DOPO VAIA

A sei mesi dal ciclone che  il 29 ottobre ha investito le foreste dolomitiche e carniche, sradicando 14 milioni di alberi, “La Nuova Ecologia” è tornata sulle Alpi orientali. Per raccontare gli effetti del clima che cambia, anche in montagna. E capire se ci stiamo attrezzando per il futuro / Coltivare resilienza / Vent’anni di schianti: i precedenti in Europa / Un viaggio nella solitudine della politica

i danni che il ciclone Vaia ha lasciato lungo i versanti montani

Eravamo abituati a guardarli in tv gli effetti dei cambiamenti climatici, a leggere di eventi estremi su giornali e siti internet: incendi giganteschi, uragani sempre più frequenti e violenti, piogge torrenziali. Accadevano, e continuano a farlo, dall’altra parte del mondo. Pensavamo che la faccenda non ci riguardasse in prima persona, che nella peggiore delle ipotesi se la sarebbero sbrigata i nostri nipoti. Illusioni spazzate via lo scorso 29 ottobre dal ciclone mediterraneo “Vaia”, che ha raggiunto le Alpi orientali per accanirsi sulle foreste dolomitiche e carniche. In poche ore in Trentino, Sud Tirolo, Veneto, Friuli Venezia Giulia, e in piccola parte Lombardia, sono stati strappati dalla terra in cui affondavano le radici 14 milioni di alberi, scagliati verso i paesi di fondovalle, dentro fiumi e laghi. Sei mesi dopo attraversare quelle valli e quei passi è un colpo al cuore: i boschi si sono trasformati in radure costellate da ceppaie. E in ogni area colpita dalla furia di acqua e vento sembra di trovarsi davanti a un enorme “shangai”. Perché, visti da lontano, quelli ammassati l’uno sull’altro sui versanti sembrano migliaia di bastoncini. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta invece di abeti rossi piantati dopo la prima guerra mondiale. Con loro sono venuti giù anche pini neri e silvestri, faggi, tigli, aceri, ontani, larici, querce, frassini, sorbi, betulle. Servirà grande attenzione nel rimuovere le piante schiantate, dove è possibile farlo, e tanta pazienza. Ma la sfida più dura sarà convincere i più giovani a non ingrossare le fila di chi la montagna l’ha già abbandonata.

Un mondo nuovo

L’apocalisse è arrivata quando era buio. Lungo i 400 km che andando verso est separano la Valtellina dalla Val Saisera la terra ha cominciato a tremare dopo le 17.30 per smettere intorno alle 2.30. La giovane proprietaria del bar ristorante del Passo Redebus, in Trentino, racconta di boati così spaventosi da far pensare a un terremoto, di aver temuto di morire, che «quella notte nessuno è riuscito a dormire». Senza linea telefonica né internet soltanto la mattina successiva, quando un mondo nuovo le si è spalancato davanti col sorgere del sole, ha capito che cosa era successo. Lo stesso è accaduto in centinaia di altri luoghi. In poche ore, dopo due mesi senza piogge, su quelle zone sono caduti 700 millimetri d’acqua, l’equivalente della pioggia che cade a Roma in un intero anno. Fino a pochi giorni prima, a 2.000 metri, il termometro sfiorava i 30 gradi. È in un contesto reso così fragile da siccità e temperature anomale che il vento caldo proveniente da sud e l’aria fredda delle cime più alte si sono scontrati, scatenando una violenza inedita per le nostre latitudini. Dalla pianura raffiche di scirocco a una velocità media di 180 km/h, con punte di 217, hanno preso quota andandosi a infilare in valli via via più strette, dove intrappolate fra muri di pietra hanno cominciato a rimbalzare verso il basso, bersagliando corsi d’acqua, boschi e pendii. «Eventi di questa natura sono inediti, escono dalla norma. Ma come non vedere che la straordinarietà sta diventando normalità? Molto di ciò che chiamiamo emergenza è in realtà l’esito di fattori strutturali, l’esplicarsi di interessi globali». Michele Nardelli, trentino doc, è un agitatore culturale votato alla riflessione, al dialogo e alla diplomazia dal basso, da qualche tempo si è lanciato in un’impresa chiamata “Viaggio nella solitudine della politica”. Il mese scorso ha portato la sua “squadra” sulle Dolomiti e sulle Alpi Carniche, attraversando Cadore e Lagorai. La Nuova Ecologia era con loro. Negli spostamenti in auto, fra un appuntamento e l’altro, zone inspiegabilmente risparmiate dal vento si alternavano a paesaggi devastati. «Finora immaginavamo gli effetti dei cambiamenti climatici con un andamento lineare che poco a poco avrebbe eroso coste e ghiacciai, desertificato aree coltivabili, che avrebbe riguardato le generazioni a venire. E invece ci siamo immersi dentro».

Si salvi chi può

Provano a restare a galla in questo “mondo nuovo” gli amministratori locali, i rappresentanti di storici istituti di proprietà collettive come Regole e Magnifiche comunità, le cooperative del legno, gli operatori dei servizi forestali. Insomma, chi la montagna la vive ogni giorno. In tutti gli incontri è emersa la preoccupazione per ciò che resta da fare oggi, dalla pulizia dei 42.500 ettari di bosco danneggiati al ripristino della viabilità, ma anche per il post Vaia. «A colpire è la miopia della politica, l’assenza di coordinamento fra le Regioni e le Province autonome coinvolte – osserva Nardelli – Come se gli eventi non fossero legati al manifestarsi dei cambiamenti climatici. Nessuno può pensare di far da solo». Nelle comunità visitate i problemi concreti sono simili: la difficoltà di raggiungere i pendii più pericolosi per rimuovere gli schianti, la carenza di macchinari e operai qualificati, l’assenza di coperture assicurative per i volontari, la ricerca di un prezzo di mercato dignitoso per il legname e la concorrenza fra soggetti locali, nonostante il rischio speculazione, per accaparrarsi l’offerta migliore. Il 29 ottobre è finita a terra la quantità di legno che i prelievi boschivi dell’intero arco alpino programmano in sette anni e che il mercato nazionale assorbe in venti. Per evitare il “si salvi chi può” bisogna ripensare i modelli di gestione forestale, non “arrendersi” ai mercati esteri, investire sul capitale sociale dei territori che ospitano grandi aree boschive. «Possono sembrare osservazioni banali ma considerando che in Veneto i servizi forestali statali, regionali e provinciali sono stati smantellati, che il 90% del legname è venduto in piedi nel bosco a imprese austriache (non allestito, cioè ripulito, scorzato e predisposto per essere destinato alla lavorazione, nda) e che i proprietari dei boschi da anni sono abbandonati al loro destino si capisce come invece siano pertinenti. Per essere chiari, se a Trento e a Bolzano il legname schiantato si vende a 70-80 euro al m3, in Carnia (Friuli, nda) il prezzo scende a 24, a Belluno crolla a 12». A parlare è Diego Cason, sociologo e socio fondatore del Bard, “Belluno autonoma regione Dolomiti”, movimento che si batte per aggregare la provincia di Belluno al Trentino Alto Adige. E che sogna una regione dolomitica, «la montagna governata dalla montagna».

“Qui è un bel disastro”

Nel video diffuso dal Quirinale il 12 marzo – in occasione della visita di Mattarella a Longarone, teatro della tragedia del Vajont, e nelle aree colpite da Vaia in Veneto – la zona che il presidente sta sorvolando con Luca Zaia è quella di Colle Santa Lucia, piccolo comune di 360 abitanti in Ladinia, area di minoranza linguistica che un tempo faceva parte del Tirolo e che oggi è in provincia di Belluno. “Qui è un bel disastro” dice il governatore al capo dello Stato scosso dallo spettacolo che scorre sotto i suoi occhi. Il paradosso è che nel bellunese, più che altrove, pesa l’assenza di una pianificazione, a partire proprio dal ruolo della Regione. Il rimpallo delle responsabilità ha fatto perdere tempo prezioso e ora bisogna far presto per evitare l’ulteriore svalutazione del legname. «Nell’Agordino e nell’Ampezzano – dice il sindaco di Colle Santa Lucia, Paolo Frena – è stato il volontariato a coprire i vuoti dell’amministrazione regionale, anche senza riconoscimento e copertura assicurativa». In Veneto il coinvolgimento dei sindaci nella ricostruzione è arrivato solo il 27 febbraio, quando in veste di commissario per l’emergenza Zaia ha firmato l’ordinanza per attribuire prerogative specifiche ai primi cittadini interessati, che dovranno svolgere operazioni di pulitura delle aree soggette a schianti. È una buona notizia? Il sindaco risponde che prima bisognerebbe essere messi nelle condizioni di poter operare, che un Comune come il suo è già in difficoltà nell’ordinario: «Assumendo questo ruolo – spiega – abbiamo bisogno di coperture, non possiamo anticipare nulla». Paolo Frena racconta che i vigili del fuoco del suo territorio hanno acceso un mutuo per acquistare, di tasca loro, un mezzo necessario alla bonifica. Si fa prendere dal pessimismo quando sostiene che non troverebbe un solo motivo per convincere un ragazzo del suo paese a restare. Nello stesso tempo prova a vedere il bicchiere mezzo pieno invitando ad «andare oltre l’accaduto, per capire che cosa di buono si può imparare da questa vicenda».

“Le montagne di Venezia”

Oltre la questione legata al prezzo del legname ce ne sono tante altre sul tappeto. Una di queste riguarda l’incremento dei parassiti che possono aggredire gli alberi schiantati e mettere in pericolo quelli sani. Con l’arrivo della primavera si teme in particolare il bostrico. Molti però denunciano che la Regione Veneto calchi la mano sull’emergenza fitosanitaria solo per far liberare il prima possibile i versanti dagli schianti e tornare al paesaggio da cartolina delle “montagne di Venezia”, come recita il contestato logo per lanciare la candidatura delle Dolomiti in vista delle Olimpiadi invernali del 2026, mentre ignora i problemi della filiera del legno e del miglioramento boschivo. «Gli alberi non votano», sintetizza Michele Nardelli. Polemiche a parte, anche se è vero che nei boschi alpini non si è mai registrata un’epidemia di bostrico, il rischio non va sottovalutato. In Friuli dal 1994 al 2017 i focolai sono passati da 12 a 220, in Trentino la massa legnosa persa ogni anno per effetto del parassita dai 3.000 m3 del 1990 è cresciuta fino ai 24.000 del 2014. Un’altra questione è quella degli effetti che l’eredità di Vaia avrà sul turismo. Preoccupazione legittima ma non in cima ai pensieri dei residenti, più interessati alla funzione protettiva dei boschi da valanghe (25% dei casi), caduta massi (10%) e debris flow, le colate di detriti che si mettono in moto su pendii non protetti dopo le piogge intense. Senza dimenticare che tutto quel legno a terra, in condizioni di siccità, espone al rischio incendi. Il venir meno di queste funzioni protettive, spiega Diego Cason, porta con sé altri rischi ambientali: «La Regione Veneto ha stanziato 124 milioni per interventi a protezione di strade e abitati da valanghe, slavine e massi. Ciò equivale a circa 124 km lineari di opere. Se in alcuni casi sono indispensabili, in altri è opinabile la decisione di proteggere siti che sono a rischio per brevissimi periodi l’anno, basterebbe interdire il transito in attesa di provocare la caduta della neve. La preoccupazione per l’incolumità di residenti e turisti è associata alla pretesa, irrealizzabile, di mettere in sicurezza un territorio che sicuro non è mai stato, né lo sarà mai».

Pianificare, prevenire, proteggere

«Nel viaggio sono emerse notevoli differenze di contesto riconducibili alla governance e alle risorse finanziarie da destinare alla difesa del territorio – è la constatazione dell’insegnante e scrittrice Micaela Bertoldi, che in passato ha ricoperto incarichi istituzionali a Trento – Differenze significative se paragoniamo la realtà delle province autonome di Trento e Bolzano con quella di Veneto e Friuli Venezia Giulia». Ad Ovaro, in Friuli, è il presidente della cooperativa Legno servizi di Tolmezzo a toccare il nervo scoperto. «Ci si è affidati unicamente a politiche di risarcimento, all’emergenza. Ma anche su questo piano ci si sarebbe dovuti muovere diversamente, per esempio definendo prezzi minimi di riferimento nella vendita del legname. Il fatto è che anche in questa regione è la pianura a governare la montagna… il mercato non aspetta altro che il morto passi sul fiume per pescarlo quando sarà l’ora». Sulla via del ritorno assistiamo alla devastazione lasciata dal passaggio di Vaia in Trentino, in termini di ettari di boschi colpiti addirittura superiore a quanto avvenuto in Veneto. Basta attraversare le valli di Fassa e Fiemme per rendersene conto. Qui non ha però avuto conseguenze sull’assetto idrogeologico, come invece è accaduto nell’Ampezzano, in Cadore, nel Comelico oppure in Carnia. Segno che è stato colto il monito lanciato dalla tragedia di Stava, quando il 19 luglio 1985 un’inondazione di fango uccise 268 persone. Da allora ogni scelta della Provincia autonoma di Trento è mossa dal dogma “pianificare, prevenire e proteggere”. È di questo che hanno bisogno tutte le terre alte. Oggi, dopo Vaia, ancora di più.

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