Differenza dal basso

Solo il 10% dei rifiuti prodotti in Sudamerica viene riciclato. Il resto finisce in discariche a cielo aperto. Dai “recicladores” di Bogotà un esempio virtuoso per invertire la tendenza Articoli Icon Ecoforum di Legambiente: il tour dei virtuosi

Bogotà rifiuti

di RAFFAELE PUGLIESE

La percentuale di materiale riciclato a Bogotà è solo dell’11%, se però teniamo conto anche del lavoro di coloro che non appartengono al servizio pubblico di raccolta arriviamo al 16%. La città produce circa 6.200 tonnellate di spazzatura ogni giorno, grazie ai recicladores se ne recuperano fra le 1.000 e le 1.200». A parlare è Federico Parra, coordinatore del programma dei recicladores per l’America Latina della ong internazionale Wiego, acronimo di “Women in informal employment: globalizing and organizing”. Parra si riferisce alle persone che lavorano per le strade o nelle discariche, selezionando i rifiuti da vendere alle poche aziende private in grado di trattarli e riciclarli. Vengono chiamati, appunto, recicladores. Si tratta di un’attività di riciclo informale, al dettaglio. Un lavoro che non solo rappresenta l’unica forma di sostentamento per migliaia di persone (solo in Brasile sono 45mila), ma anche un efficace metodo di riciclo.

Il caso della capitale colombiana è unico in tutto il Sudamerica. Dopo vent’anni di lotta, l’Alcaldía (l’equivalente della nostra amministrazione comunale) di Bogotà è stata la prima a riconoscere ufficialmente i recicladores e il lavoro che svolgono per la città, liberando le strade da una parte dei rifiuti. La loro attività, infatti, da un lato favorisce l’economia, dall’altro l’ambiente. Dopo l’avvenuto riconoscimento, la città paga loro una percentuale per ogni tonnellata di rifiuti riciclabili che raccolgono. Poi possono venderli alle imprese private, ottenendo così un doppio guadagno.
In nessun’altra parte della regione il loro ruolo è stato formalmente riconosciuto. Le cose, però, sembrano destinate a cambiare. «Ci sono recicladores in tutta l’America Latina. Lotte come la nostra si stanno sviluppando in tutta la regione», dice ancora Federico Parra. È chiaro che attività come queste da sole non possono risolvere il problema dei rifiuti in Sudamerica. Costituiscono però un importante punto di partenza, anche perché pienamente inserite nel tessuto e nella cultura locali.
La situazione della gestione dei rifiuti nel Subcontinente è tutt’altro che rosea. Secondo il rapporto pubblicato dall’Onu a conclusione del XXI Foro dei ministri dell’Ambiente del Sud America, tenutosi a Buenos Aires lo scorso ottobre, la regione ricicla soltanto il 10% dei suoi rifiuti. Delle 541.000 tonnellate prodotte quotidianamente, appena 54.000 sono trattate. Il resto finisce in immense discariche a cielo aperto, alcune superiori ai 100 ettari. E le 35.000 tonnellate di spazzatura prodotte ogni giorno dai 40 milioni di persone con difficoltà di accesso ai servizi di raccolta vengono lasciate dove capita. La produzione quotidiana pro capite di rifiuti in America Latina ammonta a circa un chilogrammo, un dato destinato a salire come dicono le proiezioni delle Nazioni Unite: nel 2050 la regione produrrà il 25% di rifiuti in più, 671.000 tonnellate al giorno.
«Ma le cifre ufficiali non considerano tutto quello che recuperano i recicladores – puntualizza Parra – Se non si riconosce l’importanza del loro lavoro, si assume che è necessario iniziare quasi da zero. E questo potrebbe permettere l’introduzione di sistemi di smaltimento come gli inceneritori o l’avvio di processi di privatizzazione». In altre parole, è giusto ripensare al sistema di raccolta e riutilizzo, valorizzando però le attività che sono già diffuse.l