martedì 19 Gennaio 2021

L’ultima zampata

Incontrare un gatto selvatico non è frequente. E lo sarà sempre meno se l’ibridazione con i felini domestici continuerà a impoverirne il pool genico. Un gruppo di biologi suggerisce una via d’uscita 

Dal mensile di Novembre – Il miagolio è lo stesso, ma uno dei due lo utilizza più raramente. Simili eppure diversi, il gatto selvatico e quello domestico sono senza dubbio i felini più comuni nel nostro angolo di mondo. Si differenziano per la coda, il muso e la corporatura, una più massiccia di quella dell’altro. Schivo, elusivo, misterioso, tanto da essere definito il “fantasma dei boschi”, il gatto selvatico (Felis silvestris) è uno degli animali più sfuggenti in natura, caratterizzato da uno sguardo “maturo” e severo, una corporatura robusta e la coda tipicamente clavata, contraddistinta da due o tre anelli di pelo scuro e una porzione di pelliccia nera all’estremità. Abile cacciatore di piccoli mammiferi e rettili, vive in genere in boschi montani, in solitudine, e ha un areale molto esteso che va dall’Africa alla Mongolia. Il gatto che siamo abituati a coccolare nelle nostre case invece, che ci si avvicina ammiccante facendo fusa dolci, con il corpo sinuoso, la coda affusolata e lo sguardo furbo, è il gatto domestico (Felis catus). Per anni è stato impropriamente considerato una sottospecie del Felis silvestris, fino a quando, nel 2007, una serie di analisi genetiche ne ha stabilito la singolarità.

Al contrario di quello che avviene con i gatti domestici – a volte randagi, abbandonati o abituati a uno stile di vita piuttosto girovago – avere un incontro con un gatto selvatico non è un fatto frequente, e lo sarà sempre meno se l’ibridazione con i gatti domestici continuerà a impoverirne il pool genico, cioè l’insieme delle alternative genetiche possibili. Sebbene infatti il gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) fosse un tempo molto comune nel nostro continente, nel XIX e nel XX secolo è stato vittima della caccia sportiva e di una deforestazione intensa, che ne ha ridotto l’habitat naturale, provocandone la scomparsa in alcune parti d’Europa. In particolare nelle montagne del Giura, al confine tra Francia e Svizzera, circa cinquant’anni fa i gatti selvatici europei erano stati considerati estinti dopo che per 25 anni, dal 1943 al 1968, non ne era stato registrato nessun avvistamento. Tuttavia, dal 1962 è in vigore una legge federale che protegge la specie. Così, nelle ultime decine di anni, il gatto selvatico ha ricolonizzato i boschi e i prati del Giura, dove ormai convive felicemente insieme ai gatti domestici.

Coesistenze pericolose

Questo implemento nel numero di individui selvatici ha causato però anche un incremento negli accoppiamenti casuali fra esemplari delle due specie, che generano gattini ibridi (con genoma misto) e a loro volta fertili. Tutto sommato, a un occhio non esperto, potrebbe sembrare una bella storia a lieto fine. Ma, per gli studiosi di biodiversità, l’ibridazione fra organismi selvatici e domestici è un problema conservazionistico di dimensioni globali. Il guaio risiede nel fatto che la maggiore numerosità dei gatti domestici fa sì che le ibridazioni rappresentino una minaccia per il gatto selvatico. L’introgressione genetica, infatti, cioè il meccanismo naturale che porta rapidamente alla diffusione dei geni delle specie più numerose e abbondanti all’interno del genoma delle specie più rare, aumenta il rischio che, a breve termine, il genoma del gatto domestico sostituisca completamente quello del gatto selvatico, provocandone l’estinzione definitiva e silenziosa.

A livello evolutivo l’ibridazione potrebbe essere un jolly nella lotteria della vita, portando a un aumento della diversità genetica, con conseguenti nuove opportunità di adattamento a condizioni ambientali inaspettate, conferendo così alle specie vantaggi di sopravvivenza notevoli. A livello pratico, però, può anche provocare danni e ridurre il successo riproduttivo delle specie, per esempio a causa dell’introduzione di geni disfunzionali o malfunzionanti. E neanche a farlo apposta, questi sono molto frequenti proprio nelle specie domestiche, selezionate in base alle esigenze e agli stili di vita dell’uomo, con caratteristiche che potrebbero avere gravi ripercussioni sull’ecologia e il comportamento degli animali selvatici. «Un evento di introgressione – spiega Mathias Currat, primo autore di un articolo pubblicato sulla rivista Evolutionary Applications in base a uno studio condotto da un gruppo di biologi dell’Università di Ginevra (Unige), in collaborazione con quelle di Zurigo e Oxford – ha un impatto più forte sulla popolazione di gatti selvatici, composta da poche centinaia di individui, rispetto alla popolazione domestica, che in Svizzera conta oltre un milione di individui». Una battaglia persa in partenza per i poveri gatti selvatici.

Spazio alle soluzioni
Per contrastare questa perdita inestimabile di biodiversità, i ricercatori hanno modellato le interazioni fra le due specie per prevedere il futuro del gatto selvatico nella regione montuosa del Giura svizzero. Gli scenari previsti dagli scienziati mostrano che entro 200-300 anni, un tempo irrisorio in termini evolutivi, l’ibridazione porterà alla sostituzione genetica irreversibile dei gatti selvatici, rendendo impossibile distinguerli dai loro “cugini” domestici, come già avviene da qualche anno in Scozia e Ungheria. Se la situazione rimanesse immutata, fra un centinaio d’anni il 13% dei geni dei gatti selvatici sarà stato sostituito dai geni dei gatti domestici, così come l’8% del loro dna mitocondriale e l’1% del loro cromosoma Y. Insomma, l’unica soluzione è trovare un modo per bloccare l’incrocio, agendo sulla numerosità delle singole specie e sul loro tasso di ibridazione. L’iniziativa suggerita dagli autori è quella di ridurre drasticamente le opportunità di fecondazione ai margini dei territori dei gatti selvatici, sterilizzando a campione le femmine domestiche, che di frequente si trovano vicino alle fattorie o alle foreste, luoghi di incursione dei maschi selvatici. Gli scenari sperimentali indicano anche che un vantaggio competitivo per i gatti selvatici, trovare più facilmente prede disponibili in natura, per esempio, provocherebbe un aumento della numerosità della specie rispetto ai gatti domestici, con un rallentamento dei fenomeni di introgressione genetica. L’aumento forzato del numero dei gatti selvatici, idealmente combinato con strategie ad hoc per prevenire l’accoppiamento e l’ibridazione, sarebbe quindi il modo migliore per evitare la sostituzione del genoma selvatico con quello domestico e per salvare così una specie animale unica che sta scomparendo sotto ai nostri occhi. Una soluzione tutt’altro che facile. O meglio, come si dice in questi casi, una vera gatta da pelare.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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