martedì 1 Dicembre 2020

È tempo di seminare futuro

Un miliardo e seicento milioni di euro previsti nel decreto Rilancio. Più un miliardo stanziato dal governo e altri 800 milioni del Programma operativo nazionale che erano stati lasciati in stand by dai precedenti esecutivi. Sono i soldi che verranno investiti per rammendare il sistema scolastico, le cui fragilità croniche sono emerse in tutta la loro gravità nei mesi di lockdown imposti dalla pandemia Covid-19. Un maxi investimento che consentirà ai dirigenti scolastici di acquistare dispositivi di protezione e materiale per l’igiene individuale e degli ambienti, e che rappresenterà la base economica per potenziare la didattica a distanza, realizzare interventi di ristrutturazione e venire incontro alle esigenze degli studenti con disabilità o disturbi specifici di apprendimento.

Vecchie e nuove disparità
Le buone intenzioni, e i fondi per tradurle in pratica, dunque non mancano. Ma trattandosi di un piano pensato per l’emergenza, il rischio concreto è che questa pioggia di investimenti tapperà qualche falla nell’immediato, lasciando però irrisolte nel medio e lungo periodo tante problematiche di fondo. In Italia la “questione scuola”, d’altronde, va ben oltre la straordinarietà del contesto creato da questa pandemia. E gli 8,5 milioni di bambini e ragazzi costretti a interrompere le normali attività scolastiche a causa del Coronavirus, come segnalato nel dossier Disuguaglianze digitali dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini, sono solo la conseguenza più immediata di un sistema che da tempo fa acqua da tutte le parti, e che al suo primo vero confronto con la didattica a distanza ha dimostrato tutti i propri limiti. Secondo lo studio, il Covid-19 ha infatti acuito ulteriormente il divario tra chi ha un accesso adeguato a internet e chi invece non ce l’ha, penalizzando soprattutto bambini e famiglie residenti al Sud. L’indagine dice che il 12,3% dei ragazzi non possiede né un pc né un tablet, che oltre un milione di minori vive in comuni non coperti dalla rete fissa veloce e che alla Calabria spetta la maglia nera della regione meno connessa d’Italia. In tempi di quarantena, a queste disuguaglianze digitali si sono poi aggiunti anche disagi abitativi e sociali. Basti pensare che il 41,9% dei minori, vivendo in abitazioni sovraffollate, in questi mesi ha avuto non poche difficoltà a ritagliarsi un proprio spazio a casa per seguire in modo adeguato le lezioni online. «Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere in uno stato di incertezza», spiega a Nuova Ecologia Marco Rossi Doria, vicepresidente dell’impresa sociale Con i bambini, primo maestro di strada in Italia, in passato sottosegretario all’Istruzione dei governi Monti e Letta. «Un conto, però, è l’incertezza in quadri di certezza in famiglie in cui entrambi i genitori hanno un lavoro, che vivono in abitazioni di tanti metri quadri, con una buona connessione e magari anche con una riserva in banca. Un altro conto è stata la minaccia del Covid nei tanti quartieri difficili delle nostre città, dove bambini e ragazzi sono stati costretti per mesi a stare lontani dalla scuola, dai propri compagni, dallo sport, dalla vita di tutti i giorni. Nelle crisi le disuguaglianze tendono ad aumentare e si manifestano in maniera più dolorosa nei soggetti più fragili e più deboli, che vivono in situazioni di marginalità ed esclusione multifattoriale».

Corigliano-Rossano, una ragazzina studia collegata in streaming con la professoressa e gli altri compagni

Povertà educativa in aumento
Ed è proprio quello che è accaduto durante questa pandemia che, di fatto, ha spinto circa un milione di minori a passare da una condizione di povertà relativa a uno stato di povertà assoluta. Un “effetto risucchio” che ha costretto a scendere di un gradino nella scala sociale anche le “famiglie di mezzo”, vale a dire quelle che si appoggiano su un solo reddito o, al massimo, su un reddito e mezzo. «Ciò significa che le difficoltà materiali, dal pagamento dell’affitto a quello delle bollette, così come i conflitti interni alle famiglie e, più in generale, la sensazione di non farcela, sono aumentati», sottolinea Rossi Doria. «Ci sono, poi, situazioni di particolare fragilità, che riguardano i bambini portatori di disabilità, affetti da spettro autistico, difficoltà motorie o sensoriali, che nella didattica a distanza sono rimasti indietro. Parliamo in Italia di circa 220mila bambini e ragazzi. Non dimentichiamo le famiglie che vivono nelle aree interne che non sono coperte dalla rete. Quelle a cui i device in comodato d’uso da parte delle scuole non sono mai arrivati. E altri 820mila bambini di nazionalità straniera che in questi mesi a casa sono stati seguiti dalla mamma che però, in molti casi, non conosce la nostra lingua. Tutto ciò, alla fine, ha inciso nell’anno scolastico di questi minori e nel loro percorso istruttivo. Perché la scuola non è un altro posto rispetto alla vita, è la quotidianità».

Ripartenza possibile
Il problema è che per troppo tempo il Paese lo ha voluto dimenticare. Da settembre, la vera sfida per la nostra società non dovrà pertanto essere solo far ripartire in sicurezza la didattica frontale, ma prendere atto di questa dimensione. È una presa di coscienza che deve tradursi, anzitutto, in una crescita di quel 3,2 per cento del Pil nazionale che l’Italia destina allo sviluppo delle politiche educative, a fronte di una media europea che si attesta attorno al 4,5/5 per cento stando alle stime del Forum Disuguaglianze Diversità. Perché investire nella scuola, a lungo andare, costa meno rispetto al non farlo. Come dimostra il fatto che si spende un quarto in più per instradare un ragazzo in un circuito penale piuttosto che guidarlo in un’ordinaria educazione scolastica. E poi ci sono le esperienze costruttive e le buone pratiche che questa pandemia ci ha lasciato in eredità e che, da settembre, non vanno assolutamente disperse. A cominciare dal confronto tra le donne, insegnanti da una parte e mamme dall’altra, che da dentro le mura domestiche, e pur tra tante complicazioni, hanno continuato a tenere vivi i percorsi educativi di milioni di minori. «Nel pensare la ripartenza abbiamo capito, anzitutto, che dobbiamo rimediare alle criticità che c’erano prima», conclude Rossi Doria. «In primis la dispersione scolastica, passata nell’ultimo anno dal 13 al 14 per cento, con un aumento dei ragazzi che a 25 anni non hanno in tasca né un diploma di scuola superiore né un’attestazione di formazione professionale almeno triennale. E poi i problemi annosi dell’edilizia, della sostenibilità ecologica ed energetica degli ambienti scolastici, della povertà sempre più diffusa in un Paese dove si fanno sempre meno figli. Adesso ci vuole una grande politica per ripartire». Per guardare alla scuola come al posto in cui si coltiva il futuro.

Per saperne di più – Dossier Con i bambini

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