mercoledì 27 Gennaio 2021

L’ecologismo è una forma di umanesimo. L’intervista a Telmo Pievani

Dal mensile di settembre – L’impegno ecologista oggi, oltre che per la difesa e conservazione di specie che non abbiamo alcun diritto di sterminare, è un impegno umanista. Ne va del futuro delle prossime generazioni e quindi non c’è una reale contraddizione tra eco-centrismo e antropocentrismo», scrive Telmo Pievani in Homo sapiens e altre catastrofi, uscito nel 2018 per Meltemi editore.

Telmo Pievani

Durante il lockdown, in molti abbiamo sognato una nuova ripartenza, più verde e più giusta. Ma per ora sembra che queste aspettative, almeno in Italia, siano disattese. Cosa ne pensa? È stato un sogno non solo degli ambientalisti, ma anche degli scienziati. C’è un processo di convergenza che, fino a qualche anno fa, non esisteva. Non passa settimana senza che la scienza mandi allarmi sulla gravità della crisi ambientale. Eppure, quest’alleanza strettissima tra militanza ecologista e mondo scientifico, anche con l’evidenza dei dati, non riesce a incidere. Non riesce a far cambiare troppo né i comportamenti individuali né le scelte politiche.

Perché? La pandemia ha generato una crisi economica e sociale tremenda e la politica cerca di correre ai ripari, per tamponare la situazione di instabilità, risentimento, paura, disorientamento, rabbia sociale. Invece, quello che dovrebbe fare è rilanciare. Sarebbe il momento per fare grandi investimenti pubblici – che comunque dobbiamo fare – indirizzati verso la green economy e la giustizia ambientale e sociale. Ma non sta succedendo.

È difficile uscire dallo schema della scelta tra dover sacrificare l’ambiente o lo sviluppo? Ci sono studi a dimostrare che questo conflitto non esiste. Al contrario: se si fanno investimenti oculati e corretti nel senso della sostenibilità, che non siano soltanto tassazioni ma incentivi per un’economia diversa, i dati ci dicono che ciò porta sviluppo. La politica però deve decidere dove investire per favorire una riconversione economica, non drammatica, graduale e progressiva, ma irreversibile. È quello che la Germania e altri Paesi stanno tentando di fare. In Italia, con poche eccezioni, i nostri politici non sono culturalmente all’altezza di questa sfida. Hanno altre priorità e una visione di corto respiro.

Tornando al lockdown e alla gestione della pandemia: a qualsiasi latitudine, la prima reazione di fronte alla minaccia è stata la sua negazione. Come si spiega? È un atteggiamento universale, che non risparmia nemmeno gli scienziati. Viene definito “bias delle lenti rosa”, una sorta di deformazione cognitiva per cui riconosciamo un pericolo solo quando è imminente e palese, mentre tendiamo a rimuoverlo, se possibile, soprattutto se è invisibile e lontano. Questo non giustifica nulla, è soltanto un modo per spiegare quello che è successo. Ed è tipicamente umano anche che, quando il pericolo è passato, o pensiamo che sia passato, scattino subito il sollievo, l’oblio, la dimenticanza, il desiderio di tornare a tutto com’era prima.

Facendo un paragone con l’emergenza climatica, dobbiamo attendere che accada qualcosa di dirompente perché ci rendiamo conto dell’urgenza di agire? Purtroppo è così. Il riscaldamento globale è un fenomeno difficile da afferrare per la nostra mente, per tante ragioni. È graduale e progressivo, molto ampio nel tempo e nello spazio, non lineare. Ed è probabilistico, cioè non si può affermare con certezza se e quando accadrà un determinato disastro ambientale. È questione di medie e statistiche e la nostra mente fatica a capirlo. A ciò si aggiungono gli interessi economici, i negazionisti che creano confusione, la diffusone delle fake news. Tutto questo rende difficile mettersi d’accordo sull’evidenza del fenomeno e agire in modo serio, rigoroso e incisivo. Anche qui, non si tratta di giustificare nulla, ma di essere realisti e capire quali sono le ragioni per cui non si fa abbastanza.

I rischi legati alla perdita di biodiversità sono anche più difficili da comprendere e da comunicare… In realtà parliamo di processi interdipendenti. La crisi climatica ha effetti estremamente negativi sugli ecosistemi, li impoverisce, e questo incide sulle nostre condizioni sociali ed economiche. A pagare il prezzo più alto sono i Paesi più poveri, delle fasce tropicali ed equatoriali. La crisi ambientale quindi ha implicazioni di ingiustizia sociale profonda, perché aumenta le disuguaglianze, le tensioni, i flussi migratori. È tutto collegato. Ce ne siamo già dimenticati, ma anche la probabilità che esploda una pandemia è legata alla distruzione dell’ambiente. Più devastiamo le foreste primarie, i luoghi in cui gli animali serbatoio dei virus vivono, più aumenta la probabilità che avvenga un nuovo salto di specie. Anche questa è un’evidenza che fatichiamo ad accettare. I dati sulla crisi della biodiversità sono drammatici: si parla di una riduzione che supera il 30% in media. Significa che noi, una sola specie, abbiamo fatto fuori un terzo di tutte le altre. Non era mai successo nella storia della vita sulla Terra. Molti insetti, tra cui gli impollinatori, diminuiscono con cifre intorno al 30-37%. Questa è una follia, perché dagli impollinatori dipende più del 70% delle colture alimentari umane e, quindi, anche il nostro benessere. È un esempio della nostra miopia totale.

A proposito di disuguaglianze: perché i Paesi ricchi dovrebbero impegnarsi per la giustizia sociale? Ci sono due risposte. Una è realista: il Pentagono, l’agenzia per la sicurezza statunitense, considera il cambiamento climatico la seconda principale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti dopo il terrorismo, nonostante Trump. Instabilità, migrazioni ambientali, conflitti per le risorse generano una situazione che destabilizza anche chi sta meglio. Ma io preferisco la risposta idealista: nessuno ha il diritto di accaparrarsi le risorse a scapito di altri. Non importa chi ne trae vantaggio, questo è eticamente e politicamente inaccettabile.

Come si potrebbe rendere più incisivo il messaggio ambientalista? L’ambientalismo deve imparare a comunicare in modo da raggiungere una platea ampia, come accade per esempio in Germania e Francia, dove i partiti verdi hanno credito. Primo: non si può parlare di crisi ambientale senza affrontare l’emergenza sociale. Le due dimensioni sono interdipendenti. Secondo: va evidenziato il legame tra scienza e ambiente, con dati a supportare l’esigenza di scelte politiche. Infine, dobbiamo far capire che l’ecologismo è una forma di umanesimo, non è “antiumano”. La difesa degli interessi umani coincide con la difesa della natura.

Telmo Pievani è professore ordinario nel Dipartimento di Biologia all’Università di Padova, dove ricopre la prima cattedra di Filosofia delle scienze biologiche in Italia. Insegna anche Bioetica e Divulgazione naturalistica. È autore di oltre duecento pubblicazioni scientifiche e di molti saggi divulgativi di successo. Dirige Il Bo Live, il giornale online dell’Università di Padova. Molto efficaci sono i suoi editoriali in forma di videopillole. Collabora con il Corriere della Sera, Le Scienze e Micromega.

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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