martedì 26 Gennaio 2021

“E’ arrivato il momento di cambiare passo per essere maggioranza”

Antonio Cianciullo giornalista

Non è l’ennesimo libro sull’ambiente, anche se non mancano dati e analisi sulle grandi emergenze della nostra epoca, quanto, piuttosto, un libro sullo stato dell’ambientalismo, che si trova oggi ad affrontare un paradosso: mentre i temi ambientali si sono imposti nell’agenda mondiale, il movimento ambientalista sembra finito in un cul de sac, incapace di trasformarsi in soggetto di cambiamento perché imbalsamato nel suo storico ruolo di denuncia.
Antonio Cianciullo, firma storica del giornalismo ambientale, con una narrazione che per certi versi ricorda la Laura Conti di Questo pianeta, zampillante di metafore, riferimenti storici, citazioni di epoche e culture diverse, propone con “L’ecologia del desiderio” (Aboca, 15 euro) una sorta di “manuale dell’ambientalista moderno” che vuole essere utile al cambiamento. Una prospettiva che risuona molto con quanto Legambiente sta cercando di fare da tempo: andare oltre la denuncia per costruire un immaginario positivo, fatto di proposte concrete e di buone speranze.
Il libro parte da un’affermazione netta: oggi sono già attivi processi economici e tecnologici, che danno risposte concrete alle emergenze ambientali; il problema della nostra epoca è però la velocità con cui avanza la crisi ambientale, che richiederebbe risposte immediate e su larga scala. L’ambientalismo non riesce a dare le risposte necessarie perché ancora irretito in visioni di rinuncia, sacrifico, decrescita, che impediscono di parlare alla maggioranza della gente. È qui che va compiuto il cambio di passo?
Partiamo da quello che è successo alle elezioni. Tra i tanti segnali, anche destabilizzanti, ne è emerso uno molto collegato a quanto si dice nel libro: c’è una forte voglia di cambiamento, che non ha le caratteristiche tipiche del pensiero razionale e un po’ astratto della sinistra, fatto molto di dover essere e di proiezioni verso il futuro. È una richiesta di cambiamento molto di “pancia”, motivata dalla voglia di avere qualcosa subito, oggi, il futuro promesso non mobilità più. L’ambientalismo si trova a dare risposte di testa, ispirate alla necessità di fare sacrifici oggi per un futuro migliore, mentre dovremmo capire che, se vogliamo cambiare qualcosa oggi, le generazioni presenti sono più importanti di quelle future.
Occorre fare proposte convincenti per la maggioranza. Ridurre, astenersi, decrescere, sono parole d’ordine che spingono in un angolo l’ambientalismo, perché cozzano contro una parte del nostro cervello, quella rettile, che è ancora tarata sul fatto che la natura è ostile e pericolosa e quindi va domata. Questa pulsione, che ha prodotto grandi vantaggi per migliaia di anni, oggi ci si sta rovesciando contro, perché produce inquinamento, effetto serra, ecc…Quella pulsione non va demonizzata, va reindirizzata: oggi è urgente riparare i danni e allo stesso tempo dare lavoro, che sostituisca quello delle fabbriche inquinanti. Il messaggio che viene dai risultati elettorali sta qua, le proposte politiche che hanno vinto, prevalgono perché sembrano offrire una risposta immediata, una speranza per l’oggi.

Il libro è anche una lezione professionale su come si fa comunicazione ambientalista oggi per cambiare l’immaginario.
Quando parlo di comunicazione che deve promuovere un nuovo immaginario penso a romanzieri, poeti, artisti, serie televisive, non solo ai media.

Un’altra novità, quasi filosofica, che tu sostieni è che il “desiderio di dominio del pianeta” e il “rispetto degli ecosistemi” sono due facce dello stesso desiderio, quello di garantire che le condizioni per la sopravvivenza migliorino in epoche storiche diverse.
In sostanza suggerisco di puntare sull’egoismo, che sarà pure una pulsione meno “nobile” di altre, ma è molto diffusa. Si possono scegliere soluzioni ambientaliste perché si è altruisti e si pensa al futuro del pianeta, ma anche perché si pensa a se stessi. E siccome quest’ultima pulsione è poco dichiarata ma largamente diffusa, non mi sembra sbagliato sottolineare che il rovesciamento dell’atteggiamento verso la natura risponde pienamente alla molla dell’egoismo: conquistare la garanzia di una buona salute e della sopravvivenza è una buona motivazione.
Sono le stesse conclusioni a cui sono arrivato io curando “Alla scoperta della green society”, dove parlo di “egoismo altruistico” come carattere fondante dell’attivismo sociale e ambientale, in cui gruppi di persone, si impegnano per risolvere i problemi del proprio territorio. Lo fanno essenzialmente per un bisogno egoistico di maggior soddisfazione nella propria vita, ma quella soddisfazione scatta solo se lo si fa insieme ad altri e per il bene comune. Ad oggi, però, mi sembra che nei risultati elettorali abbia prevalso l’egoismo della paura. Di questa pulsione altruistica non si vedono molte tracce ed è una grande sfida per la politica.
Esatto, sapendo, però, che distinguere in modo manicheo tra egoismo e altruismo è un errore. La stessa persona è egoista o altruista, a seconda dei casi. Anche le azioni mosse da egoismo, se ben inserite nel contesto, producono un vantaggio per tutti, e quello che sembrava egoismo può rivelarsi anche altruismo.

Un tema che torna spesso in “Ecologia del desiderio” sono gli ostacoli al cambiamento che secondo te risalgono essenzialmente alla paura. A me sembra che ci sia una resistenza al cambiamento che non dipende solo dalla paura, ma anche dalla pigrizia a modificare le abitudini della quotidianità.
Tra la paura e la pigrizia c’è una gamma di stati d’animo, c’è una componente di paura anche dentro la pigrizia, la paura di cambiare, di non stare bene nel nuovo. Comunque questo elemento che sollevi è molto importante. Per cambiare le cose non basta una riforma di tipo tecnologico, c’è bisogno di coinvolgere la volontà di miliardi di persone sul pianeta, di milioni di persone in Italia, senza questo passaggio il cambiamento non si verificherà. Tutti noi dobbiamo cambiare almeno in parte le nostre abitudini, non perché è giusto ma perché ci conviene.

Tu parli anche della paura di perdere benessere e delle grandi disuguaglianze, dove i migranti finiscono per essere solo il capro espiatorio. Questo è un tema che l’ambientalismo non ha mai toccato.
Sì, perché se parlassimo dei vantaggi immediati che i ceti oggi più esposti alla crisi economica ricaverebbero dalle proposte ambientaliste, daremmo una risposta anche a questi sommovimenti.

Insomma, si può dire che l’ambientalismo non è più “un lusso da paesi ricchi con la pancia piena” ma è diventato un fattore di emancipazione per le classi più povere e che l’ambientalismo o sfonda lì oppure rimane inutile?
Direi proprio di sì. Gli strumenti di comunicazione usati fino ad oggi erano rivolti ad una èlite sensibile o più colta o più impegnata politicamente. Oggi, se vuoi costruire un consenso maggioritario devi cambiare la comunicazione.

Nell’ultimo capitolo citi Alex Langer nel famoso passaggio sulla desiderabilità della conversione ecologica. Perché l’ambientalismo è rimasto sordo per così tanti anni a quelle sollecitazioni?
Perché per creare il desiderio serve comunicare emozioni e parlare, se non a tutti, a tanti, e per farlo bisogna mettersi in discussione, fare i conti con la realtà, comprendere anche le ragioni degli altri, e una parte dell’ambientalismo non si è mai sforzata di comprendere gli altri perché era troppo convinta di sapere tutto e di avere sempre ragione. Certo, in questi anni si sono avuti anche risultati importanti, ma la fase è cambiata, la priorità è un’altra, è arrivato il momento di cambiare passo per essere maggioranza.l

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