 su Bosnia, Croazia e Serbia si è abbattuta la più grande alluvione mai registrata nella penisola. Un vero disastro, che ha colpito direttamente o indirettamente più di 2,6 milioni di persone e che è costato più dei danni provocati dalle guerre jugoslave degli anni ’90.

«Barricate così non si sono viste neanche quando ci si sparava da una sponda all’altra del fiume, in questo punto che fa da confine Croazia e Bosnia», commenta Daniel Pavlić, un attivista che vive a due passi dalle rive del fiume Una. Alle sue spalle indica trincee alte due metri e realizzate con centinaia di sacchi di sabbia, che gli abitanti del villaggio di Kostajnica hanno dovuto erigere per difendersi dalle piene. «Oggi la vera minaccia sono i cambiamenti climatici», conclude.

Gli effetti del climate change non toccano solo i Paesi dell’Ex Jugoslavia: in Albania, ad esempio, i rischi provengono sempre dall’acqua, ma questa volta si tratta di quella salata. «In alcune aree è possibile vedere a occhio nudo questo fenomeno – svela Endri Haxhiraj, ricercatore dell’Istituto per le politiche ambientali di Tirana – A Shëngjin le acque sono avanzate talmente tanto da aver sommerso i bunker costruiti a difesa delle coste durante il periodo comunista». Nella stessa località l’acqua di mare ha invaso un’ampia zona lagunare, alterando completamente l’ecosistema e sterminando la popolazione faunistica d’acqua dolce.

Non è un film

Sebbene gli effetti sulla popolazione siano ben tangibili, le risposte della politica all’emergenza climatica sono ancora voci lontane. C’è però chi, anno dopo anno, oltre a proporre soluzioni di contrasto o adattamento al cambiamento climatico, si impegna per aumentare la conoscenza e la sensibilità dell’opinione pubblica sul tema. L’area balcanica, nell’ultimo decennio, ha visto per esempio la nascita di diversi festival cinematografici indipendenti a tema ambientale. Dopo aver inizialmente rappresentato un’avanguardia, oggi questi appuntamenti sono diventati dei veri e propri presidi ecoculturali e giocano un piccolo ma essenziale ruolo di sensibilizzazione sul proprio territorio, in un livello di prossimità con le persone che spesso gli “ingranaggi” della politica non riescono a raggiungere.

Così, dal delta del Danubio in Romania ai minareti di Prizren in Kosovo, è nato un piccolo network che diffonde esempi e buone pratiche su pellicola e nei cinematografi. C’è il festival ciclabile “Smaragdni”, lungo il corso del fiume Una, a cavallo fra Croazia e Bosnia, dove organizzatori e partecipanti proiettano cortometraggi e documentari spostandosi in bici da un villaggio all’altro. C’è il “Green fest” di Belgrado, che fra un film e l’altro organizza eventi e mercati zero waste, per mostrare a tutti che una vita con meno rifiuti è possibile. In Kosovo, infine, è il più importante festival nazionale a tingersi sempre più di verde. Dal 2019, infatti, il “DokuFest” di Prizren (il principale appuntamento dedicato al cinema di tutti i Balcani, insieme al festival di Sarajevo) prevede una sezione “green”, che ha introdotto un solar cinema capace di proiettare in giro per il Paese senza bisogno di allacciarsi all’elettricità.

Piccole grandi esperienze di ecoresistenza dal basso che sono state raccolte nel webdoc crossmediale Movies save the Planet – Voices from the East, di cui La Nuova Ecologia è media partner. Un viaggio balcanico che ha toccato cinque Paesi, con un doppio intento: mostrare gli effetti più tangibili del cambiamento climatico in questa regione a due passi dall’Italia e dar voce ai buoni esempi di chi prova a reagire. Storie, testimonianze e idee provenienti dall’altro lato dell’ex Cortina di Ferro, finora distanti – anche se non geograficamente – dal pubblico italiano. Il lavoro è stato realizzato, con il supporto della redazione online di ehabitat.it, per conto di “CinemAmbiente”, il festival internazionale di cinema ambientale di Torino, nell’ambito del progetto europeo “Frame, voice, report!”.

Il web-doc “Movie save the Planet, voices from the East” è consultabile cliccando su framevoicereport.cinemambiente.it

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