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Diritti tumefatti

una foto del volto tumefatto di Stefano Cucchi/Alessandro Borghi

Innanzitutto bisogna vederlo “Sulla mia pelle”. È un bel film, duro e drammatico, perché dura, drammatica e inaccettabile è la storia di Stefano Cucchi e la via crucis che ha dovuto affrontare la sua famiglia. Ci sono belle scelte stilistiche che consentono al regista Alessio Cremonini di raccontare con tono pacato (“non è un film partigiano” ha detto, ed è vero), senza cedimenti alla violenza che siamo abituati a vedere nei prodotti hollywoodiani. C’è un volto tumefatto, sempre in primo piano, che quando le luci si riaccendono ti rimane dentro, segno indelebile di un’ingiustizia insanabile. Una vita distrutta. Come distrutta è la vita della sua famiglia.

Ma a emergere è soprattutto il racconto, senza urli né ricerca di scandalismo, pacato appunto, di una storia che è lo specchio fedele e impietoso dell’Italia contemporanea. Non l’abuso, l’arroganza del potere da parte di alcuni corpi dello Stato che si sentono al di sopra della legge, giustizieri che si assumono l’onere di sostituirsi al buon Dio (e quanti ne vedremo nei prossimi anni di questi “giustizieri” che dai decreti governativi sulle armi avranno la licenza di uccidere). O meglio, tutto questo c’è e suscita le giuste e legittime reazioni a cui stiamo assistendo nell’esplosione delle proiezioni sociali, organizzate in giro per l’Italia dai soggetti più diversi, in modo spontaneo senza che nessuno si sia messo d’accordo, come una sorgente che sgorga improvvisa in un campo, rubandolo al deserto. Proiezioni considerate “pirata” dalla produzione, come se si potesse privatizzare un sentimento sociale di giustizia. La produzione stessa dall’esplosione di questo movimento non può che trarne il legittimo vantaggio, perché in una società vivace e reattiva ogni prodotto che dialoga con questa non può che trovare nuovi spazi di mercato.

Tutto ciò è certamente vero, ma quello che io ho visto nel film è soprattutto la storia di una famiglia che vive in periferia, fra le contraddizioni e i rischi “normali” delle nostre borgate, completamente disarmata di fronte alle rigide regole della burocrazia, alla freddezza della formalità della legge. Sembra che per ottenere il rispetto dei propri diritti bisogna avere le conoscenze adeguate. Ecco perché la cosa che più mi ha colpito del film è l’immagine disperante dei genitori di Stefano di fronte alla porta sbarrata del reparto di “Medicina protetta” dell’ospedale Pertini di Roma: respinti da un citofono parlante, che dichiara irricevibile la loro umana e legittima richiesta di vedere il figlio, che hanno capito star male, senza fornire alcuna indicazione sulle procedure da seguire. Soli di fronte alla disumanizzante violenza della burocrazia e del potere. È questa, oggi, l’essenza di una società sempre più segnata dalle disuguaglianze sociali, che diventano disuguaglianze fra chi sa come muoversi e chi no. Un’ignoranza che moltiplica l’ingiustizia sociale che domina l’Italia.

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