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“È possibile rendere sostenibili le piantagioni di cacao, per tutti”

deforestazione. Foto: Mighty Earth
foto: Mighty Earth

Un passo importante per affrontare il doppio problema dello sfruttamento minorile e della deforestazione associato alle coltivazioni di cacao: la commissione per lo Sviluppo e la sottocommissione per i Diritti dell’uomo del Parlamento europeo, riunite a Bruxelles lo scorso 11 luglio, hanno condiviso la necessità che l’Europa, grande importatore, manifattore e consumatore di cacao, assuma la sua parte di responsabilità e metta a punto degli strumenti legislativi vincolanti per regolamentare la filiera.
Sul piano ambientale, l’estensione delle coltivazioni di cacao è responsabile del 30% della deforestazione in Costa d’Avorio e Ghana. I due Paesi, che insieme producono quasi i due terzi del raccolto mondiale, hanno già perso, rispettivamente, l’85 e l’80% delle loro foreste. Neppure i Parchi nazionali e le Aree protette sono stati risparmiati. La Costa d’Avorio contava il più alto tasso di biodiversità dell’Africa, con migliaia di specie endemiche. Oggi la maggior parte dell’habitat di queste specie non esiste semplicemente più. Le stesse pratiche, del resto, stanno mettendo a rischio le foreste tropicali in Camerun, Nigeria, Perù, Ecuador e Indonesia, come denuncia Etelle Higonnet dell’ong Mighty earth. E come l’autrice del rapporto che ha scosso l’industria del cioccolato, inducendola a ripensare le proprie pratiche a livello ambientale, ribadisce in questa intervista a Nuova Ecologia.

Quali sono i principali agenti di deforestazione nei Tropici?
Esistono, di fatto, quattro grandi giganti che dominano la distruzione delle foreste tropicali. Tutto dipende dalla regione in cui ci si trova. In Asia si tratta dell’industria dell’olio di palma e della carta e cellulosa, in America latina della soia e dell’allevamento dei bovini. Tuttavia, quando si considerano le cose più da vicino, si nota che esistono altre derrate quasi altrettanto distruttrici. Non raggiungono il livello dei quattro titani e tuttavia sono considerevoli, in particolare quando si esce da una visione globale e si considera regione per regione, in modo geograficamente articolato. Penso per esempio al caucciù che domina la distruzione delle foreste primarie e secondarie del Mekong o al cacao, in Africa occidentale. In altre regioni, può trattarsi del caffè o anche talvolta dello zucchero.

Il cacao ha suscitato, recentemente, una notevole attenzione. Perché?
È da 18 anni che si discute di lavoro minorile nelle piantagioni di cacao… Sono 2,1 milioni i bambini coinvolti, di cui quasi 93mila nelle peggiori condizioni di sfruttamento. D’altro canto, prima di noi nessuno aveva denunciato il problema ambientale. Penso che per gli esperti fosse una sorta di “segreto di Pulcinella”, ma è grazie alla nostra inchiesta che si è iniziato a parlarne ampiamente nei media, nell’industria e presso i governi. Il cacao è da molto tempo un fattore importante di deforestazione in tutto il mondo ed è la principale causa di deforestazione in Costa d’Avorio e Ghana. Questi due Paesi, che rappresentano il “quartier generale” del cacao, si trovano oggi in condizioni drammatiche. La deforestazione è tale che entrambi vanno dritti verso la desertificazione. Nel loro caso non si tratta di un problema di riscaldamento globale, ma di un cambiamento climatico regionale dovuto alla perdita delle foreste, che sono importanti regolatori di pioggia. Entrambi i Paesi hanno visto la loro pluviometria completamente stravolta.
Tutti ne parlano, bisogna tornare indietro, rimboschire, altrimenti finiranno come il Mali e il Burkina Faso e il processo diventerà irreversibile. Naturalmente tutta l’agricoltura ne pagherà il prezzo, non solo il cacao, e questo determinerà un enorme sconvolgimento economico con milioni di migranti. La buona notizia è che possiamo ancora evitare questa catastrofe, grazie per esempio all’agroforestazione (sistema agricolo che prevede la combinazione di alberi o arbusti con le colture agrarie, ndr). Attualmente la maggior parte delle coltivazioni di cacao in Costa d’Avorio e Ghana sono costituite da monocolture in pieno sole. Ma non bisogna mantenere necessariamente questo modello. Il cacao cresce molto bene all’ombra. Se entrambi i Paesi passassero a un’agroforestazione seria e robusta, si potrebbe arrestare il processo di desertificazione in corso. Potrebbero ritornare numerosissime specie di uccelli e d’insetti, anche di pipistrelli. E si potrebbe restaurare la fertilità del suolo. Il terreno è terribilmente impoverito dalle monocolture in pieno sole. Certo, l’agroforestazione non farà tornare le specie carismatiche della megafauna. Per far tornare gli elefanti, occorre proteggere i Parchi nazionali. Purtroppo in entrambi i Paesi la salvaguardia delle Aree protette rappresenta un problema. È stato calcolato che il 40% del cacao prodotto in Costa d’Avorio proviene da zone protette, su un totale di 244 Parchi nazionali, Aree e foreste protette, circa 200 sono stati distrutti.

Come dovrebbe essere una coltivazione di cacao sostenibile?
La risposta è la biodiversità. L’industria dovrebbe accordarsi per utilizzare cacao che non implichi nessuna forma di deforestazione. Su questo puntoabbiamo fatto molti progressi nel corso degli ultimi mesi. Ma è necessario che accetti anche di comprare e vendere solo cacao proveniente dall’agrosilvicoltura. Dovrebbe trattarsi di cacao bird friendly, cresciuto all’ombra e preferibilmente biologico. Non è questione di associare due monocolture gm con piante alloctone come l’eucalipto. Questa non è vera agroforestazione. Gli alberi utilizzati per produrre ombra nelle coltivazioni di cacao devono essere autoctoni e appartenere ad almeno 12 specie diverse. Occorrono 70 alberi per ettaro, equivalente a un minimo di 30% d’ombra, e una canopea stratificata, dato che uccelli e insetti frequentano livelli diversi della foresta. Ci sono molti altri fattori. Alcune specie di alberi sono particolarmente benefiche in quanto attraggono uccelli e insetti che finiscono per nutrirsi dei parassiti del cacao. Si dovranno privilegiare anche degli alberi interessanti dal punto di vista alimentare e le essenze che producono legni duri pregiati come l’ebano o il mogano, in grado di offrire agli agricoltori un reddito per la vecchiaia. È possibile rendere sostenibili le piantagioni di cacao non solo dal punto di vista del pianeta ma anche per la gente, per i coltivatori.

L’attuale prezzo del cacao offerto ai produttori è sostenibile?
No, è incompatibile con un’agricoltura veramente sostenibile. Del resto, questo prezzo implica oggi una forma di quasi schiavismo. Se è vero che il produttore medio riceve circa 87 centesimi di dollari al giorno, e siamo d’accordo che in Africa occidentale per vivere decentemente occorrono circa 2,50 dollari al giorno, bisognerebbe intendersi perché questo prezzo costituisca una soglia al di sotto della quale il costo del cacao non dovrebbe mai scendere.l

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