Diga delle Tre Gole, vietato l’entrata

La quinta puntata del viaggio di Davide Sabbadin di Legambiente. “La nostra visita non è stata approvata. Non piace molto che gli stranieri ci vadano a ficcare il naso”

Arriviamo a Chongqing, grande metropoli della Cina centrale, in una settimana di pioggia autunnale. Il traffico, nelle arterie sopraelevate che ricordano Los Angeles, è incredibilmente intenso, anche se non caotico come in altre metropoli asiatiche. Ogni spostamento, anche con i mezzi pubblici, qui si calcola sulla base di ore. La città ha un’orografia assolutamente difficile, unica: i grattacieli, a centinaia, a migliaia, si affollano tra le colline in un’area che ben potrebbe coprire l’estensione di una provincia italiana.

L’arteria principale della città, la sua spina dorsale, è lo Yang-Tze, il fiume azzurro: il terzo fiume più lungo del mondo proprio qui riceve uno dei suoi principali affluenti. Sono accompagnato da Yan Yang, che è un volontario e un membro dello staff di una piccola associazione ambientalista locale. Vive stabilmente a Pechino, ma la sua militanza risale ai tempi in cui studiava in questa università.

Il programma della permanenza è denso e prevede incontri con molti attori economici e sociali di questa sterminata metropoli. Ma a me interessa soprattutto capire come si muovono gli ambientalisti in questo posto, situato a poche decine di chilometri a nord di quella che alcuni definiscono la più grande opera di ingegneria mai costruita dall’uomo e altri chiamano il più grande ecomostro della storia: la diga delle tre gole.

L’incontro con la presidente dell’associazione avviene nella loro piccola sede, in un edificio dell’Università. Si scusa subito del fatto che non parla inglese e quindi la comunicazione sarà necessariamente mediata. Yang approfitta di una pausa nella presentazione per aggiornarmi sul fatto che la nostra prevista visita alla succitata diga non è stata approvata. Non piace molto, da queste parti, che gli stranieri ci vadano a ficcare il naso. Soprattutto in questo mese, quando si svolge il congresso del partito comunista cinese: in questo mese, molte cose tornano ad essere regolamentate seriamente, altre vengono vietate per precauzione .

“Noi cerchiamo di fare le cose in positivo – mi dice la presidentessa – e fin da subito, quando siamo nati, nel 95, abbiamo attivato una serie di contatti e un dialogo con l’amministrazione provinciale e con il dipartimento per la difesa dell’ambiente. Noi ci occupiamo di segnalare i problemi e le richieste della popolazione, ma anche di proporre soluzioni”.

L’attivista sorride mentre parla. Hai circa cinquant’anni e i tratti delle minoranze del sud: è figlia di un famoso professore locale, fondatore del gruppo e noto attivista per la difesa del fiume. È contenta di poter presentare la propria associazione ad uno straniero, per lo più occidentale. Attorno a lei un piccolo capannello di volontari, in maggioranza anziani che fanno parte del gruppo di attivisti ciclisti. “Sono i più attivi” mi dice Yang all’orecchio. Attivi lo devono essere di sicuro, penso, visto che Chongqing, proprio per le tante colline e montagne, è l’unica città in Cina dove è fallito il Bike Sharing.

Le chiedo se hanno rapporti conflittuali. “Abbiamo fatto diverse cause contro aziende private, o meglio contro aziende private a partecipazione statale. È successo anni fa. Vedi questa foto” parlando mi indica una foto sul muro, che ritrae un’aula di tribunale. “Quella è una grande vittoria contro un’azienda chimica del luogo, che scaricava le scorie nel fiume. Ce l’avevano segnalata i cittadini”. Le chiedo se l’azienda ha chiuso. Mi dice che hanno rilocalizzato, ma che l’associazione ora ha un buon rapporto con quell’azienda e l’aiuta ad avere un comportamento positivo verso l’ambiente e la comunità che la ospita, tenendola anche d’occhio con discrezione.

“Da alcuni anni c’è una legge in Cina che consente alle associazioni registrate di poter fare causa alla aziende, in tutela degli interessi dell’ambiente. Ma non lo fanno in tanti. È costoso e, spesso, anche se vinci, nessuno fa applicare la sentenza per paura di ritorsioni politiche. Rimane la multa, certo, ma non necessariamente il danno viene riparato”.

Sono curioso nei riguardi degli anziani ciclisti quasi quanto loro lo sono a proposito dell’ambientalismo in Italia. Mentre mi scattano foto, mi chiedono del governo, dei comunicati stampa e della possibilità di essere apertamente contrari a progetti governativi. Per loro, dicono, è semplicemente fuori discussione. Ogni loro attività viene previamente vistata da un apposito ufficio creato nel dipartimento della propaganda, nella sezione provinciale del partito. Alcune persone si occupano solo dell’attività di questa associazione. Dev’essere stressante, penso, sentirsi osservati così da vicino.

Gli anziani ciclisti mi spiegano che ogni settimana fanno dei giri nei paesini attorno alla capitale, dove la vita è dura e i temi ambientali faticano a passare. Con dei megafoni portano alcuni messaggi chiave che il governo ha interesse a divulgare. Messaggi semplici su come non sprecare l’acqua e come risparmiare sulla bolletta della luce. Ma raccolgono anche segnalazioni di inquinamenti e problematiche varie, che poi sottopongono ai funzionari del dipartimento ambiente. “Ma questi intervengono, poi?”, chiedo io. “Sì, intervengono quasi sempre”.

Il giorno dopo abbiamo appuntamento con una volontaria del gruppo che lavora al nuovissimo museo di storia naturale, in quartiere abbastanza centrale, che dista solo un’ora di taxi dal centro. Il museo è famoso a livello mondiale per le collezioni di fossili e dinosauri. Qualcuno l’ha trovato proprio lei, ci dice.

Proprio la presenza, in una bacheca, di un grande storione imbalsamato, lungo oltre due metri, è l’occasione per fare quattro chiacchiere sul fiumeYang-tze e sulla diga delle tre gole.

“No, storioni non ce ne sono più, a monte della diga – commenta l’archeologa – ce n’erano già pochi prima, per via della pesca, ma ora non possono più superare quello sbarramento e non se ne vedono più in questa parte del fiume. Ma non è solo quello. Tutta la pesca nello Yang-tze è cambiata. I pescatori sono molto scontenti, ma nessuno si permette di lamentarsi”. Le chiedo cosa ci sia diverso. “La diga ha cambiato il microclima. E le correnti. La pescosità del fiume, che fornisce la gran parte del pesce mangiato dai 30 milioni di abitanti, ne ha risentito”.

Ma la pesca pare non essere il solo problema che la diga ha portato. “Abbiamo piogge più intense e una minore regolarità nelle piene del fiume – aggiunge la presidentessa – e la fertilità delle sponde è cambiata. I grandi depositi di limo, che consentivano abbondanti raccolti, ora non ci sono più e l’agricoltura ne è stata stravolta”.

Le chiedo se qualcuno protesta per la diga. Scuote il capo e dice “I due professori universitari che si erano opposti, a suo tempo, sono morti da anni e con loro le voci critiche. D’altronde, a che servirebbe? Ormai è lì”. Insisto: ma non ci sono neanche ricercatori che studiano gli effetti della diga e possibili azioni mitigatorie? “No, non che noi sappiamo” conclude. “D’altronde, scusa, ma tu lo faresti sapendo che non servirà a nulla e che probabilmente ti costerà il posto?”.