“È tempo di osare, c’è bisogno di più democrazia”

L’autore de “Il tempo della complessità” traccia un bilancio culturale della nuova epoca. E spiega: “L’Europa ha trascurato gli obiettivi sociali privilegiando quelli finanziari”

Mauro Ceruti

«Serve un’Europa federale. Un Parlamento che funzioni davvero come Parlamento e che elegga un governo responsabile è la strada migliore per colmare il deficit di democrazia attuale. Questo deficit è un ostacolo pesante nella presa di coscienza e di responsabilità dei cittadini nei confronti delle sue istituzioni», afferma il filosofo Mauro Ceruti. Nel suo ultimo libro, Il tempo della complessità (Raffaello Cortina editore), traccia un bilancio culturale sulle tensioni inedite della nuova epoca.

Professor Ceruti, ci aiuta a capire verso dove sta andando l’Unione?
Negli ultimi anni le forze centrifughe si sono moltiplicate. L’Europa è ancora più debole: senza una politica estera e di difesa comune, senza una comune politica dell’accoglienza, senza una comune politica energetica. Ha un serio deficit di democrazia e ha trascurato gli obiettivi sociali privilegiando obiettivi puramente finanziari e a breve termine. I nazionalismi e i localismi la minacciano. Rinasce l’attitudine a creare capri espiatori, in primo luogo l’Islam, ma anche lo “straniero” o il “migrante”. L’Europa rischia nuovamente il dilagare delle sue malattie moderne, degenerate nei conflitti mondiali: la pulizia etnica e la sacralizzazione dei confini. Il nemico dell’Europa è diffuso ed è presente entro gli stessi confini di ciascuno Stato. Così l’Ue rischia l’implosione. E se l’Europa si disgrega, in pericolo sono anche i suoi singoli Stati, inadeguati rispetto alla scala degli attori globali.

Come andare oltre le identità divise e costruire invece un progetto condiviso?
È finita la società moderna, costruita nei confini della sovranità territoriale degli Stati e più o meno rigidamente gerarchizzata in classi. I problemi sono diventati transnazionali: innovazione tecnologica, democratizzazione delle conoscenze, transizione energetica, governo delle migrazioni, lotta al terrorismo, ricerca di una maggiore giustizia sociale, protezione degli individui dai contraccolpi di un’economia senza freni. Parlare di sovranità degli Stati dinanzi a questi problemi è del tutto illusorio. E può aprire la strada a un esercizio del potere antidemocratico e autoritario. Per rispondere alla crisi della democrazia, bisogna osare più democrazia dove ancora questa è carente, cioè nelle istituzioni sovranazionali, e in particolare nell’Unione Europea.

Per recuperare un progetto di Europa, non dovremmo guardare in modo diverso anche al Mediterraneo?
La pacificazione del Mediterraneo è una grande opportunità. Se l’Europa continua a non coglierla, può essere il luogo del suo inabissamento. Ma questo richiede una presa di responsabilità: richiede tempo, energia, investimenti umani e finanziari per i Paesi oggi stretti nella morsa dell’islamismo e dilaniati da terribili guerre civili. Alzare barriere nei confronti delle vittime di queste guerre è l’esatto contrario di questa presa di responsabilità: la gestione della crisi dei profughi è una tappa decisiva perché l’Europa esca dalla sostanziale immaturità economicista e perché combatta le regressioni nazionalistiche. Per questo serve una politica estera comune: la sua mancanza ha avuto le conseguenze disastrose che vediamo. E un nuovo paradigma energetico può aprire l’Ue al Mediterraneo. L’Europa non solo può ripensarsi come fulcro di innovazione nella questione energetica, ma può anche diventare un partner affidabile per il benessere politico, economico e sociale delle aree confinanti, in particolare le coste settentrionali e orientali del Mediterraneo.

A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, cosa resta del confine che divideva due blocchi contrapposti, oggi uniti nell’Ue?
Più di quarant’anni di storie divergenti hanno lasciato una profonda cicatrice, che non può essere risanata con misure semplicemente economiche. I nazionalismi di molti Paesi dell’Europa centro-orientale sono ancora più virulenti di quelli che stanno risorgendo anche nella nostra parte di continente. Non dobbiamo però dimenticare che questi nazionalismi sono stati in buona parte una fonte di resistenza alle spinte di omologazione forzata provenienti dal piano imperiale sovietico e hanno persino garantito la sopravvivenza di culture antiche e originali, che rischiavano la dissoluzione. Ma nei trent’anni successivi alla caduta del Muro, ci sono state innegabili convergenze con l’Europa occidentale. Vasti settori delle società civili di questi Stati si sono rivelati molto dinamici e progressivi, spesso più avanzati dei politici al potere, rispetto alle cui tendenze autoritarie mostrano resilienza e resistenza. Si pensi per esempio al caso della Polonia.

Alla luce di queste osservazioni, cosa serve per una nuova Europa?
Serve una nuova visione, che deve fondarsi sul principio associativo. Nel dopoguerra i fondatori dell’Europa unita pensarono che le ambizioni nazionali del possesso esclusivo delle risorse potessero cedere il passo a una condivisione. Ma ciò richiede una svolta, un nuovo paradigma volto alla solidarietà e la presa di coscienza che siamo legati dagli stessi pericoli: le armi nucleari, la crisi ecologica, quella economica, il terrorismo, le nuove forme di totalitarismo e di barbarie. Siamo legati dagli stessi problemi di vita e di morte.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.