domenica, Novembre 1, 2020

Dischetti in mare, la procura di Salerno chiede condanne per i responsabili

di Eduardo Zonfrillo, presidente circolo di Legambiente Sud Pontino

Uno dei più gravi fenomeni di inquinamento marino avvenuto negli ultimi anni nel Mediterraneo, con immagini che hanno fatto il giro del mondo, giunge nelle aule di un tribunale. Presso il quello di Salerno infatti è in corso, dopo la fase preliminare, il procedimento giudiziario che dovrà accertare le responsabilità di quanto avvenuto tra il mese di febbraio e marzo 2018 quando le spiagge della Campania per prime e, nei giorni successivi, del Lazio e della Toscana, fino a distanze impensabili come la Costa Azzurra in Francia e isole e spiagge della Penisola Iberica e per tutto il Mediterraneo, furono invase da milioni di dischetti bianchi, di circa 5 centimetri di diametro di cui inizialmente non si capiva quale fosse la loro natura e provenienza.
A dare l’allarme per primi Legambiente Circolo Sud Pontino. Infatti, dopo avvistamenti che si ripetevano già nei giorni precedenti, Legambiente il 9 marzo 2018, con diversi post corredati di fotografie su Facebook, segnalava lo loro presenza sulle spiagge di Minturno, Formia, Gaeta e poco dopo a Ponza e Ventotene dove venivano rinvenuti nel Porto Romano. Di fronte all’intensificarsi del fenomeno, il Circolo Legambiente inviava un esposto denuncia alla Guardia Costiera di Gaeta, allegando delle foto, citando la recente legge sugli ecoreati ritenendo ormai di trovarsi di fronte a un fenomeno di grosse proporzioni. Contestualmente ne dava comunicazione agli organi di informazione che si interessarono a lungo. La Guardia Costiera di Gaeta investiva delle indagini il nucleo speciale di intervento (N.S.I.) e il reparto ambientale marino (R.A.M ) della stessa Guardia Costiera e dopo diversi giorni fu possibile risalire a un depuratore di Capaccio Paestum ritenendolo responsabile dello sversamento di milioni di dischetti realizzati con un tecnopolimero dalla multinazionale francese Veolia Water Technologies ed utilizzati in vasche nell’ultima fase di depurazione delle acque reflue come “massa fluttuante a biomassa adesa“ per aumentare la superficie da esporre a batteri aerobi prima della clorazione e immissione nell’ambiente. La stessa tecnologia era stata responsabile il 16 marzo 2011 di un altro disastro negli Stati Uniti con sversamento di circa 8 milioni di dischetti (flotting bolls, cosi vengono correttamente denominati), a Hooksett (New Hampshire) e si ha notizia di un altro sversamento di minore entità di un altro tipo, denominato F3, sempre prodotto dalla Veolia, che sarebbe avvenuto nel Golfo di Gaeta qualche anno fa in prossimità della foce del Fiume Pontone dove scarica un altro depuratore. Di questo sversamento se ne è parlato meno sia per la quantità sia perché l’F3 a differenza dei dischetti è di colore nero e pertanto meglio si mimetizza nell’ambiente ma è egualmente pericoloso per le specie marine. Sospinti dal vento, meno dalle correnti, in quanto entrambi per necessità tecniche galleggiano, vengono ingeriti da tartarughe, cetacei e mammiferi, perché visti dal basso, vengono probabilmente scambiati per meduse. Nei giorni dello sversamento e per mesi, se non per gli anni successivi, nonostante l’opera di bonifica messa in atto in gran parte dai volontari di Legambiente, si sono moltiplicati avvistamenti di esemplari deceduti o in difficoltà per aver ingerito questo tipo di plastica.

volontari Legambiente raccolgono dischetti di plastica spiaggiatiTornando alla vicenda giudiziaria di questi giorni, davanti al Gup Vincenzo Pellegrino del Tribunale di Salerno il 6 ottobre scorso sono finiti funzionari e tecnici del Comune, dirigenti delle Società di gestione dell’impianto tra le quali la stessa Veolia. Per loro c’è la richiesta di rinvio a giudizio. Derubricata nella udienza di agosto dell’iniziale reato di disastro ambientale, le contestazioni formulate dal pm Marinella Guglielmotti, qualora accolte, potrebbero comportare una condanna da 2 a 6 anni di reclusione e una ammenda da 10.000 a 100.000 euro. La richiesta del Pm è supportata dalla perizia del consulente Paolo Masserotti che ha messo in luce le criticità dell’impianto di depurazione. Per la procura di Salerno gli imputati erano a conoscenza delle anomalie di funzionamento che hanno portato alla fuoriuscita dei dischetti ma nonostante questo non avrebbero bloccato il depuratore sequestrato poi dalla Guardia Costiera.

Tra le parti offese anche Legambiente che si è costituita in giudizio tramite l’avvocato Giuseppe Giarletta per conto di Legambiente Nazionale che provvederà a citare come testimoni a carico anche i volontari dei circoli Legambiente in grado di fornire particolari utili e primi firmatari di esposti e segnalazioni. L’udienza è stata aggiornata al mese di dicembre.

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