mercoledì 25 Novembre 2020

Economia circolare e rifiuti, è il momento di rigenerare

Entro il 2035 i volumi di rifiuti urbani conferiti in discarica non dovranno superare la soglia del 10%. È uno dei principali obiettivi fissati dall’Ue e rappresenta un impegno che da metà agosto, con il recepimento del pacchetto di normative europee sull’economia circolare, l’Italia non potrà più tradire. Una responsabilità importante per un Paese che continua a fare i conti con una serie di ostacoli che frenano la realizzazione, o l’attivazione, di quegli impianti che servono per trasformare in nuova materia prima seconda quei materiali che troppo a lungo sono stati bollati come “finiti”. La speranza delle imprese di settore, così come di Legambiente e di tutte quelle realtà che guardano all’economia circolare come all’unico futuro possibile per il rilancio del nostro Paese messo a dura prova dalla pandemia, è che una parte ingente delle risorse in arrivo con il Recovery fund varato dalla Commissione europea vadano proprio allo sviluppo impiantistico di cui l’Italia ha fortemente bisogno. Di pari passo, però, è necessario che la politica faccia la sua parte, snellendo processi decisionali troppo farraginosi. Tradotto, significa imprimere un’accelerata decisa all’approvazione di nuovi decreti End of waste.

Stando agli ultimi aggiornamenti forniti dal sottosegretario del ministero dell’Ambiente Roberto Morassut, nel complesso sono in fase istruttoria 19 decreti predisposti ai sensi dell’articolo 184-ter del D.Lgs 152/2006. Di questi tre sono in stadio avanzato per l’emanazione e la successiva pubblicazione in Gazzetta ufficiale: la carta da macero da cui ricavare cellulosa per gli utilizzi nelle cartiere, con pubblicazione in Gazzetta entro novembre; i rifiuti inerti da spazzamento strade da cui ottenere materiale inerte per l’utilizzo nei leganti idraulici e come sottofondi, con pubblicazione in Gazzetta entro dicembre; i rifiuti da costruzione e demolizione, con pubblicazione in Gazzetta nel marzo del 2021.

Ognuno di questi decreti, una volta concluso definitivamente il proprio corso di approvazione, darà un contributo fondamentale per far aumentare di giri i volumi di rifiuti rigenerati in Italia, contribuendo a far fare alla nostra economia circolare un salto di qualità che ormai non è più rimandabile. È un discorso che vale indubbiamente per la carta. Secondo stime aggiornate di Assocarta, l’industria della carta e della sua trasformazione, grazie all’origine “verde” della materia prima, è rinnovabile e riciclabile. Basti pensare che registra l’80% di riciclo nell’imballaggio contro un livello generale attestato al 60%. La carta, inoltre, è parte di una filiera che fattura 25 miliardi di euro. E, secondo studi attendibili condotti in Europa, il 25% degli imballaggi non rinnovabili potrebbero essere presto sostituiti proprio dalla carta. Per quanto concerne, invece, i rifiuti da costruzione e demolizione, essi rappresentano una fetta preponderante della produzione italiana di rifiuti speciali. Comprese le terre e rocce da scavo, si tratta infatti di circa 51 milioni di tonnellate annue che, una volta portate regolarmente a riciclo, garantiranno dei ritorni importanti per le imprese coinvolte a vario livello nel loro trattamento. Un’altra partita decisiva in corso in Italia è quella per la definizione del Programma nazionale rifiuti da cui si attendono le indicazioni necessarie per colmare le tante lacune che tengono in stand by diversi anelli della filiera della gestione dei nostri scarti, siano essi urbani o speciali. Per Assoambiente e Utilitalia occorrerebbero tra i 7 e i 10 miliardi di euro per rinnovare in modo strutturale il nostro parco impiantistico. Nell’immediato sfruttare al meglio i fondi del Next Generation EU, e mettere mano a una normativa rivelatasi troppo lenta, sarebbero due passi in avanti importanti per stimolare le imprese a non mollare e continuare a investire in questa direzione. “Ciò che serve al Paese – spiega in proposito Edo Ronchi, presidente del Circular economy network (Cen) – è lo sviluppo di un nuovo ciclo di investimenti per la realizzazione di impianti di gestione dei rifiuti. Anche per l’economia circolare chiediamo strategie per superare gravi squilibri territoriali nella dotazione impiantistica. Solo così consentiremo il raggiungimento sull’intero territorio nazionale degli obiettivi indicati dalle direttive europee».

In parallelo sarà decisivo un impegno comune per vincere le resistenze politiche e di quella parte dell’opinione pubblica che, per effetto rispettivamente delle sindromi Nimto (“not in my terms of office”, “non durante il mio mandato elettorale”) e Nimby (“not in my backyard”, “non nel mio orticello”), stanno tenendo paralizzato un Paese che, invece, non può più rimandare il proprio appuntamento con l’economia del futuro.

Articolo pubblicato su Rifiuti Oggi 2020

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