martedì 26 Gennaio 2021

Donne, indigene e in lotta

immagine di Francinara Baré, la presidentessa del Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana

Noi non rimarremo mai zitti, lotteremo fino all’ultimo indio. Resisteremo. Per farci smettere devono farci quello che hanno fatto a Marielle, cioè ucciderci». A parlare è Francinara Baré, la presidentessa del Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana (Coiab), prima donna a ricoprire questo incarico. Nella sua visita a Roma, il 22 marzo scorso, il ricordo di Marielle Franco, la consigliera di Rio de Janeiro assassinata con cinque colpi di pistola solo qualche giorno prima, il 14 marzo. Nello stesso giorno è stato ucciso Paulo Sérgio Almeida Nascimento, dirigente ambientalista che si batteva per la difesa del territorio dello Stato del Pará, in Brasile, contro i danni arrecati da una grande azienda mineraria norvegese, “Hydro”.

«Noi siamo i più grandi esportatori di soia e bestiame, ma ricordate che in mezzo a questi beni di consumo c’è il sangue indigeno – aggiunge la leader del Coiab – e anche il sangue dei contadini. La voracità degli uomini, l’impatto ambientale delle grandi multinazionali idroelettriche e dell’agribusiness sta distruggendo la nostra terra. Non siamo contro il progresso, siamo contro tutto quello che viene fatto senza possibilità di dialogo. Ed è quello che sta succedendo in Brasile. Quello che non vogliamo è che i nostri figli e le future generazioni debbano vivere ciò che noi abbiamo passato». Francinara, detta Nara, denuncia la battuta d’arresto che i diritti umani hanno subìto in Brasile e in Amazzonia. E richiama la Costituzione brasiliana, definendola bellissima, ma solo in linea teorica: «Nella realtà è stata strappata, non serve a niente». Carta straccia, dunque, contro operazioni di sfruttamento del territorio che non tengono conto dell’opinione dei nativi, legittimi abitanti di quelle terre. «Se tutto fosse fatto secondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, che prevede una consultazione informata, noi dovremmo essere ascoltati. Vogliamo difendere il diritto alla vita per tutti e portare avanti il nostro motto: “Demarcação já!” (Demarcazioni, ora!, ndr)».

Crimini impuniti

I numeri, purtroppo, parlano chiaro. Solo in Brasile, nel 2017, sono stati uccisi 46 attivisti: il Paese più a rischio per i difensori dell’ambiente, insieme a Colombia, Messico e Filippine. In tutto il mondo sono 197 i difensori della terra e dell’ambiente che nell’ultimo anno hanno perso la vita in una lotta impari contro le attività estrattive, il bracconaggio, l’agribusiness e i progetti infrastrutturali. Un numero equivalente a circa quattro uccisioni ogni settimana: crimini che restano impuniti. Lo rivela Global Witness, ong con base a Londra e Washington, in un report realizzato in collaborazione con il Guardian e pubblicato a febbraio. In Brasile, “in varie città sono aumentati i casi di “pluriomicidi” (eventi singoli con più di tre vittime) e i cosiddetti chacinas (pluriomicidi con le caratteristiche di un’esecuzione)”. E “le operazioni condotte dalla polizia nelle favelas e nelle aree più disagiate si sono spesso concluse con intensi scontri a fuoco e morti”. È quanto riferito, invece, dal rapporto 2017-2018 di Amnesty international nel focus dedicato alle Americhe.

Il 67% delle uccisioni di attivisti nel mondo riguarda persone impegnate nella difesa dell’ambiente, secondo le rilevazioni di Front line defenders, organizzazione con lo specifico scopo di proteggere i difensori dei diritti umani che ha sede a Dublino. In particolare, “la maggior parte delle uccisioni (312 quelle registrate nel complesso dall’associazione nel 2017, ndr) avviene nelle aree più remote delle foreste dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto in America Latina, dove l’abbondanza delle risorse è inversamente proporzionale all’autorità della legge e alla regolazione ambientale», ha sottolineato il Guardian. Una legge della natura che va di pari passo con quella stabilita a livello internazionale, nelle convenzioni e nei trattati, che viene costantemente soppiantata dagli interessi economici di una cerchia ristretta ma dominante. Nonostante le popolazioni indigene siano la maggioranza e siano legate profondamente al territorio. «La nostra terra sono i fiumi, le foreste, sono il cibo, la nostra vita. Noi siamo tutto questo: ognuno di noi è la terra, ognuno di noi è la foresta», afferma Nara Baré.

La determinazione di un sorriso

Ciò che colpisce immediatamente, incontrando le donne a capo delle comunità di diversi Paesi, oltre agli abiti tradizionali e alle loro peculiarità somatiche, è la rapidità con cui i loro volti passano dalla determinazione più strenue al sorriso più aperto. Insieme a Francinara Baré, per l’evento organizzato a Roma dalla rete “In difesa di”, è presente Vicky Tauli-Corpuz, anche lei figura carismatica, a capo della comunità Kankanaey Igorot delle Filippine e special rapporteur dell’Onu sui diritti dei popoli indigeni dal 2014. «Il mio mandato, come relatrice speciale dell’Onu sui diritti dei popoli indigeni, è quello di investigare e monitorare la situazione in tutto il mondo per poi presentare dei rapporti al Consiglio per i diritti umani e successivamente all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Da quando ho ricevuto quest’incarico, ho visitato Paraguay, Honduras, Brasile, Messico, Stati Uniti e Australia», racconta la relatrice dell’Onu. Proprio per il suo ruolo e il suo impegno internazionale, si trova ora in pericolo di vita: all’indomani del suo comunicato stampa sulla violazione dei diritti dei popoli indigeni della comunità di Lumad, nelle Filippine, sarebbe stata accusata di imbarazzare pubblicamente il governo. In seguito, «il ministero della Giustizia ha presentato al tribunale di Manila una petizione nella quale si chiede che il partito comunista delle Filippine e il New people’s army vengano dichiarate come organizzazioni terroristiche. La petizione è un documento di 56 pagine, con più di 600 nomi: a un certo punto ho visto anche il mio, nonostante non abbia mai fatto parte di queste organizzazioni», afferma Vicky. Essere un’indigena, donna e all’interno della struttura dell’Onu sono le “ragioni” che hanno probabilmente portato a inserire il suo nome nella lista nera. Un comportamento già adottato dal governo del presidente Duterte nei confronti di altre donne al potere, fra cui la senatrice Leila de Lima, arrestata per la sua denuncia delle esecuzioni extragiudiziali nelle Filippine.

Nemmeno l’opposizione dei governi può però fermare un processo di rinnovamento che si compie in nome della tradizione, delle radici e che vede le donne protagoniste. Lo conferma il Brasile, ancora scosso dall’arresto dell’ex presidente Lula, dove alle prossime elezioni come vicepresidente è candidata la leader indigena Sonia Guajajara. Dall’altro lato, come avverte Amnesty nel suo rapporto, non bisogna cadere nella facile polarizzazione fra governi repressivi e potere del popolo, evitando estremismi e trovando nuovi strumenti: “La battaglia per i diritti umani non è mai vinta definitivamente, in nessun luogo e in nessun momento storico. I confini si spostano di continuo, per cui non c’è spazio per il compiacimento. Nella storia dei diritti umani, questo non è mai stato più chiaro di ora. Ma dovendo far fronte a sfide senza precedenti in tutto il mondo, le persone hanno continuato a dimostrare che la loro sete di giustizia, dignità, uguaglianza non verrà spenta, trovando ancora modi nuovi e coraggiosi per esprimere questo bisogno, spesso a caro prezzo”.

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