Economia circolare, l’Italia si conferma prima in Europa

Lo dice il ‘Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020’ realizzato dal Circular economy network e da Enea. Dietro la Germania, in crescita Francia e Polonia. Sono 517.000 gli occupati nei settori circolari, il 2,06% del totale / Assovetro presenta il primo rapporto di sostenibilità 

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Nel campo dell’economia circolare l’Italia si conferma prima in Europa. È quanto emerge dal ‘Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020’, realizzato dal Cen (Circular economy network), la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 14 aziende e associazioni di impresa, e da Enea. Il dossier è stato presentato lo scorso 18 marzo in streaming, a causa dell’emergenza Coronavirus, dal presidente del Cen Edo Ronchi e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali di Enea Roberto Morabito.

La classifica stilata nel rapporto tiene conto dell’indice di circolarità, ovvero il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione. Dietro l’Italia si piazzano Germania e Francia (11 e 12 punti in meno). Ma Francia e Polonia, rispettivamente con un tasso di circolarità nell’ultimo anno di più 7 punti e più 2 punti, sono in costante risalita. La crescita di questi due Paesi, in particolare, potrebbe presto mettere in discussione il primato dell’Italia se non continua a implementare e, soprattutto, mettere a sistema le proprie buone pratiche di economia circolare. Per ciò che concerne la capacità di trasformare i volumi di economia circolare in posti di lavoro, l’Italia viene invece scavalcata dalla Germania (659.000 occupati contro 517.000). Nonostante ciò, percentualmente le persone che nel nostro Paese vengono impiegate nei settori ‘circolari’ sono il 2,06% del totale, valore superiore alla media Ue a 28 che è dell’1,7%.

Nel mondo ancora troppo consumo di materiali

Dal dossier emerge che il consumo di materiali nel mondo cresce a un ritmo doppio di quello della popolazione mondiale. In pratica, ogni abitante della Terra utilizza più di 11.000 chili di materiali all’anno di cui un terzo si trasforma in breve tempo in rifiuto e finisce per lo più in discarica, mentre solo un altro terzo è ancora in uso dopo appena 12 mesi. Andare oltre questa economia estrattivista, definita nel rapporto “responsabile di buona parte della crisi climatica e ambientale, a cominciare dall’invasione dell’usa e getta”, significa puntare in modo sempre più strutturato sull’economia circolare, e dunque su materiali e oggetti che possono essere riciclati e riutilizzati più e più volte. 

Secondo il rapporto, infine, in questo quadro una delle principali priorità è rappresentata dalla valorizzazione della bioeconomia, un tassello fondamentale nella salvaguardia delle risorse naturali ma solo a condizione che sia rigenerativa, vale a dire basata su risorse biologiche rinnovabili e utilizzate difendendo la resilienza degli ecosistemi e non compromettendo il capitale naturale con prelievi e modalità di impiego che ne intacchino gli stock. Per gli autori del dossier, che quest’anno hanno dedicato un focus a questo specifico aspetto, è necessario un maggiore impegno per la tutela del capitale naturale, in particolare del suolo, e nella lotta alla crisi climatica.

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