È l’abbandono il vero degrado

Capannoni industriali, scuole, cinema, caserme, stazioni. C’è chi si rimbocca le maniche per riportare in vita questi spazi. Come i promotori del progetto “La grande bellezza”

Rende a Cosenza

di DANIELE DI STEFANO

Il nome è evocativo, l’idea ancora di più. “La grande bellezza”, oltre che un film premiato con l’Oscar è un’iniziativa per portare a nuova vita edifici e spazi che non vivono più, che sono abbandonati e in disuso. Ex fabbriche e capannoni industriali dismessi (in Italia se ne contano 700.000), ex scuole e asili, oratori chiusi, cinema e teatri vuoti, monasteri abbandonati, negozi e uffici vuoti (500.000 quelli censiti), caserme, colonie marine, spazi comunali chiusi, ex ospedali, stazioni ferroviarie impresenziate, beni confiscati alla mafia. Se di questi numeri guardiamo il bicchiere mezzo vuoto, c’è da strapparsi i capelli. Se invece, come hanno fatto i promotori del progetto “La grande bellezza”, guardiamo il bicchiere mezzo pieno, le potenzialità, c’è da rimboccarsi le maniche per portare in quegli spazi le tante energie presenti nel Paese.
«È la sfida per riempire gli edifici vuoti con il talento dei giovani, con idee, passioni, innovazioni sociali e culturali capaci di valorizzare questo enorme capitale inagito», spiega Paolo Paroni, presidente Rete Iter, network per le politiche giovanili e capofila del progetto: presentato nel 2015, finanziato dal dipartimento Gioventù della presidenza del Consiglio dei ministri, è da poco operativo. «Molti casi in Italia – racconta Paroni – segnalano già il riuso di questi spazi come esperienza di creazione di valore sociale, culturale e anche economico e occupazionale. Esistono però barriere e difficoltà all’incontro fra i giovani interessati a questa rigenerazione e chi ha la proprietà o disponibilità di questi beni. Eppure contribuire a sviluppare occasioni di riuso, significa favorire anche un nuovo rinascimento degli spazi, della bellezza nelle forme della cultura, delle arti e dell’artigianato in Italia».
L’obiettivo del progetto è fare accompagnamento ai processi di riuso di cinque spazi in altrettanti comuni d’Italia: Campobasso, Cremona, Fermo, Frattamaggiore (Na) e Rende (Cs). «Impiegare i talenti dei giovani – chiarisce il presidente di Rete Iter – per riqualificare, riusare, riabitare spazi vuoti e abbandonati, con l’opportunità di creare anche piccole esperienze d’impresa». Il progetto, prosegue, «fornisce assistenza, accompagnamento, formazione e supervisione per la definizione di studio di fattibilità, business plan e del modello di organizzazione gestione partecipata del bene». Una sorta di incubarore per start-up sociali. Un altro obiettivo è quello di dar vita a una piattaforma web gratuita per mappare il “vuoto disponibile” al riuso e per far incontrare l’offerta con la domanda: anch’essa partita da poco, è «un luogo dove la disponibilità del bene riusabile incontra quella di chi ha idee o interesse a riutilizzarlo».
Da quando il progetto è stato presentato e approvato, grazie a un protocollo si è arricchito di nuove collaborazioni con «realtà che si interessano al tema del riuso e che abbiamo voluto connettere per le loro esperienze e competenze: Legambiente, Gruppo cooperativo Cgm, Federazione italiana dei Cemea, Cnca, Forum nazionale giovani, Circuito giovani artisti italiani, Italia camp. Legambiente in particolare ha aderito al protocollo in virtù della sua esperienza nelle Green station, frutto dell’intesa firmata con Ferrovie dello Stato e Rete ferroviaria italiana. «Là dove c’era un edificio abbandonato – ricorda Marco Molteni, presidente del circolo legambientino di Cantù (Co), che ha dato vita a una delle esperienze più riuscite di Green station, quella di Brenna-Alzate – siamo riusciti a ricostruire la natura collettiva del luogo. Oltre che una stazione oggi è punto di incontro, di scambio, di progettualità, di cultura ambientale». Attraverso un comodato d’uso di nove anni gli spazi della stazione di Brenna-Alzate (edificio del 1888 lungo la Como Lecco, linea a binario unico non elettrificata, ndr) sono stati sottoposti a manutenzione e a ripristino architettonico, diventando così il cuore di numerose iniziative: corsi, manifestazioni, campi di volontariato internazionale. Oggi ospitano anche un punto di ristoro e un’iniziativa per l’alternanza scuola-lavoro in collaborazione con le scuole medie superiori locali.
Il valore profondo di iniziative come quella delle Green station di Legambiente o de “La grande bellezza” lo illustra bene Giovanni Campagnoli, autore di Riusiamo l’Italia. Da Spazi vuoti a start-up culturali e sociali, oltre che ispiratore e coordinatore scientifico del progetto di Rete Iter: «Riprendersi uno spazio produce un impatto sociale a diversi livelli. Intanto perché dà vita, spesso grazie al volontariato, a cantieri coi quali le persone contribuiscono alla riqualificazione architettonica dello spazio. Poi perché in questi spazi si fa socialità, cittadinanza, aggregazione. Perché da questi spazi arriva al territorio cultura grazie alle proposte artistiche di cui spesso si riempiono. Alcune di queste esperienze, inoltre, producono posti di lavoro, magari quei lavori nuovi che altrimenti i giovani andrebbero a cercare o creare a Berlino, a Lisbona… Spesso abbandono vuol dire degrado, vandalismo, criminalità, insicurezza: riprendersi uno spazio significa anche rendere una città e un territorio più sicuri». l
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