domenica 24 Gennaio 2021

“Diseguaglianze e crisi ambientale ostacoli al benessere”

Una raffigurazione di Giano

C’è una relazione fra lo sviluppo economico e la felicità? La domanda non è ininfluente in un periodo in cui tutto viaggia a zigzag tra uno sviluppo mai raggiunto e un continuo precipizio economico. Che riguarda l’ambiente, il progresso e la sostenibilità di molti parametri che hanno legami con il benessere della specie umana, anche in Occidente. Proprio per questo il libro di Emanuele Felice, professore associato di Economia nell’università D’Annunzio di Pescara, “Storia economica della felicità”, uscito nel 2017 per il Mulino ha suscitato molto interesse.

Professor Felice, nel suo libro lei cita J.J. Rousseau e la sua “Lettera a Voltaire sul disastro di Lisbona” del 18 agosto 1756, in cui viene rimbalzato sugli uomini desiderosi di vivere in palazzi di sei piani una catastrofe quasi naturale e autoindotta per scarsa capacità di visione. In questo senso c’è l’idealizzazione di uno stato di natura contrapposto al disagio della civiltà freudiana. Si può dire che i disastri ambientali ricadano per lo più in questo orizzonte, non pensando solo a Rigopiano?

I disastri ambientali ci sono sempre stati, anche senza l’azione dell’uomo (basti pensare all’estinzione dei dinosauri) o anche prima della nascita delle grandi civiltà. Ad esempio l’estinzione della megafauna in Australia e nelle Americhe, a seguito dell’arrivo dei primi cacciatori-raccoglitori. Ma è vero che la crescita esponenziale della popolazione umana e l’urbanizzazione, quel che si può semplificare con “i palazzi di sei piani”, hanno ampliato enormemente le potenzialità distruttrici di quei disastri, il carico di dolore che possono arrecare quantomeno agli esseri umani. In aggiunta, è diventato l’uomo stesso un fattore scatenante di catastrofi, di estinzioni di massa, di cambiamenti climatici. Il progresso tecnologico è però un “Giano bifronte”, ha anche un lato positivo: consente di costruire edifici antisismici, di ridurre l’inquinamento pro capite grazie a migliori tecnologie, di riciclare i rifiuti. Del resto, l’enorme balzo nella popolazione umana che si è avuto negli ultimi due secoli non è reversibile: non rimane che il progresso tecnologico, al fine di ridurre l’impatto che ogni persona ha sul pianeta e anche le conseguenze negative dei disastri ambientali. Ma è una sfida difficile, una corsa contro il tempo, fra una nostra possibile maggiore saggezza da parte degli uomini e la progressiva erosione delle capacità di tenuta dell’ecosistema.

I rischi ambientali, climatici in primis, stanno spingendo narrazioni distopiche e pensieri di futuro. In maniera più radicale ci si interroga su quel che verrà. Ora lei coniuga in un certo senso due orizzonti probabilistici: quello economico e quello del benessere “percepito”. Possiamo pensare che una rivoluzione del pensiero ci aiuterà a scampare da questa riflessione cupa sul futuro? 

Sì, possiamo pensarlo e sperarlo. Per certi aspetti questa rivoluzione del pensiero, che io chiamo una grande trasformazione etica, è già in atto. In molti Paesi avanzati la popolazione non cresce più e l’impatto che ogni essere umano ha sull’ambiente tende a ridursi: si modificano le abitudini in senso maggiormente “etico”, ad esempio si mangiano meno animali. Oltre a pensarlo e sperarlo, però, bisognerebbe agire per incentivare condotte maggiormente ecoresponsabili e, soprattutto, affinché la politica e le istituzioni si muovano in questo senso. Non sempre si registrano passi avanti, si pensi solo all’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. La storia umana insegna che i progressi non sono mai garantiti, c’è sempre un elemento di casualità che può contare anche molto: può arrivare fino a ribaltare il corso degli eventi. Nella sfida ambientale che è in atto a livello globale, dove si corre sul filo dell’estinzione di massa, peraltro già in atto per innumerevoli specie, questo rischio è ancora più forte: per questo è fondamentale non limitarsi a un atteggiamento passivo, ottimistico o fatalistico che sia.

Lei nel libro parla delle varie rivoluzioni fermandosi, come giusto, su quella agricola, prima di quella industriale, dopo ovviamente quella cognitiva. Siamo in un’epoca di nuova attenzione alle materie prime alimentari. Ne potrebbe nascere una nuova rivoluzione/involuzione?

In realtà c’è già stata. Negli ultimi due secoli. È un aspetto molto trascurato, salvo che dagli esperti del settore: questi due secoli caratterizzati dalla rivoluzione industriale sono stati anche, forse soprattutto, secoli di straordinari miglioramenti nell’agricoltura. La produttività della terra è aumentata enormemente, grazie al progresso tecnologico, specialmente nel Novecento: se così non fosse stato, saremmo morti di fame a centinaia di milioni, se non a miliardi, oltre al fatto che nemmeno la rivoluzione industriale sarebbe stata possibile. Negli ultimi anni in Occidente si nota una maggiore attenzione verso i cibi di qualità: è questo sicuramente un aspetto positivo, non vedo i rischi di un’involuzione. Semmai, vi sono i rischi, i segnali, di una segmentazione del mercato, fra quanti possono permettersi di mangiar bene e quanti sopravvivono mangiando male. Ma alla radice il driver fondamentale di queste dinamiche mi sembra il reddito: il suo livello pro capite, la sua distribuzione. Cioè la domanda più che l’offerta.

Recentemente, Wolfgang Sachs invitava per vivere meglio a imparare a ridurre. La sua metafora era: “dalla petroliera alla barca a vela”. Se vogliamo sopravvivere, diceva, dobbiamo passare dalla modernità espansiva alla modernità riduttiva. Che cosa ne pensa?

È certamente auspicabile, fatto salvo che ognuno, nel rispetto delle leggi, ha il diritto di vivere come meglio crede e come può. E io credo che sarebbe meglio anche ai fini della felicità individuale. Tuttavia, se anche imparassimo a consumare in modo più responsabile, a uscire dalla logica consumistica e dell’arricchimento senza limiti, non risolveremmo il problema. Con una popolazione di oltre 7 miliardi e mezzo di persone, che secondo le stime più recenti supererà gli 11 miliardi nel 2100, non basta consumare meno. Ci vuole il progresso tecnologico: onde far sì che per produrre quello che consumiamo utilizziamo meno risorse. E poi, diciamolo: occorre estendere la pratica della “continenza demografica” (volontaria peraltro) anche alle aree del mondo che ancora oggi hanno una fecondità molto alta; magari con opportune, vigorose battaglie sul piano culturale, etico, sociale. Questo è un punto fondamentale, se vogliamo salvare noi e il pianeta, realistico, persino urgente. Troppo spesso si fa finta di ignorarlo.

Ovviamente il tema della disuguaglianza economica è una delle caratteristiche della maggiore o minore felicità. Guardando in larga scala in quale epoca stiamo vivendo?

Su scala globale le disuguaglianze fra i Paesi, dopo essere cresciute enormemente con la rivoluzione industriale e fino agli anni Ottanta del Novecento, negli ultimi decenni stanno diminuendo. In Cina, in India, di recente anche in Africa e in America Latina, centinaia di milioni di persone, miliardi addirittura, sono uscite o stanno uscendo dalla povertà. È una conseguenza della globalizzazione, un risultato importante, di portata epocale, che non bisogna stancarsi di sottolineare anche perché viene poco valorizzato: nell’ultima generazione, a livello mondiale le disuguaglianze sono diminuite. Vero è però che sono aumentate le disuguaglianze all’interno dei Paesi, che sono anche quelle maggiormente percepite: in genere si tende a confrontarsi con i concittadini, non con gli abitanti della Cina o della Nigeria. È l’altra faccia della medaglia delle politiche neoliberiste. Questo è un problema molto serio, che mette a repentaglio anche la tenuta delle nostre democrazie e per molti versi il benessere di massa che abbiamo raggiunto. E che ha conseguenze negative sulla nostra felicità percepita. Io credo che una buona politica possa e debba correggere questo secondo aspetto, e che possa farlo senza mettere a repentaglio le conquiste che abbiamo raggiunto con la globalizzazione: è la grande sfida a cui sono chiamate le forze riformiste, contro i populismi.

A questo proposito , di recente, un giornalista del “New York Times”, Nicholas Kristof, sfatava il mito di un anno orribile, il 2017, per riflettere numeri alla mano sul progressivo miglioramento delle condizioni di vita generali del pianeta. Al di là del gioco pessimismo/ottimismo, l’umanità viaggia verso il benessere oppure no? 

Sì, l’umanità viaggia verso il benessere, condivido in linea di massima le osservazione di Kristof. Oggi noi stiamo meglio che in passato, sicuramente dal punto di vista materiale ma anche, probabilmente, per quel che riguarda i rapporti umani: si pensi solo all’emancipazione delle donne o delle persone omosessuali. In fondo il nocciolo della “storia economica della felicità” è proprio questo. Tuttavia non è detto che l’umanità “arrivi a destinazione”, se così si può dire. Sul suo cammino si frappongono due grandi ostacoli, cui peraltro abbiamo già accennato. Uno è la disuguaglianza, che minaccia la tenuta democratica anche nei Paesi ricchi o abbastanza agiati (si guardi all’America di Trump, o alla Russia di Putin), e che a livello internazionale può diventare un rischio anche per la pace globale. L’altro è l’ambiente, il cui deterioramento potrebbe toccare il punto di non ritorno prima che, grazie al progresso tecnologico, riusciamo a invertire la rotta.

In un recente articolo su “l’Espresso” lei ha riletto il 2008, anno chiave delle crisi economiche evidenziando le ricadute successive e più pesanti, per diverse ragioni, sull’economia italiana. A molti sfugge in epoca di globalizzazione come gli effetti delle crisi possano essere così difformi. È così anche in termini predittivi?

Certo. Anzi, ancora di più. Se non altro perché nelle previsioni di solito non ci si indovina mai. Figurarsi poi sugli effetti della crisi. Ricordo che, quando la crisi scoppiò, anche alcuni fra i più noti economisti italiani predissero che sarebbe stata di breve durata, dopo che non ne avevano affatto previsto l’arrivo. E per l’Italia tutti pensavano che sarebbe stata leggera, dato che, si diceva, le nostre banche erano solide. Comunque, ripetiamolo, sbagliare previsioni è normale, almeno nelle faccende umane. Del resto è proprio questo il bello della storia, nonostante quel che si può pensare: non è mai uguale a se stessa. Per dirla con Yuval Harari: “L’unica e più grandiosa costante della storia è che ogni cosa cambia”.

Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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