giovedì 25 Febbraio 2021

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Orientare gli interventi pubblici nell’economia verso la conversione ecologica e la sostenibilità ambientale degli asset produttivi. Adottare, dove necessario, forme temporanee di defiscalizzazione. Far rispettare alle pubbliche amministrazioni la quota di acquisti green indicata nel Green public procurement. È ciò che chiedono le tante aziende protagoniste dell’economia circolare in Italia. Realtà che, soprattutto in questa fase, vanno sostenute per non vedere sfumare investimenti e sviluppo di know how che hanno reso il nostro Paese una realtà virtuosa nel settore in Europa e nel mondo.

Autorizzazioni da rilasciare

Per gli operatori del settore la priorità è autorizzare l’attivazione di nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti e il riciclo dei materiali. «Specie in questo momento è indispensabile che si dia un canale privilegiato al riutilizzo dei materiali post-consumo cercando di diminuire quelli da materia vergine – afferma l’ecomanager Alessio Ciacci, amministratore unico di Cermec (Consorzio ecologia e risorse Massa e Carrara) – In tal senso serve incentivare la realizzazione di impianti per il riciclo dei materiali, in primis dell’organico di cui c’è grande carenza e da cui si può ottenere un ottimo compost ed energia con la produzione di biometano». È un monito condiviso da Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asja Ambiente Italia, per il quale la chiave per accelerare i tempi è «snellire gli iter autorizzativi per nuovi impianti e per il revamping/repowering, armonizzando le regole delle Regioni e garantendo il rispetto dei termini di approvazione». Il perché si tratti di un bisogno a cui dare risposte concrete nell’immediato lo spiega bene Alessandro Battaglino, presidente di Barricalla, società che si occupa in particolare della gestione di rifiuti speciali. «Per l’emergenza Coronavirus sono state bloccate le frontiere anche per i rifiuti speciali e pericolosi – sottolinea – L’Ungheria ad esempio, che era diventato un mercato interessante per le esportazioni di rifiuti, ha chiuso i confini. Ciò significa che dobbiamo smaltirli in Italia. Il problema, però, è che non abbiamo tanti siti e le volumetrie di quelli operativi si stanno man mano esaurendo. È un momento particolare in cui la questione della carenza di impianti, e di spazi in cui devono essere conferiti quei rifiuti residui che non possono più essere reimmessi nella produzione, è ancora più urgente. Questa potrebbe essere l’occasione per mettere mano alle normative e arrivare a una dotazione impiantistica degna di questo nome».

Ostacoli da rimuovere

In questo scenario, la raccolta differenziata di imballaggi non può permettersi di subire frenate prolungate. «Per ciò che riguarda il vetro, con la crisi siamo passati da un eccesso di materiale che si aveva difficoltà a trattare a una sua mancanza che ora sta mettendo in difficoltà le vetrerie – spiega Giorgio Quagliolo, presidente del Conai (Consorzio nazionale imballaggi) – I problemi più seri riguardano la plastica. Tutta la frazione non riciclabile, il plasmix, non ha destinazione né nei cementifici, che sono tutti chiusi, né nei termovalorizzatori che devono dare la precedenza al conferimento di rifiuti nei territori dove c’è un maggiore rischio e dove il conferimento è per lo più indifferenziato».

Uno dei settori a maggior rischio di saturazione è l’intera filiera dell’acciaio. «Bisogna incrementare le capacità di stoccaggio degli impianti, anche in deroga alle previste autorizzazioni – chiede Federico Fusari, direttore generale di Ricrea (Consorzio nazionale per il riciclo e il recupero degli imballaggi in acciaio) – Al contempo è importante garantire l’apertura non solo delle aziende che lavorano il rottame d’acciaio proveniente dalla raccolta ma anche delle acciaierie stesse».

La carta si sta rivelando fondamentale per l’imballaggio di alimenti, medicinali, prodotti per l’igiene e dispositivi di protezione per il personale sanitario. «Le aziende produttrici di questi beni devono continuare ad approvvigionarsi di materie prime secondarie senza soluzioni di continuità, fornendo ciò che occorre al Paese – avverte Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta – Per fare ciò vanno utilizzate le raccolte fatte e selezionate a livello nazionale, evitando porte girevoli che indeboliscono proprio l’economia circolare della carta».

A subire un rallentamento fisiologico del materiale raccolto è stato in queste settimane anche il Conou, il Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati. Una flessione pari al 60% a causa della chiusura di molte imprese, spiega il presidente Paolo Tomasi, che non smette però di guardare al post emergenza con ottimismo. «Serve un’azione condivisa per fare in modo che la ripresa sia all’insegna dell’ambiente – conclude – Il traguardo deve essere un’implementazione delle nostre attività in termini di sostenibilità, nella speranza che non si voglia tornare a un modello di economia lineare. Non dimentichiamoci che l’ambiente crea posti di lavoro. Le nostre scelte per il prossimo futuro devono passare necessariamente da qui».

Senza dimenticare che il mercato premierà sempre più, come già ha cominciato a fare negli ultimi anni, chi fa innovazione green. «La cosiddetta “Fase 2” vedrà protagoniste le aziende guidate verso soluzioni sostenibili in grado di accrescere il proprio livello di efficienza e circolarità – aggiunge Marco Gazzino, responsabile Innovability di Enel X – Come ad esempio prodotti di mobilità elettrica o per l’illuminazione pubblica che salvaguardino l’ambiente; oppure riducendo lo spreco di risorse utilizzando plastiche riciclate per realizzare componenti di pannelli fotovoltaici second life, recuperati dai processi di revamping». La conversione è dunque possibile, ritardare ancora sarebbe delittuoso.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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