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“I mercati del carbonio non sono progettati per ridurre le emissioni”. L’intervista a Larry Lohmann

Il ricercatore dell’organizzazione britannica The Corner House spiega i limiti dei meccanismi di finanziarizzazione della natura

Dal mensile di ottobre. Una fetta importante dei prossimi negoziati sul clima si gioca su un punto specifico dell’Accordo di Parigi. Se le dichiarazioni ufficiali enfatizzano la necessità di ottenere una maggiore ambizione dai piani climatici dei singoli Paesi, e l’importanza di raggiungere un compromesso sui fondi destinati ai Paesi più colpiti dalla crisi climatica, è intorno all’oscuro articolo 6 che si concentra, da anni, la più accesa battaglia diplomatica. Alcuni, addirittura, lo considerano il vero cuore dell’Accordo di Parigi: dispone la nascita di un mercato mondiale delle emissioni sotto l’egida delle Nazioni Unite, che permetterà agli Stati e alle imprese di finanziare progetti di riduzione delle emissioni, o di conservazione della natura, in Paesi diversi da quello di origine – solitamente dove costa di meno – generando crediti di carbonio da rivendere o conteggiare nei propri impegni climatici. Questo meccanismo di finanziarizzazione della natura è stato già rodato in diversi contesti: i più conosciuti sono l’Emission trading system europeo e il Meccanismo di sviluppo pulito del Protocollo di Kyoto. Entrambi però hanno mostrato i loro limiti, perché le emissioni globali hanno continuato a crescere e le quote di CO2 scambiate sul mercato raramente corrispondevano a riduzioni reali. Ecco perché nei movimenti per la giustizia climatica alberga la preoccupazione che sdoganare questa prassi su scala planetaria alla Cop26 potrebbe inficiare una volta per tutte lo sforzo per raggiungere gli obiettivi di Parigi. Ne è convinto Larry Lohmann, ricercatore del Corner House, organizzazione britannica che da vent’anni fornisce analisi e ricerche ai movimenti ambientalisti.

Un mercato globale del carbonio non può funzionare per ridurre le emissioni?
I mercati del carbonio non sono progettati per ridurre le emissioni. La loro funzione, nell’Accordo di Parigi e altrove, è quella di prolungare la vita dell’economia dei combustibili fossili e, indirettamente, di un sistema di sfruttamento e disuguaglianza. I mercati del carbonio, infatti, hanno convissuto molto felicemente per più di vent’anni con l’aumento catastrofico delle emissioni.

Perché questi meccanismi non hanno ridotto le emissioni di CO2 in passato?
Di nuovo, i mercati del carbonio non sono progettati per fornire riduzioni. Non è a questo che servono. Quindi non è sorprendente che non ne abbiano mai ottenute. I mercati del carbonio sono nati con lo scopo di ridurre il costo per le aziende dei limiti di emissione imposti dallo Stato. Ciò che rende la situazione ancora peggiore, siccome tutto ciò non è abbastanza economico, è che le imprese – insieme ai governi, a vari accademici e ong “addomesticate” – sono arrivate a ideare una seconda merce, chiamata “compensazioni”. Le compensazioni servono a ridurre ulteriormente il prezzo della regolamentazione statale per il settore privato. Queste false “riduzioni” includono cose come l’esproprio della terra di qualcun altro per installarci una piantagione industriale di alberi a crescita rapida, che “compenserà” il perdurare delle mie emissioni da combustibili fossili. L’Accordo di Parigi ha portato questo sofisma a nuove altezze con false riduzioni a buon mercato chiamate Internationally transferred mitigation outcomes (Itmo). Come se non fosse già abbastanza oscuro, questo sotterfugio è stato ulteriormente nascosto rifiutando di ammettere che i “trasferimenti” delle false riduzioni Itmo avverranno effettivamente in un “mercato”. Molti delegati a Parigi sono stati esplicitamente istruiti a non usare l’espressione “mercato del carbonio” in pubblico, perché era diventato lampante che i mercati del carbonio stavano solo peggiorando la crisi climatica. A quanto pare la mossa ha funzionato: la maggior
parte dei giornalisti e molti gruppi ambientalisti descrivono ancora Parigi come un Accordo sul clima, piuttosto che come un trattato commerciale.

Fin dall’inizio è stato evidente che i mercati del carbonio non avrebbero potuto avere alcun beneficio per il clima – Larry Lohmann

Molti gruppi ambientalisti sono pronti a sostenere i mercati del carbonio se verranno riformati incorporando regole sul rispetto dei diritti umani e su un calcolo più realistico delle riduzioni. C’è questa possibilità?

Nella misura in cui sostengono i mercati del carbonio, i gruppi a cui lei si riferisce non sono ambientalisti ma gruppi di sostegno al business che funzionano, indipendentemente dalle loro intenzioni, per proteggere il business da seri movimenti per il clima. Le ong che sostengono i mercati del carbonio in realtà lavorano per minare gli obiettivi ambientali quando mantengono l’illusoria promessa della “riformabilità”. Ci può essere stato un breve momento, più di vent’anni fa, in cui alcune di queste organizzazioni immaginavano genuinamente che nei mercati del carbonio avevano trovato una politica che le élite capitaliste avrebbero potuto accettare, e che avrebbe permesso di fare un passo verso la lotta al riscaldamento globale. Ma fin dall’inizio è stato evidente che i mercati del carbonio non avrebbero potuto avere alcun beneficio per il clima.

Prima il fallimento della Cop25 nel 2019, poi il rinvio della Cop26 a causa della pandemia. Il dialogo nell’Unfccc sembra inceppato. Che si aspetta da Glasgow?
Dal punto di vista delle élite nazionali e delle grandi corporazioni, il processo Unfccc è lungi dall’essere logorato. Assorbendo una quantità sproporzionata delle energie e dell’attenzione di molti ben intenzionati cittadini preoccupati per il riscaldamento globale, è ancora molto efficace nel ritardare l’azione sul clima. Quello che spero di vedere dopo la prossima Cop è un completo discredito del processo Unfccc e delle concezioni del clima, dell’energia e delle “soluzioni basate sulla natura” con cui si trastulla.

|IDENTIKIT|

Larry Lohmann, filosofo, dal 1997 è ricercatore dell’ong britannica The Corner House, che sostiene i movimenti democratici e comunitari in lotta per la giustizia ambientale. È autore, fra gli altri, del libro “Carbon trading: solution or obstacle?” e di decine di pubblicazioni sui meccanismi della finanza climatica e sul mercato dei crediti di carbonio. È membro fondatore del Durban group for climate, a favore dello sviluppo locale e della conservazione delle foreste.

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Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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