giovedì 16 Settembre 2021

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Diversità al proiettore

Un frame del film "L'ordine delle cose"

La conclusione del 2017 è particolarmente fertile per il regista Andrea Segre. A settembre, il film “L’ordine delle cose” è stato presentato al Festival del cinema di Venezia riscuotendo un grande interesse da parte della stampa e del pubblico in sala. Una storia intensa sull’immigrazione irregolare dalla Libia post-Gheddafi verso l’Italia. «Quando tre anni fa ho iniziato a lavorare a L’ordine delle cose, non sapevo che le vicende tra i due Paesi sarebbero andate proprio come le abbiamo raccontate, l’ho solo immaginato e purtroppo ho avuto ragione».

ll tema dell’immigrazione torna anche nel documentario Ibi, uscito nei cinema lo scorso ottobre. Ibi è una donna del Benin che affronta un grande rischio per cercare di dare ai suoi tre figli un futuro migliore. E infine da novembre è in libreria il suo nuovo romanzo ambientato in una Roma multietnica e periferica. «Non saprei quale tra queste forme di espressione sia per me la più congeniale. Mi piace l’idea che ci sia tra le diverse esperienze un aiuto reciproco, una complementarietà. Quando dirigo un documentario mi affido all’ascolto, al desiderio di comprensione dell’altro, la scrittura è un percorso faticoso fatto anche di isolamento e di ricerca di equilibrio, mentre la regia di un film è un momento di entusiasmo creativo molto potente perché hai una macchina complessa da governare e convogliare verso un’unica direzione».

La linea di continuità tra le opere di Segre può essere trovata nelle tematiche che tocca più frequentemente come la marginalità, le etnie, i popoli e che hanno portato ad etichettare il suo come “cinema politico”. Una definizione che al regista però sta stretta. «L’ordine delle cose è un film politico perché si occupa dei meccanismi del potere e del rapporto tra politica e vita umana e in questo senso sono politici anche “Sangue Verde” e “Mare chiuso” ma il mio cinema non è tutto dentro questi confini. “Indebito”, “Io sono Li” e “La prima neve”, ad esempio, ne sono al di fuori. Faccio prevalentemente film nel reale e con il reale».

Segre, anzi, cerca di trovare nuove vie espressive come la proposta di un cinema partecipativo ovvero di un cinema capace di dare voce a chi vive situazioni di emarginazione e che attraverso il video può diventare autore di racconti sulla realtà come accade in parte con il documentario Ibi basato sull’autonarrazione e che nasce dalle immagini girate dalla protagonista stessa. Un obiettivo che Segre persegue all’interno di ZaLab, un collettivo di filmmakers con cui condivide racconti e un percorso di azione sociale.

«Occorre cercare qualcosa che è diverso dalla tua vita e attraverso lo sguardo di qualcun’altro capire meglio te stesso. Non mi riferisco esclusivamente allo “straniero” ma a qualsiasi tipo di estraneità».

Nei lavori di Segre c’è uno sguardo attento anche ai temi dell’ambiente. Ne I sogni del lago salato, girato nel 2015 in Kazakistan, Segre filma le grandi steppe euroasiatiche e racconta la crescita economica kazaka legata all’estrazione del petrolio e del gas dando però ascolto ai contadini e ai pastori le cui vite sono state trasformate dall’affermarsi di una nuova economia senza scrupoli. Un destino comune, in un prossimo futuro, a milioni di profughi ambientali in fuga davanti ai danni causati dai cambiamenti climatici. «Mi interessa vedere come reagisce la nostra società quando si trova davanti a queste persone, al di là del perché fuggano attraverso mari, deserti, prigioni, trafficanti d’uomini. Mi sono scelto questo mestiere per cercare di raccontare cosa succede all’umanità».

Marino Midena
Studioso di tematiche giuridiche agraristiche-ambientali. come giornalista collabora con diverse testate. lavora in uffici stampa e ha condotto trasmissioni radio e tv. Ha insegnato “Diritto e legislazione dello spettacolo” presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo ed è il direttore artistico del Green Movie Film Fest.

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