Economia circolare, le regole della filiera

Aprire alla concorrenza il mercato della gestione dei rifiuti rischierebbe di abbassare la qualità dei processi di trattamento e riciclo garantita dai consorzi obbligatori. Un errore che l’Italia non deve ripetere Speciale Ecoforum 2019

Natura Morta, illustrazione di Ierene Rinaldi per La NUova EcologiaNel graduale processo di conversione all’economia circolare un ruolo centrale è svolto dai consorzi obbligatori che si occupano della raccolta e del riciclo dei rifiuti. Su questo fronte, con il varo del nuovo pacchetto di direttive europee in materia, in Italia si è tornato a parlare di un’ulteriore apertura al mercato di alcuni anelli della filiera. Diversi tentativi già fatti in tal senso in passato,  e che hanno riguardato principalmente le pile, gli accumulatori esausti e i Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche), non lasciano però ben sperare.

Giorgio Quagliuolo, presidente di Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, rivendica la centralità dei consorzi. «Grazie all’attuale impianto normativo, l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio è ormai una realtà consolidata nel Paese, con risultati di eccellenza che ci vengono riconosciuti a livello ruropeo – spiega – Nel 2018 è stato avviato a riciclo il 69,7% dei rifiuti di imballaggio – in acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro – immessi al consumo sull’intero territorio nazionale, per un totale di oltre 9,2 milioni di tonnellate di rifiuti, valore in crescita del 4,8% rispetto al 2017». L’apertura a una concorrenza senza freni rischia di mettere in discussione questi ottimi risultati. Non è questa la strada da seguire. «La concorrenza è un valore quando si tratta di produrre profitto. Ma se l’obiettivo è salvaguardare l’ecosistema, le priorità devono essere altre», sostiene Giancarlo Morandi, presidente del Cobat, che nel 2018 ha avviato al riciclo oltre 140.000 tonnellate di rifiuti tecnologici. Invocata per aumentare le performance generali del sistema, spesso la concorrenza nel nostro Paese ha d’altronde finito per spingere i consorzi a privilegiare la raccolta di rifiuti più semplici da reperire: una soluzione meno costosa, che è andata a discapito della qualità dei processi di trattamento, lasciando scoperte le aree del Paese più difficili da raggiungere. Ciò di cui ha bisogno l’Italia, invece, è rafforzare realtà che sulle specializzazioni hanno investito e sviluppato tecnologie all’avanguardia negli ultimi anni, come ad esempio nel campo dei rifiuti pericolosi. È il caso di Conou, il consorzio nazionale per la gestione, la raccolta e il trattamento degli oli minerali usati.

Cose economia circolare, illustrazione di Irene Rinaldi per La Nuova Ecologia«Promuoviamo da sempre il coinvolgimento di tutti i soggetti coinvolti nella filiera, dai detentori dei rifiuti ai rigeneratori, passando per la categoria essenziale dei raccoglitori – dichiara il presidente Paolo Tomasi – Abbiamo così raggiunto risultati di eccellenza sia per quanto riguarda le quantità che la qualità dell’olio minerale raccolto, a vantaggio e anche della bolletta energetica nazionale». Un alto livello di specializzazione contraddistingue anche Ricrea, il consorzio nazionale che gestisce il recupero e il riciclo degli imballaggi in acciaio. «Nel 2018 sono state riciclate 386.895 tonnellate di imballaggi in acciaio, il più alto tasso di riciclo di sempre, pari al 78,6% dell’immesso al consumo, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente – commenta il presidente Domenico Rinaldini – Un traguardo raggiunto grazie all’impegno di tutta la filiera, a partire dai cittadini, che ogni giorno differenziano correttamente. Il tutto assicurando ai convenzionati un prezzo di ritiro del rottame garantito». Più possibilista sulla possibilità di aprire il mercato a nuovi attori è Raphael Rossi, amministratore unico di Formia Rifiuti Zero, fra i massimi esperti della gestione di rifiuti in Italia. «Si critica spesso il sistema dei consorzi per come è strutturato – dice – però gli va indubbiamente riconosciuto il merito di aver messo a regime la gestione delle frazioni dei rifiuti nei posti più remoti del Paese, spesso andando incontro a serie difficoltà sul piano logistico. L’apertura alla concorrenza può essere traumatica per i consorzi nell’immediato, ma nel medio termine potrebbe anche produrre degli effetti benefici». Il confronto resta dunque aperto. Ma su un punto tutti i protagonisti della filiera consortile sembrano essere d’accordo: allargare il campo del business della gestione dei rifiuti a chiunque, senza alcun tipo di selezione alla base, frammenterebbe il mercato, rendendo più difficili i controlli e aumentando il pericolo di concorrenza sleale. È un rischio che, in una fase decisiva come questa, l’Italia non può assolutamente correre.