mercoledì 27 Gennaio 2021

Dissesto idrogeologico, la ricetta è zero consumo di suolo

Gli ultimi eventi atmosferici che hanno colpiti il nord ovest d’Italia, drammatici nei loro risvolti e con effetti particolarmente intensi nella provincia di Cuneo e in quella di Vercelli, ci ricordano come lo spettro dei cambiamenti climatici sia tremendamente attuale.
Nel momento in cui scriviamo sono 9 i morti accertati, oltre cento i Comuni che hanno subito danni, una decina i ponti crollati sotto l’effetto di piene eccessive, altrettante le strade interrotte da smottamenti e cedimenti strutturali, mentre i danni quantificati in una prima stima ammonterebbero ad oltre 300 milioni di euro.

Le precipitazioni sono state quasi esclusivamente di natura piovosa, con pochissima neve. In poche ore è caduta una quantità d’acqua localmente superiore ai 600 mm, in zone dove in un anno ne cadono in media poco più di 1000, causando improvvise piene e smottamenti. Il nostro “Osservatorio Città Clima” segnala come negli ultimi 10 anni si siano registrati 95 eventi estremi fra Piemonte, Liguria e Val d’Aosta (894 in tutta Italia). In queste tre regioni, le aree considerate a rischio frana elevato o molto elevato superano i 4650 Km2.
Le zone più colpite, quelle montane, insieme al mediterraneo sono un hot spot climatico con medie di surriscaldamento superiori anche alla già preoccupante tendenza globale. L’intensità dei fenomeni registrati, figli della crisi globale ma evidentemente con ricadute strettamente locali, sono difficilmente contrastabili con le opere e i presidi attuali. È necessario passare da una cultura della prevenzione, basata su ragionamenti storici, ad una cultura della precauzione, di una resilienza basata su modelli predittivi.

Allo stesso tempo, le esperienze del passato, citando ad esempio la valle del Tanaro, ci dovrebbero mettere in guardia sui rischi a cui il territorio è sottoposto. Sono dati e serie storiche evidenti, che spaventano o sono “scomodi”. Tutto ciò non può prescindere dall’impegno delle necessarie competenze tecniche e scientifiche, con strategie mirate al singolo sito d’intervento, senza ricorrere incoscientemente all’unico mantra della “pulizia dei fiumi”, né tantomeno cadere nel miope se non folle “si è sempre fatto così”. È necessario strutturare quindi un supporto tecnico ai Comuni, in particolare a quelli più
piccoli, in termini di progettazione di lungo periodo e capacità di realizzazione degli interventi; la natura d’urgenza spinge i sindaci a chiedere procedure più semplici, meno burocrazia e più autonomia; questo deve però essere attentamente guidato da un alto livello tecnico e da un coinvolgimento attivo e da una consapevolezza profonda dei cittadini.
Il consumo di suolo, la cementificazione e l’incuria del territorio sono poi amplificatori terribili e determinanti degli effetti sempre più frequenti e devastanti della crisi climatica di cui siamo causa e vittima. Chiediamo una norma regionale e nazionale per il consumo di suolo zero e che si proceda a un’immediata messa in sicurezza del territorio. Le risorse europee legate al Recovery Fund devono essere utilizzate sulla doppia via del restauro ambientale e della prevenzione, non possono essere finanziamento di grandi opere dalla dubbia utilità e dal forte impatto ambientale.

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