Diritto di parola

Nel mondo milioni di persone non possono usare la propria lingua perché non è quella ufficiale. In alcuni casi il loro idioma è bandito e chi lo utilizza punito dalla legge. Se non paga con la vita

Lingue indigene

di ALESSANDRO MICHELUCCI

Ogni giorno, in tutto il mondo, miliardi di persone utilizzano la propria lingua nel modo più naturale, quasi automatico, così come trovano naturale pensare o respirare, inconsciamente forti del fatto che parlano la lingua ufficiale dello Stato in cui vivono. La leggono sui giornali, la sentono alla televisione, la parlano con amici, familiari e colleghi. Ma accanto a loro vivono milioni di persone alle quali non è permesso di fare lo stesso, perché la loro lingua madre non è quella ufficiale. In certi casi il loro idioma viene bandito e chi lo utilizza colpito dalla legge. Talvolta paga addirittura con la vita.
Per i popoli minoritari, dalla Corsica alla Nuova Zelanda, l’affermazione della diversità linguistica è una rivendicazione fondamentale. In teoria il diritto che reclamano dovrebbe essere riconosciuto da tutti, sia a livello politico che di sensibilità collettiva, ma non è così. È molto facile, quando parlare la propria lingua non rappresenta un problema, deridere, ignorare o addirittura combattere chi si oppone al monolinguismo; condannare chi non accetta che l’uniformità venga spacciata per uguaglianza; ignorare chi vorrebbe che la propria lingua venisse studiata e praticata. In altre parole, tutto quello che la maggioranza afferma e tutela come un diritto sacrosanto viene negato alla minoranza. Per giunta, salvo rarissime eccezioni, i nostri media ignorano tutto questo, mentre sono pronti a dare battaglia se un bambino trova un baco nel cibo della mensa scolastica.
Il diritto di usare la propria lingua non ha niente a che vedere con la differenza fra democrazia e dittatura. Anzitutto perché oggi esistono molti Stati, come la Russia e la Turchia, che si presentano come democrazie ma sono di fatto delle dittature. Inoltre perché la repressione dei diritti linguistici, tranne casi molto rari, non ha mai turbato i sonni di coloro che si opponevano alle dittature: basti pensare alla Spagna franchista, al fascismo o all’Urss. Le categorie di destra e sinistra non c’entrano.
Restiamo umani, diceva giustamente Vittorio Arrigoni, il giovane pacifista rapito e ucciso il 14 aprile 2011 a Gaza da un gruppo di terroristi islamici. Essere umani significa anche capire le ragioni e le sofferenze di chi vive una condizione meno fortunata della nostra. Certo, la repressione fisica colpisce molto più di quella linguistica, ma questo non significa nulla. Chi ha la fortuna di poter usare il proprio idioma natale dovrebbe capire che la diversità linguistica non è meno importante di quella biologica. Non ha senso piangere sulla scomparsa del panda o dell’orso polare se poi ci si dimentica che molte lingue vengono soffocate intenzionalmente. La lingua non è un accessorio superfluo, è il suono della vita. Questo spiega perché le rivendicazioni linguistiche occupano un posto centrale nelle battaglie delle minoranze e dei popoli indigeni.

Un panorama eterogeneo
Le lingue minoritarie europee, rispetto a quelle indigene, si trovano in una situazione decisamente migliore, sia in termini numerici che costituzionali. Un sudtirolese, tanto per fare un esempio, fa parte di una comunità germanofona di quasi 100 milioni di persone; un italiano di Fiume appartiene a una comunità italofona di 60 milioni; lingue minoritarie come il catalano e il basco sono più parlate di tante lingue ufficiali e godono di una tutela esemplare. Al contrario, molte lingue indigene possono contare su numeri decisamente più esigui. Anche dove sono parlate da milioni di persone, come in alcuni Stati dell’America Latina, devono comunque fare i conti con la più grande comunità ispanofona del pianeta (420 milioni di persone). Le lingue indigene, inoltre, sono segnate da una frattura storica: il lakota, l’inuit (eschimese) e le lingue aborigene australiane, per continuare con gli esempi, sono entrate in contatto con l’inglese in seguito a un’invasione coloniale. Il bretone e il sardo, al contrario, hanno convissuto rispettivamente col francese e con l’italiano nello stesso contesto sociale e geografico. Nel secondo caso esiste un terreno originario comune, fatto anche di antichi legami interfamiliari, che invece manca nel primo. Quella per la diversità linguistica è in ogni caso una battaglia sacrosanta, ma proprio perché difende la diversità deve tener conto delle difformità che esistono all’interno della materia. Come abbiamo cercato di evidenziare, i problemi delle lingue in questione non sono tutti uguali. Le situazioni più gravi devono avere la precedenza.

Il caso dei Lakota
Secondo gli studi più attendibili, all’arrivo di Cristoforo Colombo le lingue indigene parlate in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti erano almeno 300. Oggi ne rimangono 165, molte delle quali sull’orlo dell’estinzione. Basti pensare che la più parlata, il navajo, conta appena 170mila locutori. Negli ultimi tempi, comunque, si sono moltiplicate le iniziative didattiche per trasmettere queste lingue alle giovani generazioni. Una delle più attive è il Lakota language consortium (Llc), fondato nel 2004 per preservare e diffondere la lingua lakota (sioux), che oggi viene parlata da sole seimila persone. Il progetto è nato nella riserva di Pine Ridge (South Dakota), uno dei luoghi più significativi per gli indiani nordamericani: qui, il 29 dicembre 1890, l’esercito americano trucidò a sangue freddo 150 lakota, in gran parte donne e bambini. Il Lakota language consortium è diretto da Wilhelm Meya, un viennese che ha lasciato l’Austria da giovane per stabilirsi negli Stati Uniti. Organismo privato ma sostenuto dal governo statunitense, svolge un’attività molto varia: conferenze, corsi, pubblicazioni, seminari. Meya dirige anche il Language conservancy, una struttura di respiro federale che difende tutte le lingue indiane. Il suo documentario Rising Voices, realizzato nel 2005 con la Florentine films, è un’ottima introduzione al lavoro meritorio che sta svolgendo.